excalibur
Mensile dell'Associazione culturale "VICO SAN LUCIFERO"

n. 34 - febbraio/marzo 2002

Sommario

eventi ed iniziative

Notizie varie

politica e attualità

Il nuovo colosso europeo

A dieci anni da "mani pulite"

Maledetta America!

La Palestina e la "terra promessa"

Addio storica fiammella?

Un congresso di attori

Comunque presenti!

La riscossa della Fiamma

La leggenda dei topi nuotatori

storia e cultura

Sardi a Salò: Paolo Orano

spazio libero

Lettere e opinioni


«Tu quoque, Fini, fili mi?»
di Angelo Abis
Calma ragazzi! È inutile arrabbiarsi o inveire per le recenti dichiarazioni di Fini sulla sua personale classifica degli statisti. Il Duce, poveretto, primo in classifica nel campionato del 1994, si è visto retrocedere nel 2002 in serie B (o C?): Fini, alla fin fine, non è De Felice!
Certo Mussolini, dall'oltretomba, l'avrà presa male: avrà reagito anche lui, come Cesare, alla pugnalata (metaforica) con la fatidica frase: «Tu quoque, Fini, fili mi?». Ma tant'è. Da consumato politico quale è stato e da altrettanto inveterato praticante del motto «Parigi val bene una messa», si sarà lambiccato il cervello per capire il "tornaconto" di cotanta affermazione del presidente di A.N.... Per uscire dal ghetto? Per legittimarsi? Ma via... Il problema era risolto, almeno a livello istituzionale, già dal 1946. Bastò allora dichiarare che ci si sarebbe adeguati alle leggi della Repubblica democratica. Altrimenti col cavolo che avrebbero permesso che si costituisse il M.S.I., sapendo benissimo di che pasta era fatto! E col cavolo che Togliatti avrebbe dato il suo nome alla famosa amnistia che rimise in circolazione e riciclò politicamente personaggi del calibro di Borghese, Graziani, Romualdi e Anfuso! Figuriamoci nel terzo millennio, dove anche un fascista doc come Rauti, che conta quanto il due di briscola, viene corteggiato da tutti per dare o non dare i propri voti al Cavaliere di Arcore.
«Stai a vedere - pensa il Duce - che Fini, in fregola di fare il ministro degli esteri, si sia posto il problema: "Se Mussolini è il numero uno, come faccio a dire ai Francesi che De Gaulle è un Badoglio da quattro soldi, ai Tedeschi che il Fuhrer... pardon... Bismark era un Cavour in sedicesimo e ai Russi che Stalin, con i suoi gulag, non può certo competere con le isolette ridenti nelle quali Lui schiaffava più i fascisti rompiballe che gli antifascisti?"». Così meditabondo, il Duce solleva lo sguardo verso destra, dove incoccia il viso di Alcide De Gasperi, affranto per le ultime esternazioni di Castagnetti... «Hai visto che scherzo mi ha fatto Fini?», lo apostrofa. «E che ti frega! Non ti basta che a ottant'anni dalla marcia su Roma un tuo figliolo sia presidente, anzi capo del governo?», risponde De Gasperi. Mussolini: «Ma chi? Quello del partito-azienda? Ma se è un liberista!». De Gasperi: «Perché? Tu i fasci non li hai forse fatti sorgere nella tua azienda, "Il popolo d'Italia"? E poi... chi è che cianciava, nel 1922, a destra e a manca: "Basta con lo stato ferroviere, basta con lo stato postino", ecc. ecc.?». Mussolini si rabbuia, ma De Gasperi incalza: «E poi ti assomiglia un sacco: bassotto, pelato, ambizioso, presuntuoso, convinto di essere un padreterno... Ha sempre ragione lui! E poi si è preso, come te, l'interim del ministero degli esteri... E pure lui ha il suo Farinacci!». Mussolini: «E chi è?». De Gasperi: «Emilio Fede!». Mussolini: «Non prendermi per il culo!». De Gasperi: «Parola di Nanni Moretti!». Alla fine il Duce si convince ed esclama: «Sai, Alcide, forse ha proprio ragione Fini... Sei grande! Ah, se nel 1924 non ti fossi accodato all'Aventino, forse...». De Gasperi: «Che fai? Provochi?».