EXCALIBUR 24 SPECIALE
La figura del capitano Manso


Da sinistra: il capitano Achille Manso, la medaglia d'oro Francesco Maria Barracu, due prelati romani e Padre Luciano Usai
Per concludere, due parole sul capitano Achille Manso. Ufficiale di carriera, combatte sul fronte greco-albanese, albanese-jugoslavo e sul fronte russo. Dopo l'8 settembre del 1943 si trova ad Ascoli Piceno presso il 49° Reggimento di fanteria. Il 10 settembre riceve dal comandante, colonnello Emidio Santanchè, l'ordine di apprestare delle postazioni difensive nella caserma per resistere ad eventuali attacchi dei Tedeschi. Questi ultimi, effettivamente, il 12 settembre attaccano di sorpresa. Ma la reazione italiana è immediata e tanto efficace che i Tedeschi devono ripiegare verso San Benedetto del Tronto, subendo delle perdite sensibili sia in uomini che in materiali. Il loro stesso comandante rimane ucciso nel combattimento. Dopo qualche giorno alcuni ufficiali tedeschi, animati dalle migliori intenzioni, si presentano dal colonnello Santanchè spiegando che il loro precedente attacco era dovuto ad un atto inconsulto e all'iniziativa personale del comandante di un reparto. Comandante che poi era rimasto ucciso nel combattimento stesso. Il 22 settembre il Reggimento viene sciolto, e i militari, ufficiali compresi, vengono inviati in licenza illimitata, in attesa di disposizioni.
Manso si reca a Roma. In seguito ai bandi del governo della R.S.I., iI 25 ottobre si presenta al Ministero della guerra. Il 10 di novembre fu assegnato al "Battaglione G. M. Angioy", ove ricopre l'incarico di comandante internale insieme al colonnello Bartolomeo Fronteddu. Il 12 dicembre segue il Battaglione prima a Cremona e poi a Villa Opicina. In seguito allo scioglimento del reparto sardo, nel febbraio del '44 viene nominato comandante del 1° Battaglione italiano per la difesa del litorale adriatico di stanza a Salcano (Gorizia). Battaglione non proprio eccellente, che cosi viene descritto dal maggiore Faccini nella già citata relazione: «Battaglione di Formazione a Salcano di Gorizia - forza ufficiali 40, sottufficiali 64, truppa 140 - spirito depresso - gli ufficiali esuberanti prestano servizio come semplici soldati - è in corso proposta di scioglimento e di passaggio ad altri reparti degli elementi migliori».
Il Battaglione non viene sciolto e Manso riesce a trasformarlo in un reparto decente. Ma lasciamo la parola allo stesso comandante sardo, che, in una memoria inviata a guerra finita al Ministero della guerra, così si esprime: «Il Battaglione, che aveva una forza di circa 150 uomini, fu impiegato nell'occupazione e difesa dei capisaldi di Sella di Dol, Monte Santo e Monte Fredda contro i partigiani slavi. Il 6 maggio del 1944 il reparto fu trasferito nella zona di Fiume (S. Caterina), dove assunse la denominazione di 1ª Compagnia alpina del XVI Battaglione di fortezza e occupò i capisaldi a nord di Fiume (Manso assume il comando di tutto il Battaglione, mentre nella 1ª Compagnia alpina vi era anche un altro ufficiale sardo: il tenente Fadda, n.d.a.). Ivi rimase sino all'aprile del '45, quando, per scarsa fiducia una parte dei militari, venne dal comando tedesco destinata ad un reparto del genio. Io rimasi con i rimanenti alpini coi quali presi parte nel caposaldo di S. Caterina ai combattimenti per la difesa di Fiume, che noi sentivamo Italiana, contro l'esercito di Tito».
Manso non lo dice, ma da altra fonte sappiamo che il XVI Battaglione, oltre che combattere contro gli Slavi di Tito, ebbe a che fare contro la tracotanza dei Tedeschi e soprattutto delle milizie "collaborazioniste" croate. Con queste ultime furono frequenti anche i conflitti a fuoco con numerosi morti da entrambe le parti. Manso così prosegue nella sua memoria: «Ricevuto l'ordine di ripiegare su Trieste coi resti del mio reparto, mi presentai in questa città al comando regionale della Venezia Giulia (25 aprile 1945), dove però erano già visibili i segni dell'imminente crollo. Non potendo rassegnarmi all'idea che Trieste cadesse in mano jugoslava e avendo avuto sentore che il comitato di liberazione nazionale intendeva opporsi combattendo all'occupazione della città da parte delle truppe di Tito, per mezzo del tenente Rebulla, latitante in Trieste, ebbi contatti con ufficiali del comitato di liberazione nazionale, poiché intendevo unire i resti del mio reparto ai partigiani italiani contro i partigiani slavi. Questo però non fu possibile perché il 10 maggio la città cadde in mano ad elementi comunisti e sloveni estranei al C.L.N., i quali agevolarono l'ingresso dei partigiani di Tito in Trieste. I soldati del reparto furono da me lasciati in libertà. La mia azione, quale comandante di un reparto nella Venezia Giulia, fu sempre decisamente antislava. Trovandomi nella zona che sentivo prevalentemente Italiana, di fronte al pericolo di un'occupazione definitiva da parte degli Slavi, di cui conoscevo i sistemi, non potei che agire come la mia coscienza di Italiano mi imponeva, perché Trieste, Fiume e Pola rimanessero all'Italia».
La Patria non gli fu grata per quel che fece: lui, militare di carriera, fu infatti radiato dall'esercito.
Parlo a voi

«Essere oggi soldati è un privilegio e un onore non concesso a tutti: voi che non avete conosciuto il tradimento, voi che del tradimento avete subito, non certo per causa vostra, le conseguenze, voi che nel dolore avete serrato il cuore con le vostre stesse mani fino a stillarne l'ultima goccia di sangue, voi oh soldati dell'Italia nuova siete i più degni, i soli degni, perché avete vissuto e sentito interamente la tragedia della Patria.
Ognuno di voi tragga dal dolore la Fiamma, ognuno si senta oggi l'alfiere dell'Idea, ognuno porti alta la fronte, orgoglioso, cosciente di se stesso, ognuno senta nel suo pugno serrato accanto all'Arma santa, la fiaccola del suo amore per la Patria che risorge.
È l'Italia nostra più amata perché martoriata: oggi in voi vive, e domani per voi vivrà
».

Achille Manso
(da "Aquile del Carnaro - Giornale dei combattenti in Fiume d'Italia", Anno I, n. 1, 08.12.1944)


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