EXCALIBUR 55 - settembre 2010
in questo numero
Fiat, Obama e futuro
Cambio di scenario nella storia dell'industria automobilistica
di Toto Sirigu
Cambiamenti epocali?
Il 30 aprile del 2009 finirà sui libri di storia della Fiat, dell'industria automobilistica mondiale e dell'Italia.
«Ho il piacere di annunciare che Chrysler e Fiat hanno raggiunto un accordo di partnership», parole di Barack Obama. Lo stesso presidente non può fare a meno di elogiare l'industria italiana affermando che essa è «capace di produrre le auto del futuro, pulite ed efficienti».
U.S.A., Giappone, Germania, Cina e Francia continuano a precederci come nazioni più influenti al mondo, ma non v'è dubbio che l'azione della Fiat, attuata in questo periodo di crisi, dia slancio, oltre che riempirci di orgoglio, al profilo internazionale della nostra Comunità.
L'operazione Chrysler può essere letta in tanti modi, rimane però la certezza che non si sarebbe realizzata senza la presenza di due "motori propulsori", ben combinati tra loro e tipici della genialità italiana: creatività e conoscenza.
Creatività e conoscenza sono state essenziali visto e considerato che l'accordo è andato in porto soltanto perché l'industria italiana possiede la tecnologia della futura automobile richiesta da Obama, diversamente dalla Chrysler americana che ne è sprovvista.
Creatività perché secondo diversi analisti, come ad esempio Max Warburton, analista americano di Sanford C. Bermstein, è stato un azzardo enorme fare un accordo del genere. La creatività è una qualità che predispone al futuro, e si sa che il futuro lo si può soltanto immaginare. Ebbene, la Fiat, immaginando l'evoluzione degli anni che verranno, ha certamente compiuto "l'azzardo", ma nella assoluta consapevolezza che essere statici equivale alla morte economica.
Viva quindi questo azzardo che, tra l'altro, ci riempie di orgoglio; non è, infatti, solo la Fiat che sbarca in America, è l'Italia tutta intera che, con il tricolore, ridarà fiato all'economia dell'auto statunitense. È la sesta potenza planetaria che condiziona l'avvenire della prima potenza.
Si apre una nuova era, certamente va dato merito a Obama per questo, caratterizzata da una forte accelerazione verso un mondo meno inquinato e più vivibile. Infatti, l'accordo industriale è finalizzato alla costruzione di un'auto ecologica: produrre quelle automobili pulite ed efficienti nel consumo che rappresentano il futuro del settore automobilistico. E siccome un po' di fierezza italica non guasta, non dimentichiamoci che da ora sulle strade americane, con molta probabilità, cominceranno a sfrecciare i modelli e i marchi mitici dell'auto italiana: la Cinquecento e l'Alfa Romeo. Proprio quella dinnanzi alla quale il padre dell'auto U.S.A., Henry Ford, si toglieva il cappello ogni volta che ne passava una. L'auspicio è che ogni Americano adesso ritorni a farlo.
In queste vicende innovative non possono non essere messe in risalto le dimensioni personalistiche: Marchionne. Questo è il manager "marchio" della Fiat che ha scolpito questa fase. E Marchionne ha tenuto a precisare che la sfida continua con un grande obiettivo, peraltro a portata di mano: portare Fiat ad essere secondo produttore globale, superando la soglia di sei milioni di auto prodotte, dietro soltanto a Toyota. Tutto ciò avverrebbe in un mercato dell'auto agitato sostanzialmente da sei grandi gruppi: Toyota, Volkswagen, Renault-Nissan, General Motors, Ford e Fiat.
Lo sbarco in America del "Nuovo Impero Romano" dell'auto realizzatosi, come prima si è detto, grazie ai motori propulsori costituiti dalla creatività e dalla conoscenza, nonché dalla forte iniziativa di Obama e dalla intraprendenza del nostro Marchionne, ci permettono di riflettere e interrogarci sulla natura della stessa Economia.
È la citazione sulla "mela di Newton", presente nel libro di Sergio Ricossa "Maledetti economisti", che ci dà le risposte: l'economia è essenzialmente una scienza morale e non una scienza naturale. È come se la caduta a terra della mela di Newton dipendesse, più che dalla gravità, dalle motivazioni della mela, dalla sua convenienza di andar giù, dalla volontà del suolo di riceverla e dagli errori di calcolo della mela circa la distanza dal centro del pianeta.
Se ciò è vero l'Italia, con le sue risorse di fantasia e di umanità, può rafforzare la propria posizione nello scacchiere internazionale anche proponendo una modalità innovativa nel tratteggiare il rapporto tra sviluppo e qualità della esistenza dei singoli e delle comunità.
In conclusione, questo grande tuffo dell'Italia industriale nel mondo, ci fa riscoprire, e può sembrare paradossale, i nostri sacri confini nazionali; ci svela, ancora una volta, che il nostro popolo, la nostra identità comunitaria, ha peculiari qualità da difendere e originali progetti da proporre al globo intero.
Sarà indispensabile che l'Italia, la sua classe dirigente tutta inizino a darsi degli obiettivi di futuro che esulino dal martellante quanto fiacco slogan «si sta meglio solo producendo di più».
In quest'ottica, pur con spirito critico, può essere legittimo rapportarsi con le considerazioni provenienti da un economista e filosofo francese nato nel 1940, Serge Latouche. Egli, in uno dei suoi libri, individua le otto "R" del cambiamento: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
Rivalutare significa colmare il vuoto di valori oggi dominante: «amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza, dovere di solidarietà, uso dell'intelligenza» sono oggi indispensabili per ridisegnare l'assetto comunitario all'interno del quale sarà necessario Riconcettualizzare e Ristrutturare sia le strutture produttive che i rapporti sociali, nell'ottica di Ridistribuire le ricchezze e l'accesso al patrimonio naturale, sia fra il Nord e il Sud del mondo sia all'interno di ciascuna società.
Rilocalizzare, nel senso di «produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente». Latouche mette al centro il locale a scapito del globale affermando che «se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e capitali devono essere limitati all'indispensabile» ed aggiungendo che la rilocalizzazione non deve essere soltanto economica, ma «anche la politica, la cultura, il senso della vita devono trovare un ancoraggio territoriale».
Ridurre l'inquinamento causato dai nostri modi di produrre e di consumare, Riutilizzare e Riciclare i rifiuti del consumo, combattendo l'obsolescenza programmata dei prodotti.
Non ci resta, quindi, che tornare a marciare con i nostri pensieri, progetti, contegni italici urlando al mondo che «il nostro combattere è prima un piacere... poi un dovere»!
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