EXCALIBUR 67 - dicembre 2011
L'Italia in Libia (II parte)
Gli investimenti italiani in Libia furono imponenti
di Emilio Belli
Sopra: veduta del lungomare e del porto di Tripoli
Sotto: a sinistra pianta di Bengasi risalente al 1929; a destra il villaggio agricolo intitolato al martire triestino Guglielmo Oberdan, costruito nel 1938 in Cirenaica
Le industrie.
La regione più industrializzata della Libia era la Tripolitania, nella quale, stando al censimento della Camera di Commercio, nel 1928 erano in attività 3.653 imprese, di cui 2.340 ubicate nella capitale. Gli addetti erano in totale 11.935, impiegati in prevalenza nel comparto del tessile e del vestiario, delle costruzioni, dell’alimentare, della meccanica e delle pelli.
Era ben sviluppata anche l’industria del mare, la quale era correlata alla produzione del sale, allo sfruttamento dei ricchi banchi di spugne esistenti lungo la costa libica, alla pesca e alla lavorazione del tonno. In questo campo, con 14 tonnare in attività e con una punta di pescato che nel 1930 aveva raggiunto i 6.932 esemplari, la Tripolitania deteneva il primato nell’ambito del Mediterraneo.
Valutando la situazione della Colonia nel suo complesso, fra gli stabilimenti industriali di maggiore importanza vanno ricordati: la Manifattura Tabacchi di Tripoli, che dava lavoro a 200 operai e in larga misura veniva alimentata dal prodotto coltivato nella zona del Garian; la salina di El-Mellaha, posta a 14 km da Tripoli nel sito di un antico stagno costiero, che essendo modernamente attrezzata e dotata di 75 vasche evaporanti e 11 ettari di caselle salanti era in grado di assicurare una produzione di 26 mila tonnellate annue; le fabbriche di birra di Tripoli e di Bengasi, che producevano anche il ghiaccio ed erano fornite di capienti frigoriferi per la conservazione delle carni; l’Opificio vestiario Bombarda di Bengasi e le centrali elettriche di Tripoli e Bengasi, che fornivano l’energia necessaria alle due città, alle industrie e alle concessioni agricole.
Anche l’attività turistica contribuì non poco a valorizzare la Libia, data l’esistenza di una articolata rete alberghiera e di efficienti linee di autobus gran turismo, che permettevano di raggiungere le località più suggestive ed i siti dove erano state riportate alla luce le antiche città di Sabratha, Leptis Magna e Cirene. Inoltre, a fini promozionali, si era dato vita ad iniziative che ottennero ampio successo: gli spettacoli operistici e le manifestazioni musicali che si tenevano nel restaurato teatro di Sabratha; la Zona Archeologica di Cirene, istituita nel 1930, ed i musei allestiti a Tripoli, Bengasi, Apollonia, Barce, Tocra e Tolmeta; il Gran Premio di Tripoli, competizione automobilistica di rilevanza internazionale, che si disputò dal 1925 al 1940; ed infine la Fiera Campionaria di Tripoli, ideata dal governatore Emilio De Bono per fare della città un centro di attrazione commerciale. Essa aprì i battenti nel 1926 e dalla quarta edizione si trasformò in Rassegna Internazionale Interafricana, ospitando espositori di diversi stati esteri e produzioni provenienti da ogni parte del Mediterraneo, compresa la Sardegna. Al riguardo è nota la partecipazione per alcuni anni del Mobilificio Cao di Cagliari.

La colonizzazione.
La Libia, che dagli anticolonialisti era paragonata ad uno “scatolone di sabbia” - ma che oggi, più benevolmente, viene considerata “il cortile di casa” - rappresentava per la potenzialità della sua agricoltura una valida alternativa all’emigrazione italiana ed una soluzione al problema della disoccupazione. In tale ottica, si misero in campo diversi strumenti per valorizzarla, ed il punto di partenza fu la costituzione, prima della Grande Guerra, tanto a Tripoli come a Bengasi, dell’Ufficio Agrario, che aveva molteplici compiti fra cui la creazione di vivai, la sperimentazione delle colture, l’assistenza tecnica ai coloni e, non ultima, la salvaguardia dell’ambiente.
Seguì, nei primi anni Venti, la fondazione in ambedue le città della Cassa di Risparmio, con lo scopo precipuo di finanziare le imprese agricole mediante mutui fondiari a lunga scadenza e crediti di esercizio, ma che ebbe un ruolo significativo anche in campo urbanistico.
A queste due iniziative si accompagnava la demanializzazione dei terreni incolti, che si rivelò di non facile attuazione a causa dell’influenza della legislazione ottomana e delle usanze locali. Ma una volta superati tali impedimenti, il patrimonio demaniale si accrebbe moltissimo passando dai 9.300 ettari acquisiti fino al 1922 ai 770 mila del 1937.
Utili indicazioni su quali fossero le prospettive per un popolamento su vasta scala si ricavano dall’articolo del Sottosegretario per le Colonie, Alessandro Lessona, pubblicato nel 1932 sul numero speciale della Rassegna Italiana dedicato alla Libia. Il progetto delineato interessava 300 mila ettari di terreno demaniale da destinare a coltura intensiva, la costruzione di 100 borgate rurali e l’insediamento di 20 mila famiglie contadine, equivalenti a 100 mila persone.
Ed in merito vengono forniti anche i costi, stimati in 100 milioni di lire per le borgate e 800 per la sistemazione dei coloni. La spesa prevista per ogni famiglia era di 40 mila lire (attualizzabili in 75 milioni di vecchie lire) così ripartite: 2 mila per il viaggio di trasferimento, 15 mila per edificare l’abitazione, 8 mila per l’impianto del pozzo e l’apparato di sollevamento dell’acqua, 5 mila per masserizie, attrezzi da lavoro, animali e sementi, e 10 mila per sovvenzionare i primi due anni di attività dell’azienda.
Dietro il pagamento di un modesto canone annuo, per la durata di un trentennio, il colono sarebbe entrato in possesso del fondo.
A causa della particolare morfologia del territorio, della prolungata rivolta delle tribù della Cirenaica e della crisi economica mondiale, questa ambiziosa operazione si concretizzò soltanto in parte.
Vennero comunque poste le basi per la sua realizzazione. Nelle intenzioni il popolamento della Libia doveva essere principalmente di tipo colonico, ma si sviluppò con due diverse modalità. Infatti, la valorizzazione agricola del territorio ebbe dapprima un carattere più marcatamente estensivo, e ad avviarla furono le grandi fattorie sorte per iniziativa di società private che avevano acquistato il terreno dai proprietari indigeni e venivano sostenute dal Governo con agevolazioni fiscali e di altro genere.
Solo in un secondo tempo entrarono in attività le imprese di minori dimensioni insediate in area demaniale.
Nella Tripolitania, dei 200 mila ettari indemaniati nel periodo 1923-1930 ne era stata valorizzata la metà ad opera di 394 aziende (349 in concessione e 45 gestite da privati) che avevano costruito 1.238 edifici rurali, scavato 1.100 pozzi e posto a dimora 500 mila mandorli, 950 mila ulivi, 11 milioni di viti, 230 mila gelsi, 250 mila alberi da frutto e 700 mila alberi forestali.
Tuttavia, a fronte di questi ragguardevoli risultati, si era fatto poco per il popolamento, in quanto le famiglie coloniche insediate nei fondi erano appena 744.
In Cirenaica, i terreni che nello stesso periodo erano stati incamerati dal demanio non superavano i 60 mila ettari, 15 mila dei quali dati in concessione a 26 imprese private. Le più importanti, fra quelle attive nel Gebel, erano l’Unione Coloniale Italo-Araba (U.C.I.A.), che aveva realizzato una grande fattoria nei pressi dell’oasi di Guarscià, posta sulla via per Solùch, e la Società Toscana Imprese Coloniali (S.T.I.C.), che nel territorio di Barce e di Tolmeta disponeva di 2 mila ettari di terreno.
Negli anni Trenta, si mutò indirizzo, evitando di assegnare zone molto estese a pochi concessionari e dando la preferenza all’agricoltura intensiva con lo scopo di favorire la formazione della piccola e media proprietà contadina.
Per attuare questa politica, il Governo italiano si avvalse principalmente dell’Ente di Colonizzazione della Libia e dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, che nel periodo 1933-39 diedero un forte impulso all’appoderamento colonico, soprattutto in Cirenaica, scavando pozzi artesiani, costruendo acquedotti, strade vicinali, decine di centri rurali e centinaia di case.
In ogni villaggio era presente la chiesa, la scuola, l’ambulatorio, lo spaccio, il dopolavoro e l’ufficio postale: alle 26 borgate destinate ai coloni italiani se ne aggiungevano altre 10 per gli indigeni, realizzate con criteri analoghi ma dotate di moschea.
Agli enti preposti era affidata la pianificazione delle coltivazioni e la gestione sia dei raccolti che delle concessioni. Il convoglio di 16 piroscafi, che nel novembre del 1938 trasportò a Tripoli 4 mila famiglie di contadini (20 mila persone) provenienti da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata, costituì il momento culminante della colonizzazione.
Il censimento Istat del 1939 attribuiva alla Libia una popolazione di 876.563 abitanti, che comprendeva 108.419 italiani (12,37 %), dei quali 41.304 residenti a Tripoli e 20.628 a Bengasi. I restanti erano in larga parte coloni.
A causa della sconfitta dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, la comunità italiana subì un forte decremento, ma una consistente aliquota di nostri connazionali continuò a vivere in Libia fino al 1970, anno in cui il Col. Muammar Gheddafi, che due anni prima aveva detronizzato re Idris, ne decise l’espulsione ed il trasferimento dei loro beni allo Stato libico.