EXCALIBUR 41 - marzo/aprile 2003
La propaganda della R.S.I. in Sardegna
Dal mito di Giovanni Maria Angioy alla promessa dell'autonomia
di Angelo Abis

La copertina de "La Domenica del Corriere"
del gennaio 1944 intitolata "Agguato in Sardegna".
La didascalia recita: «I risentimenti patriottici
della fierissima gente di Sardegna
continuano a manifestarsi.
Nei dintorni di Sassari un gruppo di giovani
ha assalito un reparto automontato britannico
»


Un giovane
parà sardo

Il gonfalone del Battaglione sardo
"G. M. Angioy"
La Repubblica Sociale sin dal suo sorgere curò moltissimo la propaganda verso le regioni occupate dagli alleati. Questa attività era svolta, istituzionalmente, dalla presidenza del consiglio dei ministri attraverso la persona di Francesco Maria Barracu, il quale teneva anche i contatti con numerosi gruppi clandestini dell'Italia meridionale.
Edgardo Sulis, sempre nell'ambito della presidenza del consiglio, ricopriva, invece, l'incarico di responsabile dell'ufficio propaganda per le province occupate. Detta propaganda avveniva generalmente, ma con scarsa efficacia, con la diffusione di volantini lanciati dagli aerei tedeschi.
Indubbiamente più produttiva fu la propaganda fatta attraverso le stazioni dell'E.I.A.R. (l'ente radiofonico di stato), in particolare "Radio Tevere", che dedicavano numerose ore di trasmissione alle popolazioni meridionali. In Sardegna ci furono lanci di volantini mirati soprattutto alle grandi unità militari, in particolare alla divisione "Nembo" che si sapeva di sentimenti filofascisti.
Le trasmissioni della radio di Salò venivano percepite molto chiaramente e seguite da un pubblico abbastanza vasto composto soprattutto da ex fascisti, dai giovani e da tutti coloro che avevano familiari nel continente.
I propagandisti che più frequentemente si rivolgevano ai Sardi erano Barracu e don Ledda, originario di Sindia, centurione della legione CC.NN. "Tagliamento", cappellano militare reduce dal fronte russo, emigrato nel dopoguerra in Venezuela.
La propaganda per la Sardegna aveva tuttavia, accanto ai motivi tradizionali espressi dal fascismo repubblicano (il tradimento del Re e di Badoglio, l'ignominia dell'8 settembre, la fede nell'alleanza con i Tedeschi, ecc.), anche degli accenti particolarmente specifici, calati nella storia e nella realtà sarda, con espressioni piene di retorica che contraddicevano palesemente quella che era stata la realtà sotto il fascismo e la situazione del fascismo repubblicano. L'avversione verso casa Savoia, l'alta borghesia e il gran capitale, una critica più che radicale al cosiddetto "fascismo regime", autoritario, conservatore e illiberale, avevano determinato, a Salò, una forte corrente ideologica, politica e culturale che si batteva per la libertà di stampa, il pluralismo partitico, per l'indizione di una costituente e per la socializzazione dell'economia.
La quasi totalità dei Sardi che ebbero un qualche ruolo nella politica, nel sindacato e nella stampa della R.S.I., da Barracu a Sulis, da Ugo Manunta a Stanis Ruinas, da Luigi Contu a Vincenzo Lai, militavano in questo schieramento. Il che non poteva non avere una qualche conseguenza anche nella propaganda della R.S.I. per la Sardegna.
Le colpe di casa Savoia non sono solo un recente fatto nazionale, ma per la Sardegna vengono retrodatate di qualche secolo e accomunate ad altrettante colpe delle repubbliche marinare di Genova e Pisa e persino del papato.
A fine febbraio del 1944, Barracu, dalla radio di Roma, nel discorso "Alla gente di Sardegna", così apostrofava i Sardi: «Noi che dal caos del Medioevo abbiamo saputo esprimere un ordinamento sociale che era ancora quello romano, creando, con i giudicati di Cagliari, di Arborea, di Torres e di Gallura, l'espressione magnifica della volontà di indipendenza dei nostri antenati tesi sempre verso l'ordine repubblicano, che, con Roma, aveva dato alla Sardegna i suoi giorni migliori; noi, che l'avidità mercantile di Genova, la disordinata genialità della potenza pisana e la venalità di Bonifazio VIII, che volle vendere la Sardegna all'aragonese, abbiamo avuto i nostri parlamenti e le nostre libertà comunali e provinciali, proviamo uno sgomento indescrivibile davanti alla rinnovata prova del tradimento e della frode di casa Savoia [...]. Demmo asilo, nostro malgrado, ai re inetti e pusillanimi del Piemonte, quando, allora come ora, abbandonarono i loro popoli alla mercé dello straniero e ci sottoponemmo al feroce dissanguamento imposto dalla corte sabauda e da tutti i suoi accoliti; dimenticammo ancora l'obbrobrioso abbandono in cui la Sardegna venne sempre lasciata dai governi di Torino; non ci lamentammo, quando la malaria mieteva vittime a migliaia, perché coi soldi succhiati alla povera gente di Sardegna si potessero bonificare e valorizzare le contrade piemontesi».
Barracu accenna pure ad una autocritica collettiva nei confronti di un grande personaggio sardo, Giovanni Maria Angioy, tenuto sempre nell'ombra dalla storiografia fascista proprio perché repubblicano: «Ora, oh camerati, oh frades, dobbiamo ammettere che la malasorte ha deviato gli istinti dei nostri padri che non seguirono, fino alla fine, l'idea repubblicana di Giovanni Maria Angioy».
Più interessante e indubbiamente più trasgressivo è l'assetto futuro dell'isola che Barracu prospetta ai Sardi: «Il Duce ricorda con infinita nostalgia le giornate trascorse in Sardegna, e mi ha detto che tutti, oh miei fratelli, siete vicini al suo cuore. E mi ha detto, e questo è nell'enunciazione del proclama del Governo Fascista Repubblicano, che, in armonia al postulato dell'unità politica e al decentramento amministrativo predisposto, la Sardegna, come tutte le altre regioni d'Italia, avrà, in base al nuovo ordinamento, l'autonomia necessaria che la sua configurazione, la sua posizione geografica e il suo passato, le hanno dato il diritto di sognare e di avere».
Ritornava così prepotentemente alla ribalta quell'autonomia che vent'anni prima Mussolini aveva perentoriamente rifiutato al Partito Sardo d'Azione, che la richiedeva quale pegno per una totale simbiosi tra sardismo e fascismo.