EXCALIBUR 89 - dicembre 2015
Quel giorno che incontrai Ernst Jünger
Divagazioni sul volume dello scrittore tedesco dedicato a Carloforte
di Pier Giorgio Angioni
Sopra: Ernst Jünger (1895 - 1998)
Sotto: copertine di "San Pietro (1957)" e "Terra Sarda"
Che Ernst Jünger sia stato un gigante della letteratura e nella vita non sta certo a me scoprirlo; vide per "due volte la cometa" (di Halley) che, come è noto, è visibile più o meno ogni 75 anni, essendo nato a Heidelberg nel 1895 e morto a Riedlingen nel 1998 alla bella età di 103 anni.
Fu eroico combattente durante la Grande Guerra guadagnando la più alta onorificenza germanica "Pour le mérite" e poi ufficiale della Wermacht nella Seconda Guerra Mondiale; politicamente fu esponente della "Konservative Revolution" che precorse ed affiancò la Rivoluzione nazionalsocialista di Adolf Hitler (a questo proposito sarebbe inutile riproporre le opposte appropriazioni di chi lo vuole a tutti i costi oppositore del regime croceuncinato, solo perché amico di alcuni alti ufficiali coinvolti nella congiura contro Hitler nel 1944 o di chi lo immagina seduto a Wewelsburg tra i Dodici Iniziati alle dottrine esoteriche delle S.S. di Himmler).
Le mie prime letture jüngeriane risalgono più o meno al 1975-76 quando, tramite la Libreria Europa del Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti, feci arrivare al Fronte della Gioventù di Vico San Lucifero e poi alla sede del M.S.I. di Via Satta a Cagliari i primi libri di Julius Evola tra cui "L'Operaio del pensiero di Ernst Jünger" nelle edizioni di Giovanni Volpe, nel cui catalogo trovai anche "Al muro del tempo"; quasi subito seguiti da "Sulle scogliere di marmo" edito da Rusconi e dal formidabile "(Nelle) tempeste d'acciaio", edito prima da Il Borghese, poi da Ciarrapico ed ora da Guanda; fu proprio questo ultimo testo citato, uscito in Germania nel 1920 ed accolto favorevolmente dagli ambienti nazionalisti che lo gratificarono subito come l'anti-Remarque, in contrapposizione al noto libello antimilitarista e disfattista "Niente di nuovo sul fronte occidentale" a farmelo apprezzare definitivamente come autore di riferimento ed a farmi acquistare nel tempo, da buon bibliofolle, quasi tutte le sue opere edite in lingua italiana, giungendo a porre tra i miei preferiti il famoso "Trattato del Ribelle" dove tratteggia magistralmente la figura dell'anarca, forse una naturale evoluzione del "Freigeist", lo spirito libero disegnato anche da Nietzsche.
La produzione letteraria di Jünger supera i 50 titoli a cui vanno aggiunti le centinaia di articoli e brevi saggi raccolti in varie antologie.
Ernst Jünger amava molto viaggiare e conoscere anche per soddisfare la sua passione per l'entomologia e da questi viaggi traeva dei diari o degli articoli per varie riviste.
Naturalmente anche la Sardegna fu meta dei suoi viaggi ed ai lettori più attenti non sarà sfuggito il bellissimo "Terra sarda" edito nel 1999 dalle edizioni Il Maestrale di Nuoro in cui descrive soprattutto i suoi soggiorni a Villasimius dove tutt'ora vive una sua nipote sposata con un Sardo.
Ma almeno per quel che mi riguarda, il solitario di Wilflingen doveva riservarmi ancora una piacevole sorpresa avendo scritto un breve diario sul suo soggiorno nell'isola di San Pietro, appunto "San Pietro (1957)", edito da Fausto Lupetti nel 2015. Infatti io sono nato nel 1958 a Carloforte dove mio padre, originario di Quartu Sant'Elena e funzionario dei Monopoli di Stato ha diretto la locale Salina, e lì abbiamo abitato fino al 1970 quando decise di tornare a Cagliari per farci seguire gli studi superiori.
Di conseguenza l'avida lettura dell'agile volumetto ha scatenato in me una tempesta (jüngeriana?) di ricordi, situazioni ed emozioni. In poco più di 50 pagine sono passati i fotogrammi della mia infanzia, della mia famiglia, dei miei amici... credo di poter dire di aver conosciuto tutti i personaggi descritti.
Mio padre si recò nell'isola poco prima di sposarsi ed i primi tempi dimorava presso la locanda-ristorante "Miramare" gestita dai fratelli Damico (Franchin e Pietro, quest'ultimo il signor "Ambrosio" trasfigurato da Jünger) che diventarono tra i nostri più cari amici di famiglia... in quel locale di fronte alla statua di Carlo Emanuele III e distante 50 metri dal porto io e mio fratello siamo cresciuti, addirittura poiché i miei genitori si adeguarono subito all'usanza della passeggiata su e giù per il Corso, quando eravamo molto piccoli ed ancora in carrozzina, mia madre ci allattava nel retrobottega della cucina per poi riprendere l'interminabile andirivieni; lì andavamo a seguire le trasmissioni della televisione perché in casa non l'avevamo ; lì abbiamo seguito l'allunaggio dell'Apollo 11 nel 1969; lì abbiamo visto la "Domenica sportiva" quando il Cagliari vinse il campionato nel 1970; lì abbiamo visto i Mondiali di calcio di Mexico 1970 con il signor Franchin che piangeva di commozione ai gol di Gigi Riva, ma soprattutto è lì che mio padre invitava gli amici ogni volta che procedeva ad un'ecatombe dei tacchini che allevava e le porte del ristorante venivano sprangate per gli altri clienti.
Noi abitavamo in una casa dei Monopoli di Stato, immediatamente dopo il ponticello sopra il canale interno che portava l'acqua dal mare alle Saline e che immetteva poi nel viale che porta sia all'Osservatorio Astronomico che al Cimitero.
Quando Jünger descrive l'episodio dei due fratelli pescatori che litigano ed arrivano alle mani tra di loro perché l'uno all'insaputa dell'altro si erano messi d'accordo per portarlo (a pagamento!) ad effettuare in barca il periplo dell'isola ho avuto subito di fronte a me il ricordo dei fratelli S., due fra in tanti pescatori a cui mio padre concedeva l'uso gratuito del canale di cui sopra e che facevano la fila per regalare i pesci "pe' figgetti" (per i bambini) e che si sarebbero offesi mortalmente per un rifiuto... alla faccia della proverbiale tirchieria attribuita ai tabarkini.
Quanti funerali ho visto passare affacciato con mio fratello alla finestra di casa mentre mia madre si faceva il segno della croce...
Jünger descrive l'usanza di accompagnare in corteo la salma fino a dopo il ponticello e poi far proseguire il carro funebre per la tumulazione vera e propria seguito solo dai parenti stretti dopo una veloce benedizione. Ho anche il ricordo di quelli che mia madre chiamava i funerali "con le bandiere rosse", (a cui dedicava comunque un segno di croce), dove il "miscredente" defunto non veniva accompagnato da un sacerdote ma dai suoi compagni di fede che ammainavano le bandiere proprio dopo il citato ponticello. In particolare ne ricordo uno dove un noto attivista dell'Azione Cattolica si sostituì praticamente al prete piazzandosi imperterrito dietro il feretro di un suo carissimo amico comunista con in mano un breviario e salmodiando ad alta voce le orazioni funebri nel rispetto e nella commozione di tutti.
Un giorno mentre passava un funerale mio padre disse a me e a mio fratello che già frequentavamo la sezione del M.S.I. con la scusa di andare lì per vedere la tv: «Questo signore era dei "vostri"» e noi lo salutammo romanamente esclamando: «Presente!».
Ma dove Jünger ha scatenato con il suo scritto una vera commozione è stato quando racconta di aver trovato nel piccolo cimitero di Carloforte le tombe di alcuni soldati tedeschi. Mio padre e mia madre non avevano parenti defunti seppelliti a Carloforte ma ogni 2 novembre, da buoni cristiani, si recavano al camposanto, acquistavano dei fiori e ci dicevano: «Metteteli a chi volete voi» e noi, regolarmente, portavamo quell'omaggio floreale proprio sulle tombe spoglie di quei soldati!
Proseguendo nella lettura delle pagine, Jünger ci regala ancora una mirabile descrizione della mattanza dei tonni a Carloforte, con tutti i suoi rituali e i suoi protagonisti.
Quando ero alle scuole elementari e poi alle medie arrivavano regolarmente delle richieste da altre scuole, sia dalla Sardegna che dal resto d'Italia, di notizie sulla pesca del tonno e altrettanto regolarmente venivano girate a me per rispondere in quanto considerato il "primo della classe" o addirittura dell'istituto.
Un giorno dovrò mettermi a cercare tra i vecchi quaderni di scuola per trovare queste mie prime scritture (in cui invero ero aiutato da mio padre) corredate dai disegni della "camera della morte" in cui venivano convogliati i tonni per la mattanza.
Comunque tutta questa sequela di emozioni e di ricordi mi ha portato anche a sviluppare quella che forse è solo una mia fantasia. Confrontando date e avvenimenti descritti mi sono quasi convinto che Ernst Jünger abbia, in un modo o nell'altro nei vari soggiorni, incontrato mio padre e quindi me. Fa un breve riferimento alle saline ed ai cumuli del sale lungo il canale (li scalavo con i miei amici giocando alla guerra e ci piantavamo sopra una bandiera tricolore), frequentava assiduamente il ristorante dei Damico che era la nostra seconda casa. Ricorda alcuni astronomi dell'Osservatorio che erano carissimi amici di famiglia che in piazza erano sempre con noi.
Chissà perché io me lo vedo mentre, mosso da inarrivabile curiosità intellettuale, chiede notizie a mio padre sulla lavorazione del sale: erano tanti i turisti e gli studiosi anche stranieri che si presentavano a casa per farlo, così come me lo vedo passeggiare per il centrale Corso Tagliafico ed osservare incuriosito la sede del M.S.I. con la porta aperta che fa intravedere un ritratto di Benito Mussolini appeso nel salone e due bambini che leggono la bacheca con affisso il quotidiano "Il Secolo d'Italia"; magari più semplicemente nel 1957 ha incrociato mia madre quando io ero ancora nella sua pancia.
Comunque sono sicuro di aver incontrato Ernst Jünger, forse il mio cuore (nero) non è stato avventuroso come il suo ma i suoi scritti mi hanno fatto capire che la vita va vissuta come una perenne ricerca di conoscenze e verità così come un combattimento incessante che sfidi qualsiasi tempesta.