EXCALIBUR 32 - dicembre 2001
in questo numero
Una lingua per l'Europa
È l'inglese la futura "lingua mondiale"? Qualche dubbio si può porre sia su basi storiche che cogliendo alcuni segnali politici
di Ernesto Curreli
Tutti condividono il concetto secondo il quale la lingua caratterizza le culture dei popoli. È un bene immateriale da tutelare in ogni parte del mondo, specie se sono in atto evoluzioni di carattere sovranazionale, come nel processo europeo. I popoli, privati delle autonomie statali, sentono di entrare a far parte di un organismo estraneo: bisogna evitare che a questo sentimento si unisca la perdita delle specificità culturali.
Anzi, appare evidente la necessità di favorire l'integrazione con ogni sorta di collante, ed una lingua comune sarebbe l'ideale. Questa, si sa, non è presente in Europa: le lingue neolatine coesistono con quelle germaniche e finniche.
L'inglese, peraltro, da alcuni decenni tende a soppiantare le altre lingue, in ciò favorito dalla sua straordinaria efficacia sintetica e dalla sua capacità di coniare neologismi facilmente comprensibili. L'inglese, quindi, deve essere visto positivamente quale elemento veicolare: ad esso non deve essere opposta nessuna "guerra santa".
Ma occorre considerare anche le esigenze delle popolazioni che compongono l'Europa, visto che quelle di parlata neolatina sono maggioritarie. Agli Italiani devono essere aggiunti i Francesi, gli Spagnoli, i Portoghesi e i Valloni del Belgio. In prospettiva, occorre anche valutare che il no svizzero all'integrazione europea potrebbe non essere definitivo e allora sorgerebbe una nuova esigenza per la maggioranza francofona e italianofona. È certo invece che nel 2005 entrerà a far parte dell'Unione Europea la Romania, con i suoi 22 milioni di abitanti, certamente più vicini alle lingue neoromanze piuttosto che a quelle di ceppo germanico. Si potrà obiettare che tra poco entreranno a far parte della U.E. anche altri Paesi dell'area Peco, come l'Ungheria, che però conta appena 10 milioni di abitanti e che comunque ha una popolazione lontana sia dalle lingue neolatine sia da quelle anglogermaniche.
Non bisogna nemmeno sottovalutare la forza di penetrazione del neolatino nei confronti dell'inglese e la sua storica capacità evolutiva. Molti hanno già rilevato che l'inglese è composto al 50% da vocaboli latini. Basta seguire la curiosa metamorfosi della lingua dei Normanni, gli "uomini del Nord", per rendersene conto. Impossessatisi del territorio, che da allora avrebbe preso il nome di Normandia, ben presto avevano dimenticato il loro idioma scandinavo per sostituirlo col francese. Con Guglielmo il Conquistatore portarono in Inghilterra proprio il neolatino francese, modificando per sempre l'antica lingua degli Angli, che da allora accoglie nel suo seno un'infinità di parole latine.
Altri barbari prima di loro avevano percorso lo stesso cammino linguistico. Proprio i Franchi, dopo pochi decenni di contatto col mondo romano, avevano assimilato il latino e creato una delle prime lingue neolatine di grandissimo prestigio, il francese per l'appunto. Ma anche i Visigoti e i Burgundi, conquistata la penisola iberica, avevano dimenticato l'aspra parlata germanica per dare vita al primo embrione di neolatino iberico, il castigliano.
In Italia, della lingua sveva dei Goti non rimase praticamente traccia, allo stesso modo di quella dei Longobardi. Paolo Diacono ci informa che dopo appena due generazioni i Longobardi avevano dimenticato l'idioma nazionale per sposare il tardo-latino italico.
Ancora i Franchi, a cavallo del IX secolo, creando la Marca Catalana avevano favorito la nascita di un'altra grande lingua di ceppo romanzo, il catalano, che da allora fa parte dell'identità culturale di quasi un terzo della popolazione spagnola.
Per quanto riguarda l'Italia dobbiamo a Max Leopold Wagner (1880 Monaco di Baviera - 1962 Washington) gli studi di più alto spessore culturale sulle parlate italiane, soprattutto di quella sarda, dimostrando il legame profondo prodotto dal latino in tutta l'area europea e mediterranea. Insigne romanista e padre della moderna linguistica, Wagner studiò per oltre vent'anni il sardo neolatino, trovando in esso numerosissimi spunti di collegamento con le altre lingue sorelle europee. Per inciso, uno dei maggiori studiosi di Wagner è un Sardo, il Prof. Giulio Paulis, linguista di chiara fama.
Nemico delle alchimie accademiche e delle etimologie fatte sui libri, Wagner preferì il motto di Goethe: «In blick ins buch und zwei ins leben», ossia «uno sguardo ai libri e due alla vita». Voleva dire che spesso le operazioni di ingegneria culturale si scontrano con la realtà vissuta dai popoli, che preferiscono andare per la loro strada, rifiutando le imposizioni calate dall'alto.
Infatti... siamo proprio sicuri che l'inglese sia destinato a diventare la lingua mondiale? La realtà vissuta sembrerebbe dimostrare il contrario. Da alcuni decenni lo spagnolo è penetrato negli Stati meridionali degli U.S.A. e oggi sembra maggioritario nelle propaggini di confine della California, del Texas e del Nuovo Messico. Senza dimenticare che l'America del Sud è interamente di lingua neolatina, così come gli Stati degli antichi possedimenti coloniali europei, quali l'Angola, le Filippine, Goa, Macao, ecc..
Anche tra i burocrati delle grandi strutture amministrative dell'Unione Europea si fa strada l'ipotesi che debba essere individuata una lingua più vicina alla maggioranza delle popolazioni europee. Allora non sorprenderà se hanno adottato un nuovo termine per le "European Company", per le quali proprio in questi giorni è stato definito l'impianto legislativo comune con una modifica della "corporate law": le società europee sono state battezzate col nome latino di "Societas Europæa". Nei documenti ufficiali della Commissione Europea è stato dichiarato che sarà proprio il nome latino a contraddistinguere da ora in poi le S.E., la cui sigla è diventata di uso comune. È una curiosa evoluzione, che testimonia quanto il latino riesca a sopravvivere anche in campi, quali quello del diritto commerciale, dove da tempo impazza l'uso dell'inglese.
Per chi volesse approfondire anche il discorso sullo sviluppo delle società europee a cogestione (pensate che viaggio, da Salò a Bruxelles, ha dovuto fare la socializzazione delle imprese!), segnalo il sito internet della U.E.: www.europa.eu.int/comm/internal-market, cliccando poi sul link "Financial Reporting & Company Law".
Salvare e tutelare tutti gli idiomi della Vecchia Europa - sardo compreso, nelle sue varianti logudorese e campidanese - è un dovere di civiltà per ogni forza politica. Ma può diventare anche un'operazione di rafforzamento politico dell'integrazione europea, proprio mentre cozzano i continenti e proprio quando sembra irreversibile il processo che vede una superpotenza assurgere al rango di forza dominante mondiale.
Con tutti i rischi che questo comporta, appare essenziale che l'Europa trovi anche attraverso un suo rafforzamento linguistico - che potrebbe essere rappresentato dal francese, l'antica lingua diplomatica ma anche la lingua più compresa dalla maggioranza degli Europei - la capacità di presentarsi come un contrappeso pacifico ma autorevole nel difficile cammino mondiale verso il cosviluppo ed il progresso.
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