excalibur
Periodico dell'Associazione culturale "VICO SAN LUCIFERO"

n. 60 - giugno 2010

Sommario

politica e attualità

Israele e il Diritto internazionale

Una nuova stagione politica

economia

Il sistema elettrico sardo

storia e cultura

Suicidio e tentato suicidio:
il problema


Libri: Le origini della destra
in Sardegna


Il vero processo che portò
all'unità d'Italia



Pdl: disfatta di un partito che non c'è
di Angelo Abis
Le elezioni sarde del 13 di giugno sono andate come dovevano andare. C’è un detto: «accontentati di quello che passa il convento», nel senso che non hai alternative alla cucina del momento. Del resto il detto, che sa molto di realpolitik, è italiano e non sardo. E non esiste al mondo uno più “impolitico” del Sardo. Non è colpa sua: è stato appena sfiorato dal vento tutto ideologico della rivoluzione francese e del patriottismo risorgimentale italiano. Partiti, ideologie, programmi sono considerati un optional certo importante, ma non proprio indispensabile.
Alle elezioni del 30 maggio e del 13 giugno si è trovato di fronte due schieramenti che per idee, programmi e progetti non differivano granché, com’è logico che sia in elezioni amministrative. Quanto agli uomini, eccelsi e schiappe erano equamente ripartiti in entrambi gli schieramenti, e gli elettori, sin dal primo turno, hanno eliminato le schiappe e premiato i migliori, senza guardare molto il colore politico.
Ma questo non spiega perché l’elettorato abbia disertato in massa il ballottaggio, dando una sonora legnata al Pdl e trattato meno peggio il Pd, regalandogli, di fatto, tutta la posta in giuoco.
Elettorato impazzito? No: mai tanto razionale come questa volta. Diciamo che l’elettorato di sinistra si è trovato di fronte un partito diviso, sgangherato, che ancora non ha digerito la sconfitta di Soru, ma che ha saputo stringere i denti, serrare i ranghi, mostrare molta umiltà, lottare sino alla fine per onorare sé stesso e non certo per una vittoria che sembrava irraggiungibile. L’elettorato di destra ha invece avuto a che fare con qualcosa che tutto si poteva chiamare, fuorché partito. Può chiamarsi esercito una struttura militare che vanta un po’ di generali e colonnelli con i corrispettivi attendenti, autisti e cuochi, senza fanti, caporali, sergenti, ufficiali? Ebbene, il Pdl vanta segretari regionali, provinciali, cittadini, blasonatissimi: si va dal sindaco al senatore, ma non ha iscritti, o quasi.
E le migliaia di ex iscritti di An e Forza Italia? Mandati a casa dopo le elezioni politiche del 2008, nessuno si è più degnato di sentirli o convocarli. Del resto ormai per farsi eleggere a certi livelli basta rientrare nell’elenco dei candidati sicuramente eletti, i voti poi tanto li procura Berlusconi. Per il resto è meno complicato compilare la dichiarazione dei redditi che iscriversi al Pdl. Dopodiché la discesa in campo del Pdl è apparsa per quello che era: pochi protagonisti, per di più in guerra tra di loro, con la presunzione che battere la sinistra fosse facile come era stato facile battere Soru, dimenticando che Soru si era in parte suicidato e in parte era stato sconfitto perché Berlusconi aveva fatto tutto lui: scelto il candidato, organizzato e diretto la campagna elettorale. Fosse stato per loro, starebbero ancora litigando sul nome del candidato alla presidenza della regione.
I poveri elettori di destra, che pure sono di poche pretese, non hanno retto allo spettacolo inverecondo: non si sono presi la briga neppure di votare contro o scheda bianca. Sono rimasti a casa. Magari sognando un bel partito di destra, organizzato, che so, qualcosa che assomigli alla Lega di Bossi.