EXCALIBUR 52 - febbraio 2009
Che aria tira?
Cambiamenti climatici e pacchetto 20-20-20
di Beppe Caredda

Il pacchetto 20-20-20 ha lo scopo di ridurre le emissioni di ossido di carbonio
L'ondata di freddo abbattutasi in questo inizio d'inverno non fa che alimentare l'ironia degli anticatastrofisti. I quali non aspettavano altro per sbugiardare i profeti del riscaldamento globale e attaccare implicitamente le recenti politiche clima-energetiche dell'U.E. fondate, come si sa, sulla improrogabilità, molto discussa, di contrastare gli esiti presuntivamente catastrofici di tale controverso fenomeno.
Avverte infatti l'U.E.: «Combattere i cambiamenti climatici è una delle maggiori sfide che dobbiamo affrontare. Se non agiamo subito a livello globale per stabilizzare le temperature in costante aumento sulla superficie terrestre, il danno potrebbe essere irreparabile e il bilancio catastrofico».
Che fare quindi? Fissare «nuovi obiettivi ambiziosi per il 2020, con lo scopo di indirizzare l'Europa sulla giusta strada verso un futuro sostenibile, sviluppando un'economia a basse emissioni di CO2 (anidride carbonica) improntata all'efficienza energetica».
Insomma il famoso pacchetto clima-energia 20-20-20, approvato lo scorso dicembre dal Consiglio Europeo, con l'Italia criticamente protagonista. Il pacchetto entrerà in vigore al più tardi nel 2011 e prevede, come noto, la riduzione del 20% dei gas ad effetto serra, la riduzione del 20% dei consumi energetici attraverso un aumento dell'efficienza energetica, l'ampliamento fino al 20% della quota delle fonti energetiche rinnovabili.
Tali obiettivi sarebbero raggiungibili attraverso l'applicazione più o meno stringente di tutta una serie di misure, complesse e variamente articolate, sui cui benefici non vi sarebbero dubbi. A cominciare dal fatto, mediaticamente importante, di porre l'Europa come esempio virtuoso teso a favorire l'indispensabile accordo con gli altri Paesi grandi produttori di sostanze "clima-alteranti".
Il conto economico dell'applicazione del pacchetto 20-20-20 lascerebbe prevedere un risparmio di 50 miliardi di euro l'anno sulla fattura per le importazioni di petrolio e gas entro il 2020, a seguito anche di un approvvigionamento energetico più sicuro; si creerebbero più o meno un milione di posti di lavoro nell'industria europea delle rinnovabili a cui sarebbero da aggiungere i nuovi posti di lavoro nei settori impegnati ad assicurare una migliore compatibilità ambientale; non trascurabile sarebbe inoltre il vantaggio competitivo che deriverebbe dall'innovazione nel settore europeo dell'energia con conseguente riduzione dell'inquinamento atmosferico e, a cascata, significativi benefici per la salute e meno spese per il controllo ambientale.
Quanto sopra è chiarito nel documento di sintesi per i cittadini, predisposto dall'U.E. per informare sul pacchetto clima-energia, i cui obiettivi, questo è il fatto, non sono più in discussione almeno fino al 2020.
Sarà! Certo è che non pochi ritengono che questa sia la soluzione sbagliata a un problema, quello climatico, dai contorni molto incerti e tutto ancora da dimostrare, partendo proprio dalle sue molto discutibili basi scientifiche.
Ma non sarà il freddo di quest'inverno a rovesciare l'impressionante propaganda di certo ambientalismo, tenace fiancheggiatore della teoria della imminente fine del mondo per colpa dell'uomo.
Esaltare le copiose precipitazione nevose di quest'anno, dimostrare il riespandimento dei ghiacciai, sbandierare conoscenze e dati di recente acquisizione, può servire a ridicolizzare mediaticamente certi eccessi, diciamo spettacolari, della teoria catastrofista, ma non è questo il punto.
Il fatto è che il pianeta si troverebbe effettivamente in fase di riscaldamento. Ma questa è una delle tante fasi, geologicamente e storicamente succedutesi ad altrettanti periodi freddi, ed è francamente difficile dimostrare che la causa dell'attuale incremento delle temperature sia da addebitare all'industrialismo da carbone e petrolio, alla deforestazione e insomma all'attuale stile di vita dell'uomo occidentale e quindi al suo modello di sviluppo. Modello che, sia detto per inciso, è certamente da aggiustare e ammodernare, ma per ben altre ragioni che non quella d'essere causa prima dei cambiamenti climatici.
L'unica cosa certa è la variabilità del clima che cambia di anno in anno, di secolo in secolo, da luogo a luogo e nei tempi geologici con o senza l'uomo e le sue industrie.
Nora: sommersa dal mare per effetto del riscaldamento terrestre dovuto elle emissioni del gas serra di allora? E cosa avrebbero dovuto fare i "Noresi" per mitigare quella catastrofe che pure si annunciava di anno in anno? Ridurre del 20% le emissioni delle botteghe artigiane? Insomma essere più ecocompatibili e cessare di bruciare la legna, unica o quasi fonte energetica di allora?
Ma anche questa è una battuta. Mentre è un fatto che la scelta europea, apparentemente ispirata al "Principio di Precauzione", impone di rispondere al cambiamento climatico con misure unidirezionalmente orientate alla mitigazione, semmai avverrà, piuttosto che, come sempre è stato nella storia dell'uomo, alla progressiva adattabilità non al cambiamento di condizioni ma al continuo cambiamento delle condizioni, che è cosa ben diversa.
Essendo il cambiamento climatico globale un fenomeno lento, graduale e di lunga durata, qualunque ne sia la causa, sarebbe stato, io credo, senz'altro molto più accettabile e percorribile l'idea di favorire, nei luoghi presuntivamente minacciati, un altrettanto lento e graduale adattamento, piuttosto che richiedere uno sforzo, come quello europeo, senza neanche la certezza del buon esito, anzi!
A ciò si aggiunga il fatto che buona parte del processo di adattamento avverrebbe naturalmente, con le logiche e le dinamiche del mercato, senza bisogno di gravosi interventi governativi. Inoltre, come dimostrerebbero studi attendibili, l'adattamento consentirebbe di mantenere e sfruttare i benefici che pure sono attesi con il cambiamento climatico, limitandone al contempo i costi.
Tuttavia, l'U.E. sulla base del proprio scenario di riferimento, ha deciso per l'abbattimento delle emissioni, la riduzione dei consumi e l'incremento delle rinnovabili.
Soprattutto ha stabilito che sarà leader nel mondo nella lotta ai cambiamenti climatici. Evviva!
Facciamo allora qualche considerazione. Se sono le emissioni a provocare il riscaldamento globale e se prevenirlo è per l'U.E. una priorità politica, l'impegno a ridurre le emissioni globali avrebbe dovuto essere tanto maggiore quanto minore è la partecipazione degli altri paesi. Mi sembra evidente.
Insomma se gli altri paesi non partecipano, è l'U.E. che dovrebbe fare di più. Cosa ovviamente insostenibile sotto ogni punto di vista, tant'è che non ci si è spinti oltre il 20% prevedendo, si intuisce, incontrollate penalizzazioni alla nostra economia.
Tuttavia si offre il buon esempio, ma stime attendibili indicano che la riduzione del 20% delle emissioni europee entro il 2020 corrisponderebbe a una riduzione globale di meno del 4%, spostando così al 2020 il livello di emissioni globali altrimenti raggiungibile già nel 2017. Insomma ben poca cosa.
Vale la pena impegnare risorse e politiche per conseguire un obiettivo così minimo? Vedremo presto chi se ne avvantaggerà.
Ancora, si stima che il previsto aumento dell'efficienza energetica con la contestuale riduzione del 20% dei consumi energetici, non solo non comporterà un aumento dei costi di fornitura dei servizi energetici ma anzi li ridurrà. Invece, si fa notare, se qualcosa costa di meno è evidente che se ne comprerà di più e consumare meno energia a parità di servizio finale è come dire che il servizio costa di meno.
Ora, se per la nostra asfittica economia è assolutamente necessario promuovere la crescita della produzione e dei consumi, come possiamo pensare di non consumare più energia?
Circa le rinnovabili e le opportunità industriali ad esse collegate, sarebbe utile riflettere sul fatto che il consumatore italiano ha già speso abbastanza per l'elettricità da queste fonti senza che ciò abbia comportato un incremento dello sviluppo della relativa industria come invece avvenuto in Danimarca, Germania o Spagna.
In conclusione, molti sono i pareri autorevoli sulla inefficacia delle politiche europee e in particolare sulla applicazione del confuso, complesso e discutibilissimo meccanismo di scambio dei diritti di emissione (Ets) entrato in vigore già nel 2005 e che avrebbe dovuto contribuire non poco all'abbattimento delle emissioni, che non c'è stato. Così come non essendoci complessivamente la necessaria chiarezza che ci si attenderebbe da un programma così ambizioso, non solo è difficoltoso portarlo, fra la gente comune, alla discussione politica, ma si ha l'impressione che le stesse imprese potrebbero essere indotte a non investire, col risultato non solo di ridurre le reciproche pressioni competitive, ma anche, soprattutto sul fronte ambientale, di ridurre il tasso di innovazione tecnologica e dunque, paradossalmente, di creare una spinta opposta all'obiettivo delle politiche comunitarie.
La mancata o ritardata adozione di tecnologie innovative e più efficienti si traduce infatti in un aumento relativo delle emissioni.
Vedremo che succederà, chi in effetti ci guadagnerà, considerando anche l'attuale poco rassicurante scenario internazionale, politico, economico ed... energetico.