EXCALIBUR 3 - maggio 1998
in questo numero
Trentacinque ore... e poi?
di Piergiorgio Massidda
Da una parte le previsioni entusiastiche del Ministro del Lavoro, dall'altra le ipotesi meno ottimistiche del suo collega al Tesoro. In questi giorni, Tiziano Treu promette una riduzione del tasso di disoccupazione, per il '99, attorno allo 0,7-1%, mentre Carlo Azeglio Ciampi ridimensiona le attese parlando di un modesto 0,4%. Questo dimostra come, all'interno del Governo, non vi sia univocità di intese sulle politiche per l'occupazione. Non c'è intesa perché manca la chiarezza che può scaturire unicamente da una serena e onesta valutazione delle esigenze del mercato del lavoro e del sistema produttivo. Un atteggiamento che l'attuale esecutivo non potrà mai fare proprio in quanto, come abbiamo denunciato più volte, è ostaggio di forze politiche (leggasi Rifondazione Comunista) che impongono l'adozione di provvedimenti demagogici, dettati dall'esigenza di rispondere alle pressioni dell'elettorato anziché da realistiche analisi di politica economica.
Questioni quali le trentacinque ore o la forzata assunzione di 900 mila unità lavorative, sono destinate a non produrre gli effetti desiderati, e a compromettere il già asettico mercato dei lavoro. Senza una riforma radicale del sistema volta a rendere più flessibile il settore, liberandolo dai numerosi laccioli (orari rigidi, differenziazione dei salari tra regioni, riduzione dei costo dei lavoro nel Sud, ecc.) slogan come «lavorare meno per lavorare tutti» resteranno solo delle frasi di facile presa senza senso.
Provvedimenti di questa natura, infatti, ricadranno sul sistema delle imprese sconvolgendone l'assetto, gli obiettivi e la stessa sopravvivenza. L'imposizione dell'utilizzo della forza lavoro per un numero limitato di ore costringerà i produttori a sospendere la produzione una volta superato il limite stabilito. Andare oltre comporterebbe l'incremento del costo del lavoro facendo lievitare le spese complessive di gestione. Le conseguenze: contrazione della produzione e riduzione della crescita economica.
In questi giorni, proprio il Fondo Monetario Internazionale sta confermando le preoccupazioni manifestate da Forza Italia. Secondo gli esperti del F.M.I., che non possono certo essere considerati degli sprovveduti, l'adozione dei provvedimenti citati determinerà la chiusura di numerosi impianti e la mancata apertura di altri.
Non voglio con questo sostenere l'esigenza di una deregulation del mercato del lavoro: le regole ci vogliono, sono necessarie. Ma non devono rappresentare un ostacolo per gli imprenditori che riescono a incrementare la produzione e si trovano nelle condizioni di creare nuova occupazione. Oggigiorno, dobbiamo soprattutto fare i conti con la globalizzazione dell'economia. Le distanze si sono accorciate e gli imprenditori, allettati dal costo inferiore della manodopera, "emigrano" all'estero, producendo lavoro laddove è più conveniente. Su questi aspetti dovremo al più presto confrontarci, se non vogliamo che il prezioso patrimonio di conoscenze e professionalità nostrane venga completamente falcidiato dall'impossibilità di essere sfruttato appieno. Tutto ciò potrà essere ottenuto unicamente liberando il mercato dei lavoro dai vincoli imposti dagli interessi politici che oggi più che mai si stanno facendo sentire in questo nevralgico settore dell'economia italiana.
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