EXCALIBUR 19 - maggio/giugno 2000
in questo numero
San Sebastiano: l'opinione
Ma nella battaglia delle carceri chi perde è lo Stato
di Alessandro Lisini
Il fatto: i carcerieri incarcerati.
I ben noti fatti del carcere di San Sebastiano di Sassari dell'aprile scorso hanno visto esplodere alla ribalta nazionale tutti i mali e le contraddizioni del sistema carcerario italiano e, più in generale, della giustizia in Italia.
Vittime, a nostro parere, in questo caso, gli ottantadue operatori carcerari che sono stati arrestati, "sbattuti in prima pagina" in modo molto discutibile con nomi, cognomi ed indirizzi (la "mala" ringrazia per le informazioni) a prescindere dalle effettive responsabilità nei fatti a loro imputati.
La complessa vicenda accaduta nel carcere di San Sebastiano a Sassari, e soprattutto i risvolti che sono seguiti a livello nazionale, offrono un'occasione per riflettere su una serie di princìpi che paiono oggi vacillare sotto i colpi di una campagna mediatica confusa.
È evidente che se le indagini, non quelle ancora incomplete di questi giorni, ma quelle che seguiranno nei prossimi mesi, dovessero dimostrare che i pestaggi e le violenze a senso unico ci sono stati, i responsabili dovranno essere chiamati a risponderne. Com'è giusto che paghino tutti i cittadini che infrangono la legge e alle stesse condizioni. La nostra coscienza ci impone, però, di rammentare sempre quanto recitano la Costituzione e il codice di procedura penale: la custodia cautelare in carcere, ossia la forma massimamente privativa della libertà personale, deve costituire l'extrema ratio nel corso di un procedimento penale. Per questo, ad essa va fatto ricorso soltanto in casi eccezionali. Partendo da questa considerazione, troppo spesso stravolta nella prassi giudiziaria italiana, balzano agli occhi le decine di ordinanze di custodia cautelare chieste dal pm e concesse dal giudice per le indagini preliminari, che hanno portato in cella, nelle stesse celle dove si dovrebbero custodire delinquenti conclamati come tali da una sentenza passata in giudicato, gli agenti e i funzionari di polizia penitenziaria. Proviamo per un attimo a chiederci cosa resterà di questa vicenda se, come prevedibilmente sarà, decine di indagati usciranno assolti dal processo. Oppure se, addirittura, decine di agenti oggi indagati non arriveranno nemmeno a subire un processo perché prosciolti prima, nel corso dell'udienza preliminare.
Diceva qualcuno che il processo è una pena, soprattutto per l'innocente. In Italia, paese in testa alla reprimende della Corte di Giustizia europea per l'abuso e la durata delle custodie cautelari in carcere, accade di peggio: che si finisca in cella prima del giudizio, a volte da innocenti, e non ci si resti dopo, magari da colpevoli. Ecco perché preoccupa la spettacolarizzazione di queste indagini, la moltitudine di queste ordinanze di custodia che hanno colpito nel mucchio con la speranza che dal mucchio si levasse la voce di qualcuno disposto a parlare, magari pronto ad accusare.
A margine, però, oltre la ribalta disgustosa fatalmente offerta dai media, alcuni dei quali specialisti della notizia "usa e getta", dello "scoop per lo scoop" e dei commenti affrettati e trancianti, resta il fatto che, nella vicenda di Sassari, un pezzo di Stato si è pericolosamente schierato contro un altro pezzo di Stato. Che le carceri non siano e non possano essere per loro stessa natura una "casa vacanze" già si sapeva. E già si sapeva anche che, dentro un'istituzione totale, che ha come fine quello della privazione della libertà e, soltanto a parole, quello della rieducazione del condannato, sia assai facile che il clima si surriscaldi. Non è un caso che l'ordinamento penitenziario preveda l'uso della forza in carcere per ridurre alla ragione i detenuti che si oppongono all'esecuzione dei provvedimenti.
Senza trovare scuse o alibi per la polizia penitenziaria, che da sola ha le sue buone ragioni per difendersi e uscire a testa alta anche da questa bufera, proviamo per un attimo a pensare come vive oggi un agente. Sottopagato, costretto a turni massacranti e a mansioni anche di altro personale per l'eterna debolezza degli organici, un agente di polizia penitenziaria si trova oggi a dover fare anche i conti col disprezzo sociale di chi lo addita come aguzzino. Un agente di polizia penitenziaria si trova oggi esposto a tutti i venti giudiziari. Dopo i fatti di Sassari basta la denuncia di un detenuto, anche del peggiore delinquente, perché la sua parola valga meno di quella di un presunto pestato, colpito improvvisamente dagli effetti benefici e potenzialmente ricattatori del patentino di credibilità che gli deriva dal solo essere detenuto. È già accaduto e rischia di accadere ancora, di certo sotto il silenzio di certa stampa, che la parola di un agente valga meno di quella di un criminale. Magari non scatteranno le manette, ma un semplice quanto ingiusto provvedimento di incompatibilità ambientale (con relativo trasferimento e disagi per la famiglia) se non una sospensione dalle funzioni e dallo stipendio. Provvedimenti che hanno colpito i vertici dell'amministrazione penitenziaria sarda.
Ci fa paura questo sistema di cose, capace di generare mostri da sbattere in cella e in prima pagina per poi assolverli qualche anno più tardi, capirli, ridimensionare i fatti senza tante scuse e senza poter riparare i danni di una carriera macchiata e modificata ingiustamente. Ci fa paura questo sistema di cose, e in un paese che vuole ancora dirsi civile dovrebbe far paura a tutti.
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