EXCALIBUR 53 - aprile 2009
in questo numero
Con Obama la lotta al terrorismo è finita
Ciò che le armi non fanno, lo fanno le parole
di Angelo Marongiu
Sopra: un profilo di Barack Husein Obama
Sotto: i soldati americani rappresentano
una presenza stabile in Medio Oriente
La politica estera americana, sempre attenta ai mutamenti del mondo, è decisamente cambiata nel corso degli ultimi trent'anni.
La strategia politica creata alla fine della Seconda Guerra Mondiale per contenere la minaccia comunista, e modificata dopo il 1989, non è ovviamente - nella sua impostazione generale - la più adatta per affrontare la minaccia che il terrorismo radicale ha diffuso in tutto il mondo. Agli stati ed alle ideologie che si fronteggiavano, si è sostituito una specie di magma liquido, non definibile né circoscrivibile, una sorta di asimmetria ideologica, che ha bisogno di altri sistemi per essere fronteggiata.
Dopo l'11 settembre 2001 la dottrina americana ha dovuto essere completamente rivista da parte dell'allora presidente George W. Bush. Essa era basata su pochi punti essenziali:
- l'America è costretta a considerare gli stati che ospitano, finanziano e sostengono in qualunque modo i gruppi terroristici come se essi stessi fossero terroristi;
- lo strumento della guerra preventiva deve essere usato prima ancora che la minaccia stessa si concretizzi;
- ci si deve impegnare per cambiare il regime degli stati dittatoriali ed offrire quindi un'alternativa di democrazia ai popoli oppressi.
Durante l'ultima campagna elettorale presidenziale è stato ovviamente il neo eletto presidente a promettere un cambiamento nella politica estera americana. E gli elettori - stanchi di una lotta che pur ritenuta giusta ha provocato quasi 5 mila morti tra il 2001 ed 2008 - lo hanno premiato.
È indubbio che, con la nuova presidenza, siano cambiati i toni ed i modi. Lo stile di Barack Obama, esperto affabulatore, è certamente più accattivante del rozzo stile texano di George W. Bush.
Ma dopo 10 delle 216 settimane del mandato presidenziale di Barack Obama, quali sono le novità?
In Iraq ha proposto, con grande enfasi mediatica, una riduzione delle presenza americana che ricalcava in modo esatto tempi, numeri e metodi già annunciati da Gorge W. Bush.
In Afghanistan, dopo aver confermato la direzione strategica militare di David Petraeus, ha promesso al Presidente Karzai un rafforzamento delle strutture militari e civili ed una strategia che metterà in secondo piano la presenza delle truppe N.A.T.O.. Ha infatti deciso di rafforzare la presenza militare americana con oltre 21 mila tra soldati e civili, in particolare nell'area del confine con il Pakistan.
Per quanto riguarda i rapporti con l'Iran, la sua doppia apertura mediatica ha prodotto una infastidita alzata di spalle: la prima volta gli ha risposto un oscuro diplomatico affermando che gli Americani dovevano prima scusarsi (non essendo evidentemente sufficiente l'umiliante mea culpa pronunciato dall'allora presidente Clinton); la seconda volta - in occasione del nowroz, il capodanno iraniano - gli ha risposto l'ayatollah Khamenei, in modo sferzante ed ironico, dicendo che aspettava di vedere il cambio della politica americana in Iraq e nei confronti di Israele. Probabilmente sono atteggiamenti di facciata: quasi sempre la politica si muove al di sotto di una superficie apparentemente immobile, e può darsi invece che qualcosa stia davvero cambiando.
Ma l'impressione è che il presidente Obama stia giocando molto sull'aspetto comunicativo, che sa usare molto bene: è come se si sentisse obbligato ad azioni da mettere in campo perché è ciò che il mondo si aspetta.
Per quanto riguarda il problema arabo-israeliano si intravedono preoccupanti contraddizioni. È stato ribadito il diritto alla sicurezza di Israele, ma allo stesso tempo si profondono elogi per il "Piano Abdullah", la vecchia iniziativa del 2002 in base alla quale gli stati arabi accettano l'esistenza di Israele in cambio di un suo ritiro entro i confini antecedenti la guerra del giugno 1967. Un piano basato su ipotesi assurde (come se in oltre quarant'anni dalla guerra dei sei giorni nulla fosse cambiato), poiché lascia in sospeso tutte le più importanti questioni sul territorio (Gerusalemme, insediamenti, leadership palestinese) e soprattutto si appoggia essenzialmente sulla "ben nota" buona fede degli Arabi.
È indubbio che su Barack Obama si siano concentrate le grandi aspettative di tutto il mondo ed è certo che il neo presidente sia sottoposto a fortissime pressioni non solo da parte degli Americani. Ma alcuni passi avventurosi rivelano una preoccupante ingenuità.
Nella formazione del suo staff, dopo aver preannunciato strategiche innovazioni, ha riservato i posti chiave a Rahm Emanuel, difensore della guerra contro Saddam; al Pentagono è stato riconfermato Robert Gates, già segretario alla difesa con Bush; Hillary Clinton, che votò in favore della guerra in Iraq, è stata chiamata alla segreteria di stato ed il suo vice Joe Biden fu anch'egli un sostenitore della guerra in Iraq. Ciò che inoltre ha sconcertato, evidente segno di fretta ed ingenuità, sono state le nomine di altri personaggi chiacchierati che poi si sono dovuti dimettere, come il responsabile della sanità e del lavoro. È vero che ci vuole gradualità nel modificare la rotta di una grande nave, quindi probabilmente sarà necessario un po' di tempo perché un vero cambiamento sia avvertito.
Un altro punto di notevole impatto mediatico fu l'annuncio della chiusura del carcere speciale di Guantanamo. Tutto il mondo, in particolare quello islamico, applaudì all'annuncio della chiusura del famigerato carcere. Ma sono sorte subito delle complicazioni: ad esempio un giudice che sta istruendo un processo contro cinque presunti mandanti degli attentati dell'11 settembre sostiene che la direttiva presidenziale ("Executive Order") non è sufficiente e non ha valore impositivo nei confronti della giustizia militare. E quindi la procedura di chiusura è ancora sospesa e rinviata di un anno ed occorre anche definire dove spostare gli attuali occupanti del noto carcere.
Ma la vera rivoluzione nei confronti della guerra è la circolare di fine marzo, nella quale, a cura dell'"Office of Security Review", si annuncia che per indicare le operazioni militari in Iraq, Afghanistan e in altri fronti minori (Somalia, Filippine, Yemen) non si devono usare i termini, tanto cari a Bush, di "lunga guerra" o "guerra globale al terrorismo", ma si dovrà usare l'espressione "overseas contingency operation", cioè "operazioni di emergenza oltremare": un bellissimo termine dal quale scompare qualsiasi riferimento sulla natura delle operazioni (belliche) e non si definisce contro chi sono dirette (il terrorismo).
Tutto ciò ha il sapore di un'operazione i cui meccanismi furono descritti oltre dieci anni fa da Joseph Nye Jr. nella sua opera "Il paradosso del potere americano". Egli distingueva tra l'hard power, fatto di armi e deterrenza, ed il soft power, che vive di seduzione ed attira i consensi su chi ne disponga.
E pare che Barak Obama preferisca questo secondo tipo di potere.
È una svolta (mediatica) davvero importante: la guerra al terrorismo è finalmente finita!
Saranno certamente felici le famiglie degli oltre cento militari americani morti nel corso del 2009: i loro cari, siano figli o padri, non hanno perso la vita nella "guerra al terrorismo" di Bush, ma nelle "operazioni di emergenza oltremare" di Obama.
Sperando che la furia del politically correct che imperversa non definisca questi soldati morti semplicemente come "diversamente vivi".
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VICO SAN LUCIFERO