excalibur
Periodico dell'Associazione culturale "VICO SAN LUCIFERO"

n. 76 - febbraio 2014

Sommario


Bankitalia? Bancadichi?
Decreto Bankitalia al netto degli strilloni e dei potenziali stupratori
di Salvatore Sirigu

Una delle tante (inutili) manifestazioni che hanno attraversato l'Italia
L’ultimo decreto legge cosiddetto “Imu-Bankitalia” convertito nella legge n. 5/2014 è la conferma della volontà della finta destra e finta sinistra attualmente al governo di proseguire nel processo di privatizzazione della Banca degli Italiani.
Partiamo dal 1936 e dal provvedimento emesso dallo Stato Fascista. In quell’anno diventa istituto di diritto pubblico e ha la funzione di vigilare sulle banche italiane e di emettere moneta. Il capitale ammontava a circa € 156.000,00, detenuto esclusivamente da istituti di credito pubblici.
Gli anni ’90 hanno decretato la privatizzazione delle banche italiane, incluse quelle che già detenevano il capitale di Bankitalia. Quindi la banca centrale degli Italiani cambia volto e imbocca il triste viottolo della prevalenza delle lobbies private. Ciò avviene senza grandi attenzioni da parte dei mass-media e con tanti politici, già antisistema, distratti dalla scalata al potere politico. Viceversa, in quel momento storico, una classe politica all’altezza avrebbe dovuto scegliere di garantire la Banca d’Italia, quale istituto di diritto pubblico e quale banca centrale della Repubblica Italiana, preservando il capitale nelle mani di enti assolutamente pubblici. Bastava una legge!
E invece no, si lascia fare alle lobbies illuminate tutto il lavoro funzionale al controllo privato di un ente di diritto pubblico (oramai solo formalmente) come la Banca d’Italia; talmente costoro hanno campo libero a tramare nell’ombra che soltanto nel settembre 2005 viene reso ufficialmente disponibile da Bankitalia l’elenco degli azionisti.
Oggi con l’ultimo decreto sopracitato si aumenta il capitale di Bankitalia sino a sette miliardi e mezzo di euro, quindi le varie banche private (Unicredit, ecc.) si ritrovano a disporre di quote di partecipazione pari complessivamente alla stessa cifra. Come si è potuto tecnicamente aumentare questo capitale da 156.000,00 a 7,5 miliardi? Lo dice il decreto: «mediante utilizzo delle riserve statutarie».
Rispondetevi se si tratta di regalo o no alle banche!
La ciliegina è rappresentata dal fatto che, sempre a seguito dell’aumento di capitale, i dividendi per queste banche private potranno salire sino a 450 milioni annui a fronte di una tassa una tantum di circa 900 milioni da versare allo Stato; infine, a causa del meccanismo del tre per cento massimo di partecipazione al capitale, questi enti creditizi e assicurativi privati potranno o meglio dovranno vendere le quote in eccedenza con ingenti ulteriori introiti a loro favore.
Quindi? Banche più al sicuro... e il cittadino e l’impresa?