EXCALIBUR 46 - luglio 2007
La dura legge delle notizie
Tragedie di serie A e B nelle ciniche cronache dei media
di Andrea Deiana
Era il 26 dicembre del 2004. Trascorrevo gli ultimi giorni della mia vacanza nella splendida isola di Phuket, in Thailandia. Improvvisamente udii un boato, qualcosa di nuovo per le mie orecchie, e il mio cuore subì una improvvisa accelerazione nel momento in cui mi resi conto che si stava verificando qualcosa di drammatico.
Dopo due giorni riuscii a salire sull'aereo messo a disposizione dal Ministero degli esteri italiano e feci ritorno a casa, avendo ancora negli occhi e nel cuore la disperazione di tantissime persone provenienti da ogni parte del mondo.
Un fatto su tutti attirò la mia attenzione: l'enorme e universale copertura giornalistica dell'avvenimento che, pur nell'estrema drammaticità, poteva essere comparabile ad altre tragedie verificatesi da qualche parte del globo. Ricordo che le immagini venivano ritrasmesse in modo ossessivo, riproducendo ogni volta la stessa tragedia, come una infinita moviola.
Perché quindi quella copertura così massiccia dell'evento? Semplice: le persone coinvolte non erano i nullatenenti abitanti di qualche sperduta landa, bensì migliaia di cittadini del progredito Occidente. Trovava così una conferma sul campo la cinica regola giornalistica nota come "legge di McLurg", che stabilisce una scala graduata della notiziabilità per i disastri: un Europeo equivale a 28 Cinesi, mentre 2 minatori gallesi equivalgono a 100 Pakistani.
La vita umana, pur nella sua unicità ed irripetibilità, viene quindi standardizzata e omogeneizzata a criteri numerici di cui noi siamo soltanto degli inconsapevoli testimoni.
E allora non dobbiamo provare meraviglia quando i media ci parlano per settimane intere del rapimento di un giornalista italiano nel lontano Afghanistan, mentre viceversa con uno scarno comunicato di "dieci secondi dieci" ci informano della strage di 35 Iracheni in coda per ritirare il pane.
Un'altra conseguenza della disumanizzazione della notizia è la sovrapposizione tra differenti identità sistematicamente adottata dai media: l'esempio più recente è quello del "Welby sardo" con il quale si vuole nominare Giovanni Nuvoli e la sua tragedia personale, ripresa ora per ora nella sua stanza supertecnologica, clonando così un nuovo piccolo grande fratello della solidarietà.
Oppure il caso di Titti Pinna, per oltre nove mesi in mano dei rapitori, e del quale si è parlato troppo poco: forse che, per voler applicare la già citata legge giornalistica, un Sardo possa avere un peso minore di un Lombardo piuttosto che di un Siciliano?
Io penso che tutti noi lettori dovremmo condannare queste licenze giornalistiche, manifestando in forma scritta la nostra disapprovazione: questo è l'unico ma potente mezzo che abbiamo per modificare lo stato delle cose.