EXCALIBUR 83 - dicembre 2014
La giornata della memoria
Occorre ricordare le travagliate origini di una giornata dedicata al ricordo
di Gian Franco Anedda




Sopra: Roberto Menia ed il "Giorno del Ricordo": una vittoria per chi ama l'Italia e la verità storica
Sotto: i confini orientali d'Italia, per decenni teatro di scontro diplomatico, e le città colpite dal dramma delle foibe
Per l'iniziativa, la volontà, l'impegno dei deputati di Alleanza Nazionale, venne restituita nel 2004, dieci anni fa, la Giornata della Memoria, per ricordare le vittime delle Foibe.
È opportuno tenere viva la memoria e il ricordo con le parole dell'On. Roberto Menia e di altri parlamentari di A.N.

«Accolsi con orgoglio, commozione e volontà di impegno l'incarico di relatore della proposta per l'istituzione della giornata in memoria delle vittime delle foibe.
Orgoglio perché mi lusingava la prospettiva di portate all'approvazione, dopo tanti anni e tanto insistere, la proposta.
Commozione per sentire riaffiorare nella memoria le sofferenze di tante vittime innocenti e intenzionalmente dimenticate.
Impegno come debito di riconoscenza nei confronti del presentatore, l'amico e collega Menia.
Poi vicende politiche, collegate al mio impegno quale Presidente del Gruppo parlamentare, mi hanno costretto a rinunziare all'incarico di relatore.
Quando la proposta è divenuta legge dello Stato ho sentito ancora più viva la necessità di prestare fede all'impegno. È questa una delle ragioni che mi hanno indotto, con l'assenso e l'approvazione di tutti i deputati di Alleanza Nazionale, a ripercorrere, attraverso gli interventi parlamentari, il tormentato cammino della proposta.
Nel leggerli e impossibile sottrarsi all'emozione.
Al di là del doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime e, quindi, alle vittime di una strage motivata solo dall'odio, questa legge significa qualcosa di più. Un grande passo in avanti affinché l'Italia abbia una memoria condivisa, affinché si concluda la stagione dell'odio, affinché noi Italiani riusciamo ad accettare, tutti e tutti insieme, il nostro passato. Nel bene e nel male. L'avvenire di un popolo non può essere fondato, come è accaduto nei lunghi anni della prima repubblica, sulle divisioni, sui rancori ideologici, talvolta misero alibi per diaspore personali.
Desidero, ancora una volta, esprimere il ringraziamento di Alleanza Nazionale al Presidente Gianfranco Fini, al coordinatore Ignazio La Russa, a tutti i parlamentari di An, per il grande, convinto sostegno. Al collega Menia un particolare riconoscimento; senza la sua commossa fatica, senza la sua caparbietà, non avremmo avuto la legge; le vittime delle foibe sarebbero rimaste sepolte nell'oblio. Senza il suo impegno non avremmo ascoltato, come è accaduto alla Camera, le parole di rincrescimento, quasi di scuse, di molti esponenti politici, richiamati alla realtà ed alla umanità proprio dai fatti rievocati con la proposta di legge.
Vorrei dire che un tale risultato è sufficiente a dare significato all'intera legislatura, forse a dare un senso ad una intera vita
».

Gian Franco Anedda, Presidente del Gruppo Parlamentare di An

«Metto ai voti il disegno di legge n. 2752, nel suo complesso.
È approvato. Risultano pertanto assorbiti i disegni di legge nn. 2189 e 2743
».
Con queste scarne, ancorché solenni, parole, il Presidente del Senato On. Marcello Pera annunciava il 16 marzo 2004 l'approvazione della legge che istituisce il Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati.
Con quel voto, che seguiva quello analogo espresso dalla Camera dei Deputati l'11 febbraio 2004, si è conclusa una annosa battaglia etica e politica condotta quasi completamente in solitudine da Alleanza Nazionale.
Da anni infatti Alleanza Nazionale poneva all'attenzione del Parlamento la questione relativa alle vicende che sconvolsero il confine orientale negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale e nei primi anni del dopoguerra.
Una vittoria quella ottenuta dal nostro partito costruita mese dopo mese attraverso la presentazione costante e continua di proposte di legge, mozioni, ordini del giorno e atti di sindacato ispettivo.
Riteniamo opportuno ripercorrere assieme tutti quei passi che hanno portato, seppure in maniera tardiva e forse ancora perfettibile, quantomeno al riconoscimento del dramma e del sacrificio delle nostre genti in quelle terre le quali non solo subirono la tragedia del più massiccio esodo che la storia moderna ricordi, non solo subirono l'oltraggio di vedersi privare di tutto ciò che erano riusciti a costruire nell'arco di una vita, ma che anche provarono il lancinante dolore di quella vergogna storica che sono state le foibe.
Prima di iniziare l'analisi attenta e documentale del materiale prodotto in questa azione politica giova ricordare che l'indiscusso e indiscutibile alfiere di questa certosina operazione di ricerca della verità storica è stato, e continuerà ad esserlo anche per il futuro, l'On. Roberto Menia e proprio dalla sua proposta di legge diventata poi, come visto, il 16 marzo 2004 legge dello Stato, intendiamo iniziare questo nostro excursus, abbinandola alla toccante dichiarazione di voto che, sempre l'On Menia, ha formulato in nome e per conto del gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale l'11 febbraio 2004 poco prima che la Camera licenziasse il provvedimento.

Dichiarazione di voto dell'On. Roberto Menia in occasione del voto sulla proposta di legge 1874 recante in oggetto “l'istituzione del giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe dell'esodo gíuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”.

Roberto Menia: «Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho voluto portare con me un documento raro e difficilmente reperibile. Si tratta di un giornale datato 11 febbraio, dunque proprio la data di oggi, ma del 1947. Il nome del giornale è "Il grido dell'Istria", che usciva in clandestinità in Istria (esso diceva "esce dove, come e quando può") e che era il giornale della Resistenza istriana e del Cln istriano, e che dunque non era scritto dai fascisti. Si era all'indomani della firma del Trattato di pace.
"Finis Histriae: 10 febbraio. Istria non è più Italia. In una funebre e piovigginosa giornata si è sanzionato il destino di questa terra nobilissima, voluto dalla cinica e criminosa volontà dei vincitori. Per un momento, di fronte allo spaventoso avvenire di questa nostra terra, lo sgomento ci ha assaliti. 10 febbraio 1947: una data ben più tragica di quella che ricorda il distacco dei nostri cari. E sono migliaia infoibati e deportati. Più che l'immediata e incombente persecuzione in atto - arresti, processi, saccheggi - ci ha raggelato il pensiero dell'Istria destinata a precipitare nella più oscura barbarie. Ma qualcos'altro c'era ancora nella nostra anima: la memoria delle innumerevoli vittime di questo maledetto flagello che ha nome Tito abbattutosi sull'Istria, l'esempio luminoso di chi per la nostra causa ha sacrificato la vita, la visione delle torture fisiche e morali indicibili di un popolo nobile e fiero. Certi allora di interpretare la sdegnosa ribellione di tutti gli Istriani di fronte all'infame diktat di Parigi che ci toglie la vita ci è apparso chiaro il nostro assoluto dovere: continuare sino alla fine la lotta per la difesa della giustizia e della libertà, nomi troppe volte infangati ma per noi ideali operanti del popolo istriano. Possa soccorrerci la fede dei nostri fratelli e l'aiuto di Dio".
Questo scriveva "Il grido dell'Istria". Fu l'ultimo numero di quel giornale. Non uscì più. Pola, in quel mese, si svuotò. Raccontano le cronache di quei tempi che cadeva la neve e c'era il rumore irreale dei martelli che piantavano i chiodi per chiudere le casse, perché si portava via tutto. Ci sono le fotografie a documentare i poveri abitanti di Pola che portano via tutto quello che potevano: le insegne dei negozi, i quadri antichi, i ricordi di una vita. Si portò via pure la bara di Nazario Sauro. Pola, che Dante cantava nell'Inferno: "sì com'a Pola, presso del Camaro ch'Italia chiude e suoi termini bagna".
Pola della grande arena costruita prima del Colosseo. L'esodo era determinato dalla volontà di restare Italiani e dalle persecuzioni, dalle violenze, dagli assassinii, dai saccheggi, dagli infoibamenti perpetrati dai comunisti iugoslavi. Ne parla padre Rocchi in un suo libro, che è un monumento alla tragedia delle foibe e dell'esodo.
Padre Rocchi, che oggi ci guarda da lassù, ci ha lasciato un documento che è conosciuto dalla nostra gente, dalla gente dell'esodo e non è entrato certamente nei grandi circuiti della stampa. Padre Rocchi racconta di quando, proprio in quei giorni, una rappresentanza del Cln di Pola si presentò da De Gasperi chiedendogli di garantire la presenza degli Italiani. E De Gasperi rispose: "la presenza degli Italiani resta un'indiscutibile garanzia dell'italianità e dell'appartenenza storica ed etnica dell'Istria all'Italia". Gli fu risposto: "ne siamo consapevoli, ma la popolazione ricorda con terrore le foibe e le minacce fatte dai partigiani invasori slavi; ci butteranno tutti nelle foibe". De Gasperi allora concluse "se le cose stanno così, venite con noi". E 350 mila fuggirono: la gran parte in Italia, altri dispersi in tutti i continenti.
Il poeta gradese Biagio Marin ricorda quelle vicende e parla di migliaia e migliaia di deportati, sotto gli occhi indifferenti degli anglosassoni. Molti i torturati, gli uccisi.
Gli Italiani erano semplice preda. Che cosa si poteva fare? Salvare le ragioni della vita e dell'anima per non piangere, per non farsi semplicemente distruggere da gente imbestialita, fuori da ogni legge. E il gesto degli antichi Aquileiesi fu ripetuto, con semplicità, con umana dignità, come avviene nelle grandi azioni necessarie. Pola fu abbandonata.
E poi Fiume, Rovigno, Parenzo, Pisino, Albona, Cherso, Lussino. Via via tutte le altre seguirono l'esempio. Da Fiume italiana se ne andarono 55 mila abitanti su 60 mila, da Pola italiana 32 mila su 34 mila, da Zara 20 mila su 21 mila, da Rovigno 8 mila su 10 mila, da Capodistria 14 mila su 15 mila. L'esodo svuotò una terra che da duemila anni parlava di Roma, di Venezia, di Italia: oggi ci sono quelle pietre, quei leoni, quelle arene e quegli archi a testimoniare la presenza di questa cultura, di questa civiltà e di questa lingua. Il Presidente della Repubblica Ciampi, con un messaggio di una dignità straordinaria che è un appello alla memoria di tutti gli Italiani, ha voluto rimarcare come oggi la tragedia delle foibe faccia parte della memoria di tutti gli Italiani e come la ricostruzione e la rinascita della nuova Italia costarono sacrifici grandissimi. In particolare, gli Italiani delle terre di Istria e Dalmazia furono colpiti da una violenza cieca ed esecranda e dalla sventura di dover abbandonare case e luoghi famigliari.
Lasciatemi ricordare allora anche alcune di quelle figure o di quegli episodi che sono simbolici e che ci sono stati raccontati. Voglio dedicare tutto questo anche a loro, a quelli che hanno fatto conoscere queste vicende a me come a tanti. Padre Rocchi ricorda nel suo libro la vicenda tragica di Norma Cossetto, che è un po' il simbolo della memoria della tragedia delle foibe, una ragazza che studiava all'Università di Padova e stava scrivendo una tesi sull'Istria rossa (rossa del colore della terra, il colore che deriva dalla bauxite) e che percorreva in bicicletta le strade dell'Istria raccogliendo il materiale per la sua tesi di laurea, che avrebbe fatto con il professor Concetto Marchesi. Fu prelevata, violentata e infoibata, sottoposta a torture di tutti i tipi; poi fu riesumata nuda, con i seni pugnalati, e il padre che era andato a cercarla fu infoibato.
A Norma Cossetto, Concetto Marchesi, professore comunista, volle assegnare la laurea honoris causa, e quando qualcuno gli disse che non si trattava di un'antifascista rispose che era più degna di tutti perché era morta per essere Italiana. Padre Rocchi ci ricorda la persecuzione dei sacerdoti, con don Angelo Tarticchio che fu riesumato da una foiba dell'Istria con una corona di spine conficcata sulla testa e con i genitali in bocca. Claudio Schwarzenberg - anche lui ci guarda da lassù - e Amleto Ballerini hanno raccolto le testimonianze di Fiume italiana. Ci hanno raccontato la storia di Angelo Adam, Ebreo antifascista deportato a Dachau, ritornato da Dachau e in quanto uomo innamorato della libertà, assassinato dai partigiani comunisti nel dicembre 1945.
Ci hanno raccontato di un giovane ragazzo fiumano, Giuseppe Librio, che si arrampicò coraggiosamente in Piazza Dante sul pennone dove una volta stava la bandiera italiana ed era stata issata quella jugoslava: fu ammazzato e il suo cadavere buttato tra le rovine del molo stocco. Di Zara, come ci hanno raccontato in tanti. Ricordo Oddone Talpo, una vita per la Dalmazia, anche lui ha lasciato un bellissimo libro di memorie sulla storia dei Dalmati e il loro attaccamento all'Italia. Ricordo la vicenda del farmacista Ticina, annegato con una pietra al collo insieme a tutta la sua famiglia (perché a Zara, dove non c'erano le foibe, la gente si annegava); quella di Nicolò Luxardo, buttato anche lui in mare dietro gli scogli di Zara: si trattava della famosa famiglia dei Luxardo del "maraschino".
Vedete, colleghi, anche oggi non voglio mettermi a discutere sulla tragica contabilità dei morti. Voglio dedicare questo ricordo a Luigi Papo - lui è vivo grazie a Dio e ci ascolta ora -, un uomo che ha dedicato a questa causa tutta la sua vita, che è scampato dalla prigionia e fece a sé stesso una promessa dicendo che se fosse uscito vivo avrebbe continuato a lottare per l'italianità delle nostre terre e dedicato ogni minuto libero al ricordo dei caduti. Ha raccolto in un albo d'oro dei caduti giuliano-dalmati 17 mila nomi. Non voglio fare la contabilità, ma questi sono i fatti e questi sono i dati. Le foibe, quelle che monsignor Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, nativo di Rovigno d'Istria, definì "un grande calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra".
Voglio ricordare un altro grande vescovo, monsignor Camozzo, vescovo di Fiume, che raccontava di quell'esodo e dell'amarezza di quell'esodo. "Conosco l'amarezza del distacco dall'incantevole Fiume, gemma del Carnaro. Qualcuno porta con sé un pugno di terra. Sono partiti i ricchi e sono partiti i poveri. Il sacrificio che avete fatto è grande, incommensurabile. Ora siete dispersi nei vari centri di raccolta (erano 109 i campi profughi in Italia) Da una condizione di benessere siete passati ad una vita di privazioni e di rinunce. Qualcuno chiederà: ma perché mai avete lasciato la vostra città? Non si vorrà credere che questi siano tutti delinquenti o dei criminali che sfuggono ai rigori della giustizia umana o degli ammalati presi da una pazzia collettiva! Non siete neanche degli importuni accattoni. Nel vostro sacrificio di epica portata che la storia consacrerà c'è l'espressione dolorosa dei più alti valori spirituali della propria fede e di amor patrio". Monsignor Camozzo uscì da Fiume e, per passare oltre la dogana jugoslava, tagliò in tre il tricolore che portava con sé: nel rosso ci mise un calice, nel bianco ci mise una Bibbia, nel verde ci mise un Vangelo; poi, arrivato in Italia, ricompose la sua trinità.
Voglio che l'Italia sappia anche riappropriarsi - perché è giusto ed è questo che ci chiede la gente dell'esodo - di quella memoria che le manca. L'arena di Pola precorre il romano Colosseo. Luigi Papo scrive: l'Istria è regione italiana dal 27 a.C. Perché gli Italiani devono ignorare tutto questo?
Perché devono ignorare che il nostro Gìanfrancesco Fortunio scrisse le regole grammaticali della volgare lingua nel 1516 e Fausto Veranzio da Sebenico scrisse nel 1610 un dizionario poliglotta in cinque lingue (latino, italiano, tedesco, dalmatico e ungarico)? Che il nostro Simone Filippo Stratico pubblicò in tre lingue il dizionario della marineria e che Adolfo Mussapia di Spalato dette alle stampe la sua grammatica italiana che ebbe larga diffusione nel mondo tedesco?
E perché ignorare Francesco Patrizio, poeta, storico, filosofo, amico del Tasso e dell'Ariosto? E perché tralasciare ancora un cittadino di Cherso, Giovanni Moise, autore nel 1067 di una grammatica della lingua italiana che fu adottata dal Carducci e dal Pascoli? Non ultimo, tra i nostri grandi maestri, Nicolo Tommaseo da Sebenico, autore del dizionario dei sinonimi e del dizionario della lingua italiana. Si batte la nostra gente perché questa terra d'Italia, l'Istria, non sia più ignorata e perché si ascoltino e si tengano a mente le piccole e grandi storie narrate dagli Istriani e dai Dalmati. Concludo, signor Presidente, poiché lei giustamente mi sollecita.
Vorrei ricordare tutte quelle città che adesso si chiamano con un altro nome, ma che sarebbe giusto richiamare alla memoria degli Italiani, come Ragusa di Dalmazia, più antica della Ragusa di Sicilia, che oggi si chiama Dubrovnik, come Spalato di Diocleziano, che oggi è Split, come Fiume, che oggi è Rijeka, affinché l'Italia ricordi. Ma oggi l'Italia, con questo provvedimento, si riconcilia con la sua storia e con quella grande tragedia.
L'Italia oggi compie, attraverso questo Parlamento, un gesto di riconciliazione e di giustizia. Saldiamo un debito che abbiamo, con il tributo agli infoibati, con la medaglia in cui l'Italia li ricorderà e con l'istituzione della giornata che ricorda l'esodo degli Istriani, dei Fiumani, dei Dalmati. Per me, lo dico come fatto personale, questo resta anche un fatto moralmente altissimo: sento di aver adempiuto ad un dovere, per me che sono figlio di un'esule istriana, un dovere di fronte alla memoria
(applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro e di deputati della Margherita, D.L.-L'Ulivo e della Lega Nord Federazione Padana) dei tanti che ho visto invecchiare senza che mai avessero avuto un riconoscimento: che Dio li benedica e benedica la nostra terra (applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro e di deputati della Margherita, D.L.-L'Ulivo e della Lega Nord Federazione Padana - molte congratulazioni)!».

Presidente: «Grazie Onorevole Menia per il suo contributo ed anche per la commozione che in esso ha espresso (applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale, di Forza Italia, dell'Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro e di deputati della Margherita, D.L.-L'Ulivo e della Lega Nord Federazione Padana)».

Giova ricordare che nel corso del dibattito, oltre al parlamentare giuliano avevano preso la parola anche altri esponenti di Alleanza Nazionale tra i quali l'On. Maurizio Saia, relatore di maggioranza del provvedimento, e gli onorevoli Teodoro Buontempo e Benito Paolone.
Riportiamo però un altro contributo che crediamo rappresenti tutti apportato dall'On. Ministro Mirko Tremaglia. Le parole di Tremaglia hanno nella sostanza sancito una pressoché unitaria identità d'intenti ricevendo il plauso non solo da parte dei partiti di maggioranza ma anche dei gruppi dei Democratici di Sinistra e della Margherita. Oltre a ciò ci e sembrato doveroso riportare anche l'esito della votazione e le parole del Presidente della Camera dei Deputati On. Pier Ferdinando Casini.

Mirko Tremaglia: «Signor Presidente, credo che questa sia una grande giornata per il nostro Parlamento. Il suo intervento mi ha profondamente colpito; anche la nobiltà di altri significativi interventi (quelli dei colleghi Menia, Paolone e Fassino) mi ha commosso, perché la storia e stata rispettata: essa, infatti, non deve essere mai strumentalizzata dalla politica, a fronte di questa tragedia immensa e del dramma, della sofferenza, del dolore di centinaia di migliaia di esuli che ho conosciuto in tante parti del mondo. Vorrei citare, a tale proposito, un uomo di sinistra che ha scritto parole assai significative e che penso possano servire perché oggi inizi veramente la grande pacificazione nazionale. Dice Cesare Pavese: "Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico diventa, morendo, una cosa simile, se ci si arresta, se si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che, anche vinto, il nemico è qualcuno, che, dopo averne sparso il sangue, bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue e giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante; non sono più faccenda altrui. Non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino, che ha messo a terra quei corpi, tenga gli altri inchiodati a vederli, a riempirsene gli occhi: non è paura, non è la solita viltà!
Ci si sente umiliati. Perché si capisce, si tocca con gli occhi che, al posto del morto, potremmo esserci noi! Non ci sarebbe differenza e, se viviamo, lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo, ogni guerra è una guerra civile. Ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione"
(applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale e di Forza Italia e di deputati del gruppo della Margherita, D.L.-L'Ulivo).
Sono parole di Cesare Pavese. Questa è la strada, lo dico a me e a tutti voi, il grande momento, veramente storico, della riconciliazione, della pacificazione nazionale (applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza Nazionale e di Forza Italia e di deputati dei gruppi dei Democratici di Sinistra-L'Ulivo e della Margherita, D.L.-L'Ulivo)!».