excalibur
Mensile dell'Associazione culturale "VICO SAN LUCIFERO"

n. 31 - novembre 2001

Sommario

politica e attualità

In media stat virus

Echi Fallaci...

... Noi invece possiamo vincere

La fine della globalizzazione

storia e cultura

Europa e Islam - seconda parte

spazio libero

Ricordo di un amico: Paolo Cossu

Pensieri in libertà

Lettere e opinioni


Guerra e onore

Siamo in guerra: spiace, ma è così. Si dà il caso che il nostro alleato più potente non sia gradito in una certa area geografica da un non meglio definito "mondo islamico", impersonato da un certo Osama Bin Laden. Detto "mondo islamico" ha ritenuto fosse venuto il momento di far valere le proprie ragioni con un atto di guerra tanto spettacolare quanto efficace. Atto di guerra che innesca un conflitto nuovo nei metodi, nelle armi, nella strategia militare. Un conflitto "globalizzato", dove il nemico può essere chiunque e in qualunque luogo. Dove una confezione di batteri o di virus, o una pastiglia di cianuro sono armi di modico costo, ma più micidiali dei missili e dei carri armati.
Lo svolgimento del conflitto e gli esiti dello stesso non sono per niente scontati, come potrebbe far prevedere l'incommensurabile potenza degli U.S.A.. Questo gli Americani l'hanno capito subito e, se è vero che come popolo hanno reagito in maniera encomiabile, è altrettanto vero che, come classe dirigente, lungi dal lanciarsi a testa bassa sul nemico fidando sulla propria potenza, hanno elaborato e stanno elaborando una strategia di risposta molto duttile e articolata, che ridisegna nuove strategie militari, politiche, economiche e diplomatiche. Basta considerare in questo contesto il nuovo approccio U.S.A. alla questione palestinese, anche a scapito dei più immediati interessi israeliani.
«Ma noi che c'entriamo?», direbbe qualcuno. C'entriamo, c'entriamo... Il fatto è che, circa 52 anni fa, facemmo il diavolo a quattro, sottobanco s'intende (perché nei giornali e nelle piazze sbraitavamo e ponevamo condizioni inaccettabili) perché i più che riluttanti U.S.A. ci accettassero come alleati. Le alleanze militari non sono matrimoni d'amore, ma d'interesse: c'è un dare e un avere. Non v'è dubbio che in questi ultimi cinquant'anni l'alleanza ha giovato non poco all'Italia, permettendole di passare da una condizione di assoluta marginalità nel contesto internazionale, in quanto nazione sconfitta, al rango di potenza di primo piano nel Mediterraneo e nei Balcani e di pari dignità e peso della Francia, della Gran Bretagna e della Germania. Questa alleanza la dobbiamo onorare "dando" molto o poco, non si sa, speriamo poco.
Morire dunque per gli Americani, come qualcuno, anche a destra, paventa? Sì, diciamo noi. Le alleanze militari si onorano, quando è il caso, anche combattendo e morendo. Per rimanere a tempi a noi più vicini, non sono forse nostri i soldati morti combattendo contro gli Americani proprio per onorare la nostra alleanza con il Giappone? O forse qualcuno può seriamente pensare che abbiamo perso 100 mila uomini in Russia per combattere il comunismo e non per aiutare il nostro alleato tedesco? O che i Tedeschi abbiano invaso la Grecia per fare i bagni nel Mediterraneo e non per togliere letteralmente dal fango il loro principale alleato?
Questi sono i fatti reali ed importanti. Non tutto l'altro: il sentirsi o no Americani, amare o meno la coca cola, il fast food, "Beautiful", la civiltà occidentale, l'Islam, i Talebani, il velo e via dicendo.
Sfilare per la pace contro gli Americani, sfilare per gli Americani e contro i terroristi, contro tutti e contro nessuno, è solo propaganda: propaganda di guerra, appunto.