EXCALIBUR 78 - aprile 2014
Gaetano Pattarozzi a cent'anni dalla nascita
La vita breve di un poeta inattuale
di Angelo Abis
Sopra: copertina della ristampa dell'Aeropoema Futurista della Sardegna di Gaetano Pattarozzi, a cura dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari
Sotto: Filippo Tommaso Marinetti a Cagliari nel 1938 con a fianco Gaetano Pattarozzi, che indossa la divisa degli Universitari fascisti
Gaetano Pattarozzi nacque a Cagliari il 25 gennaio del 1914, il padre Mario di Villasalto era avvocato, la madre, Mariuccia Cocco Ortu, Cagliaritana, era figlia del noto ministro Francesco Cocco Ortu.
Era senz’altro un buon carattere. Suo cugino, nonché figlioccio, Paolo, così lo descrive: «Mio cugino Gaetano, noto Gaetanino [...] quando arrivava (a Villasalto in vacanza, n.d.r.) portava con sé una folata di allegria e spensieratezza. Smilzo e biondino rideva sempre. [...] Era poeta futurista, pupillo di Marinetti. [...] Era intelligente, disinteressato e altruista».
Concluse gli studi classici presso la scuola militare “La Nunziatella” di Napoli. Iscrittosi alla facoltà di lettere dell’Università di Cagliari, combinò un percorso di studi brillante con l’impegno politico ed artistico esercitato nell’ambito del Guf (Gruppo universitario fascista).
Collaboratore della rivista del Guf “Sud-Est”, pubblica nel 1936 due raccolte di poesie: “Canzoni d’Africa” e ”L’eremitaggio”. Nel ’37 avvenne l’incontro con T. F. Marinetti, il fondatore del futurismo, venuto in Sardegna per partecipare alle celebrazioni sarde.
Una rassegna culturale nell’ambito della quale un illustre personaggio sardo veniva, diciamo così, “celebrato” da un illustre personaggio “continentale”. A Marinetti toccò l’onore di celebrare il grande poeta regionale Sebastiano Satta. Marinetti fu subito colpito dalla personalità umana ed artistica di Pattarozzi tanto da parlarne sempre in termini estremamente lusinghieri. Di lui dice: «Sangue sardo + Futurismo x Fascismo = Gaetano Pattarozzi, grande aeropoeta non preveduto dagli avi». Oppure quando ne presentò la più importante opera “Aeropoema futurista della Sardegna”: «Sopravanza tutti prendendo arditamente la ribalta un aeropoeta venuto da Cagliari: Gaetano Pattarozzi. Venticinquenne, occhi verdi, alto, snello, viso insieme ardito e femminile. Sardo per concisione di pensiero e gesti, ma giunco al vento se declama le sue liriche. Capace di mutarsi da flauto in brontolone camino di nuraghi, questi catarrosi bronchi degli inverni sardi. Con voce di scure, Gaetano Pattarozzi fende le moltissime obiezioni delle retroguardie di un passatismo sconfitto e in rotta».
Il sodalizio con Marinetti segna indelebilmente l’impegno artistico di Pattarozzi: ripudia la sua precedente produzione poetica, costituisce il gruppo futurista sardo “Sant’Elia”, trasforma il suo giornale “Ariel” in “Mediterraneo Futurista”, che presto diventerà l’organo ufficiale del movimento futurista.
Nel 1940 si trasferisce a Roma dove prosegue la sua attività con “Mediterraneo futurista”. Pubblica nel ’41 “Carlinga di aeroporti futuristi di guerra”, dove appare una versione ridotta del suo poema del ’39 insieme alle liriche di altri esponenti nazionali dell’ultimo futurismo.
Sarà questa l’ultima opera di poesia del poeta sardo conosciuta, poiché tutta la successiva produzione poetica dell’artista è andata irrimediabilmente perduta: solo alcune liriche, non certo di stile futurista, furono pubblicate nel ’59 dal suo amico Pino Romualdi, in occasione della morte del poeta. Pattarozzi abbracciò sino in fondo la causa della guerra dell’Asse contro il mondo anglossassone spiegandone le ragioni in due opere di carattere politico ideologico: “Inghilterra fogna del passatismo” del ’41 e “Civiltà colonizzatrice tedesca” del ’42.
Non sappiamo nulla di come Pattarozzi affrontò le vicende relative al 25 luglio e all’8 settembre del ’43.
Una cosa è però certa: come Marinetti, Folgore, Dessy, Settimelli, anche Pattarozzi sceglie di schierarsi con la R.S.I., con la non piccola differenza che fu l’unico futurista ad imbracciare il mitra e a sporcarsi le mani nella guerra civile che insanguinò l’Italia divisa in due tra il ’43 e il ’45. Lo ritroviamo, infatti, nel comune di Amelia, in provincia di Terni, nell’Umbria, in qualità di commissario federale del fascio locale nonchè di commissario ausiliario di polizia.
Ecco la descrizione che ne fa lo storico umbro Marcello Marcellini: «Il 12 marzo del ’44, Coppo (Federale di Terni, n.d.r.) una volta giunto ad Amelia, si incontrò con Gaetano Pattarozzi, commissario federale del fascio locale, nonché commissario ausiliario di polizia ,il quale volle accompagnarlo ad Alviano con la sua Fiat 1100 nera guidata dal giovane autista Luigi Senisi, ausiliario di polizia di diciannove anni».
Al rientro da Alviano, «mentre la macchina stava per attraversare un ponticello, sbucarono cinque uomini armati che scaricarono i loro moschetti contro la macchina, dandosi poi alla fuga. L’autista Senisi, colpito al cuore e a un polmone spirò quasi subito. Due pallottole sfiorarono le guance di Pattarozzi mentre un’altra gli bruciò i capelli. Coppo rimase ferito alle mani e al volto da schegge di vetro. [...] Il fatto preoccupò tutti gli abitanti di Alviano, che deplorarono l’accaduto, mentre molti presagirono le conseguenze che dall’atto insano, quanto inutile, sarebbero scaturite. [...] Alle ore 16 del 13 marzo piombò su Alviano un camion tedesco con una trentina di paracadutisti, una squadra di agenti del commissariato di Amelia e alcuni militi della G.N.R. tutti agli ordini di un certo capitano Schweigher. A breve distanza sopraggiunse una macchina con quattro uomini in borghese, fra cui Pattarozzi. Altri arresti da parte della polizia di Amelia si susseguirono sino ai primi di maggio».
Di seguito Marcellini (dando voce alle testimonianze degli arrestati) descrive le torture fatte infliggere da Pattarozzi nel corso degli interrogatori: «Le tecniche escogitate da questo singolare personaggio per fare parlare gli arrestati furono le più varie e, si deve riconoscere, abbastanza efficaci. Lui, giornalista, poeta futurista amico di Marinetti, e per giunta sposato con una professoressa di lettere, non era certo tipo da usare le mani. Questo compito lo lasciò ai suoi subordinati. Si cominciava con i pugni e con gli schiaffi e poi, se il malcapitato si ostinava a non parlare, si passava alle frustate, vibrate con una fune bagnata e annodata. [...] Evodio Santi per la prima volta riuscì a resistere a quei “tormenti”, come li definì, ma quando fu sottoposto alla seconda flagellazione confessò di essere stato lui ad uccidere Pietro Manunta. Sante Carletti, dopo essere stato percosso e fustigato, fece i nomi sia degli uccisori di Manunta sia degli attentatori del federale e di Pattarozzi. [...] Ai detenuti non furono soltanto inflitte torture fisiche, ma anche psicologiche. In questo campo il commissario Pattarozzi dimostrò di possedere notevoli doti di fantasia. La sua specialità erano le finte esecuzioni. Ad esempio, durante gli interrogatori che conduceva, impugnando sempre la pistola, ogni tanto lasciava partire un colpo che sfiorava la testa del detenuto. [...] Malgrado i numerosi rastrellamenti, soltanto alcuni della banda dei partigiani di Alviano erano stati arrestati. A questo punto i fascisti ricorsero a una singolare trovata: la cosiddetta “contro banda”. Dodici di loro si sarebbero travestiti da partigiani e, dopo essersi recati nella zona di Alviano, avrebbero cercato di carpire informazioni ai contadini. [...] L’insolito piano sembrava ricavato dalla trama di un film di avventure e questo ci induce a pensare che alla sua ideazione non sia rimasto estraneo il commissario Gaetano Pattarozzi».
Per tutti questi episodi Pattarozzi a partire dal ’45 fu processato in contumacia, ma, a questo punto, Marcellini prosegue il suo racconto con un colpo di scena:
«Inaspettatamente, il 21 ottobre 1946, si presentò (Pattarozzi, n.d.r.) al suo ufficio (del giudice istruttore, n.d.r.) accompagnato da un brigadiere dei carabinieri e dal capitano Anzil. [...] L’ufficiale americano intervenne per precisare che il prigioniero era stato accompagnato dal giudice soltanto per essere interrogato e non per essere consegnato alla magistratura italiana. [...] L’imputato affermò che avrebbe voluto presentarsi prima per difendersi, ma non aveva potuto ottenere il relativo permesso da parte delle autorità militari alleate».
Aggiunse che «si era recato ad Alviano il giorno 12 marzo 1944 per impedire che i paracadutisti comandati dal maggiore tedesco Schweigher incendiassero l’intero paese. [...] Avrebbe anche ottenuto che le persone arrestate fossero consegnate a lui e non portate a Sangemini al comando tedesco. Una volta condotti al commissariato di Amelia, gli Alvianesi non sarebbero stati seviziati, anche se alcuni di loro subirono percosse da parte dell’agente ausiliario Nello Barbaccia. Pattarozzi ammise di aver detto ad alcuni detenuti che sarebbero stati fucilati. Con questo sistema (e non con le sevizie) disse di essere venuto a sapere che il movente dell’uccisione di Pietro Manunta sarebbero stati soltanto i soldi. [...] Al termine dell’interrogatorio Gaetano Pattarozzi volle che fosse verbalizzata la seguente dichiarazione: “Ho agito sempre in buona fede per puro spirito di italianità e ritenendo di ubbidire al governo legittimo. Non ho mai collaborato con i Tedeschi. [...] A questo proposito tengo a precisare che il 26 maggio del 1944 venni arrestato dai Tedeschi e trasferito al carcere di Perugia. [...] venni condannato a morte dal tribunale militare tedesco di Perugia per sabotaggio, essendomi rifiutato di obbedire ai loro ordini, e per aver bastonato un ufficiale tedesco. Contro questa sentenza feci ricorso al maresciallo Kesserling; nelle more del ricorso precipitarono gli eventi, così potei ottenere la libertà. Esibisco alla S.V. in visione il Mod. 43, rilasciatomi dal direttore delle carceri di Perugia ed attestante la mia detenzione in detto periodo».
Marcellini esprime molti dubbi sulla deposizione di Pattarozzi, eppure non può fare a meno di ammettere che «comunque per alcune sue affermazioni vi erano dei riscontri oggettivi. Era innegabile, infatti, che nonostante fossero stati individuati coloro che avevano ucciso Pietro Manunta, nessuno di costoro era stato fucilato dai fascisti. Anche la circostanza del suo arresto da parte dei Tedeschi trova conferma nella dichiarazione scritta del direttore dell’Istituto salesiano».
Pattarozzi, dopo che l’Umbria venne occupata dagli alleati, si rifugiò a Parma dove svolse l’incarico di commissario del comune ed al contempo rivestì il grado di capitano della brigata nera locale. Dopo il 25 aprile, catturato una prima volta dai partigiani, fu da questi così selvaggiamente percosso che lo lasciarono a terra ritenendolo ormai morto. Rimesso in sesto da mani pietose, fu nuovamente catturato, ma riuscì a fuggire. Riacciuffatto, fu portato innanzi al plotone di esecuzione, e, a questo punto, lo salvò il provvidenziale intervento di una camionetta americana.
Proseguiamo col racconto dello storico umbro: «era finito (Pattarozzi, n.d.r.) fin dall’aprile 1945 nelle mani degli Alleati con i quali collaborava, “alle dirette dipendenze del capitano Anzil della polizia americana” per individuare i responsabili di alcuni crimini di guerra. Ma una volta cessata questa collaborazione con gli Americani, sarebbe stato consegnato agli Inglesi, che avevano intenzione di fucilarlo per aver scritto il saggio distribuito fra le forze armate italiane dal titolo “Inghilterra fogna di passatismo”».
Pattarozzi riuscì a fuggire prima di essere condannato a morte dagli Inglesi e si nascose in un convento.
Successivamente, assieme a sua moglie, si trasferì in un paesino vicino a Bari e vi rimase circa 5 anni fino a quando tutti i procedimenti penali a suo carico vennero definiti con la concessione dell’amnistia Togliatti.
Rientrato a Cagliari nei primi anni cinquanta, si ributtò nella mischia: Fu eletto segretario provinciale del M.S.I. nel ’51 e fu candidato alle elezioni politiche del ’53. Nel 1959, sofferente di cuore, fu ricoverato nell’Ospedale Civile di Cagliari, ove morì all’età di 45 anni.
Celebrare il centenario della nascita di un “grande” del futurismo sardo ha oggi un senso? Forse no. E infatti, a parte noi, nessuno si ricorderà di questo poeta cagliaritano tanto straordinario quanto inattuale. Si può immaginare nella Sardegna d’oggi che impettita e convinta dice no al nucleare, alle trivelle del metano e del petrolio e persino a quelle per lo sfruttamento dell’energia geotermica, che storce il naso di fronte alle pale eoliche, alle centrali a carbone e a tutto ciò che emani fumo, qualcuno che canti:
«Accogli il nostro sogno ambizioso / di cantieri e officine / lo splendore geometrico / delle turbine / Spargi d’acidi i lentischi ed i mirti delle valli / [...] trasforma le rocce in cemento e cristallo / [...] Questo canto che mi sanguina in gola / che nessuno ti disse nel passato / Ricordalo nei secoli che verranno / Quando l’elettricità condensata / in gigantesche centrali / feconderà la tua terra / d’una giovinezza nuova»