EXCALIBUR 89 - dicembre 2015
Roma antica sul mare*
Un'esauriente analisi dei rapporti tra Roma e il mare
a cura di Silvio De Murtas
Sopra: Benito Mussolini (1883-1945)
Sotto: Roma e Cartagine, inevitabile contrasto tra due potenze affacciate sullo stesso mare


* sintesi della "Lectio Magistralis" tenuta da S.Ecc.za Cav. Benito Mussolini all'Università di Perugia il 5 ottobre 1926

La storia di Roma antica ci pone dinnanzi ad alcune domande: Roma fu anche grande Potenza marinara? L'Impero di Roma fu anche marittimo? La risposta è affermativa: Roma fu anche una grande potenza marinara. Senza il dominio del mare Roma non avrebbe conquistato né potuto conservare l'Impero, perché molti popoli dovettero esser soggiogati per via di mare ed a molti popoli conquistati Roma più rapidamente poteva giungere per la stessa via.
Il periodo precedente le guerre puniche va diviso in due periodi: nel primo di essi Roma è soltanto la città direttrice della Lega Latina e la sua storia marittima è quasi nulla e comunque passiva. Il Mediterraneo è tenuto militarmente e commercialmente dagli Etruschi, dai Greci, dai Siracusani e soprattutto dai Cartaginesi.
Nel secondo periodo Roma è a capo della Federazione Italica e anche la situazione marittima di Roma cambia. Intanto, sul territorio della Penisola vengono assorbiti, federati, battuti varii popoli (dagli Etruschi agli Apulii, dai Sanniti ai Bruzii); indi Roma si affaccia al mare, con la conquista di città marinare, provvedendo quindi ad una rudimentale difesa costiera (creando colonie militari, istituendo i "Duumviri Navales" e poco più tardi i "Quattuor Quaestores Classis").
Indi, fra il 280 ed il 260 a.C. siamo ad una svolta decisiva della Storia Romana.
- La penisola italica vera e propria è ormai unificata nel segno di Roma, da Pisa a Reggio Calabria, da Rimini a Taranto.
- La Valle del Po è abitata dai Galli; al margine orientale d'Italia stanno i Veneti e i Liburnici; oltre Adriatico vi sono gl'Illiri e più sotto i Greci.
- Ancora a Sud, dai confini dell'attuale Cirenaica al Marocco, si distende l'impero africano di Cartagine, che inoltre possiede tutta la Spagna meridionale, la Sicilia occidentale, la Sardegna ed esercita una specie di sovranità sulla Corsica.
Quindi, tutto il bacino del Mediterraneo è controllato dai Cartaginesi, e questo è il risultato finale di una plurisecolare lotta svoltasi fra quattro "talassocrazie": Etruschi, Marsiglia, Siracusa e la stessa Cartagine, e così - dal finire del IV secolo a.C. - la città punica è dominatrice incontrastata del Mediterraneo occidentale.
Unificata la Penisola Roma, quindi, ha tre obbiettivi dinnanzi a sé: conquistare la Valle padana, dominare l Adriatico, affrontare Cartagine. I primi due problemi non sono pressanti, ma resta quello della Città Punica, che ha chiuso il Tirreno col bastione delle tre isole maggiori, in suo possesso, e che nel 280 a.C. occupa l'isola di Lipari, a guardia dello stretto, mentre Roma è giunta a Reggio Calabria.
I due contendenti si sorvegliano a vicenda, ognuno spia le mosse dell'altro, entrambi presaghi dal fato imminente che li attende. Il "casus belli" è legato all'occupazione di Messina da parte dei Mamertini, truppe mercenarie, già congedate da Agatocle di Siracusa, e assediati per parecchi anni da Gerone (succeduto al primo). Prima di arrendersi la maggior parte dei Mamertini chiede aiuto a Roma, la minore a Cartagine.
Dopo alcuni scontri di esito alterno, si giunge alla primavera del 260 a.C. allorché la prima - vera - flotta militare romana si spinge verso lo Stretto di Messina, ingaggiando battaglia navale a Milazzo, ove i Romani introducono sia il concetto tattico del "cuneo", che sfonda il fronte nemico, sia la novità del "corvo o rampone", col quale si agganciano le navi nemiche, si abborda e si finisce per lottarci sopra come sulla terra ferma. I Legionari quindi combattono nelle condizioni "tradizionali", mentre la "scienza navale" punica è sorpresa e travolta dalla novità e la battaglia si conclude con una disfatta cartaginese.
Il "mito" è in frantumi, Cartagine è battuta, Roma ha vinto anche sul mare. Per alcuni anni le due flotte non compiono nulla di particolare; ma nell'estate del 256 a.C., i Romani veleggiano verso sud con 330 navi lunghe e coperte, i Cartaginesi muovono a loro volta con ben 350 navi incontro alla flotta romana; totale degli equipaggi: Romani, 140.000 uomini; Punici, 150.000. Il combattimento avviene nei pressi di Ecnomo (Licata), e bastano quelle cifre per collocare codesto scontro fra le più grandi battaglie navali di tutta la storia.
Dopo alcuni scontri minori di poco conto, e parecchie tempeste e fortunali che distruggono parte della flotta romana, si arriva alla battaglia decisiva della Prima Guerra Punica, che ha luogo tra Favignano e Marittimo, che vede la vittoria di Roma su Cartagine; ciò costituisce il punto nodale oltre il quale i Romani spazzano via i presidii punici dalla Sardegna e dalla Corsica; avendo le spalle così coperte, Roma può estendere il suo dominio sull'Illiria e quindi su tutto il medio e basso Adriatico; dall'altra lato, essa spinge i suoi avamposti dal Golfo di Genova sino alla Lunigiana, giungendo poi a conquistare via via tutta la Valle del Po, spingendo ad Oriente il confine terrestre sino alle Alpi Giulie, il che significa avere il possesso anche dell'Alto Adriatico.
Dopo 23 anni di guerra sul mare e 4 su terra, Roma sembra ormai dominare incontrastata. Ma Cartagine, non paga, muove ad estendersi verso la Penisola Iberica, originando la Seconda Guerra Punica con l'attacco - nel 219 a.C. - da parte di Annibale a Sagunto, città alleata di Roma.
Annibale concepisce quindi un piano strategico grandioso: invadere l'Italia, sollevando al nord e al sud le popolazioni appena soggiogate, prendere una base marina (Napoli, Taranto, Siracusa) per avere libere le comunicazioni marittime con la Madre Patria, annullare la potenza marinara di Roma, riducendo quest'ultima ai prischi confini della Lega Latina. Così, Annibale nel 218 a.C. varca i Pirenei prima e le Alpi poi, seguendo il corso del Po, battendo i Romani al Ticino.
Poscia, all'altezza di Piacenza, li batte nuovamente sulle rive del Trebbia. Indi, Annibale valica gli Appennini, muove verso Arezzo, convergendo lungo la Valle dell'Arno; simulando una ritirata verso sud, attira in trappola l'esercito del Console Flaminio e nelle vicinanze del Lago Trasimeno lo sconfigge duramente. A questo punto, Annibale non punta su Roma ma verso Taranto, giacché - si disse - egli "aveva bisogno del mare" per comunicare con Cartagine. Durante questa marcia, viene vessato da Quinto Fabio Massimo, ma ciò non gl'impedisce di fare un'incursione in Campania, prima di tornare in Puglia.
E qui, a Canne sulle rive del fiume Ofanto il 2 agosto 216 a.C. incontra il nuovo esercito romano, guidato dai Consoli Paolo Emilio e Terenzio Varrone.
Come è noto, la battaglia di Canne per i Romani non fu una semplice sconfitta, bensì una catastrofe: i Punici persero circa 8 mila uomini, ma i Romani persero 70 mila soldati, 80 senatori, 21 tribuni militari, 2 questori e lo stesso Console Paolo Emilio fu ucciso; vennero tratti in prigionia oltre 10 mila uomini. I Cartaginesi non persero che quei 8 mila soldati.
Le circostanze spinsero alla ribellione gli Apulii, i Bruzii, i Sanniti, i Lucani, parte dei Campani; più grave di tutte fu la rivolta di Siracusa mentre i Punici ripresero Agrigento e Taranto. Tuttavia Roma pian piano, dal 211 in poi, espugnò Siracusa, cadde Agrigento e tutta la Sicilia tornò "romana", quindi i Romani ripresero anche Taranto. Infine, nonostante l'attacco di due eserciti punici - uno da nord e l'altro da sud - Roma divise le proprie legioni per fronteggiare distintamente le truppe nemiche guidate da Annibale da un lato e da Asdrubale dall'altro. A marce forzate i due condottieri romani (Caio Claudio Nerone e Marco F. Salinatore) si ricongiunsero sul Metauro, e qui Asdrubale fu battuto e ucciso ed il suo esercito distrutto.
Codesta battaglia costituì il preludio di quella di Zama-Naraggara: il 19 Ottobre 202 a.C. Publio Cornelio Scipione annientò in maniera definitiva la potenza di Cartagine, che fu poscia incendiata, rasa al suolo, arata e cosparsa di sale (onde non restasse alcun vestigio, a simiglianza di quanto fece, circa mille anni prima, Abimelech con la città di Sichem).
La strepitosa vittoria di Roma condusse quindi alla pace di Tunisi nel 201 a.C. e così il Mediterraneo divenne un vasto "lago" romano.
Dopo la caduta di Cartagine, la storia militare di Roma non ebbe pagine di grande rilievo. Fu importante tuttavia la lotta intrapresa da Gneo Pompeo per liberare i mari dalla pirateria che li infestava, rendendo sicura la navigazione.
Altre azioni marinare di qualche rilievo furon quelle di C. Giulio Cesare che si avventurò nell'Atlantico per la conquista della Britannia; poscia, nel 31 a.C. la grande battaglia navale di Azio, che decise le sorti dell'Impero.
In seguito Germanico, nipote di Tiberio, risalì alcuni fiumi della Germania e battè più volte i Teutoni. Durante il regno di Flavio Vespasiano una flotta romana avrebbe fatto il periplo dell'Anglia e della Britannia. Traiano si spinse attraverso il Mar Rosso sino all'Oceano Indiano. Settimio Severo vinse una grande battaglia navale contro i Bizantini. Claudio II sconfisse in mare i Goti, che dal Mar d'Azov erano scesi sino all'Egeo.
Infine... con la caduta dell'Impero ogni attività marinara si spense.
Vittoria della volontà. Riassumendo, la storia marittima di Roma antica può dividersi in tre epoche: la prima, nella quale Roma subisce la talassocrazia altrui - siracusana, greca, etrusca, punica. La seconda, in cui essa lotta ed annulla la superstite supremazia cartaginese; la terza, che va all'incirca dal 150 a. C. sino a tre secoli dopo Cristo, durante la quale Roma ebbe il dominio incontrastato del Mediterraneo.
Si può dunque affermare che Roma fu potente anche sul mare, e che questa potenza fu il risultato di lunghi sacrifici, di una incrollabile tenacia, e di una tetragona volontà.