EXCALIBUR 61 - settembre 2010
in questo numero
Populismo, ospite scomodo della democrazia
Il primato del potere: al popolo o alla nomenclatura?
di Donatella D'Addante
A sinistra: il linguaggio popolare è leva della legittimazione
A destra: la scelta è sempre sinonimo di democrazia
Secondo una teoria molto accreditata, gli sconvolgimenti 'interni' dei sistemi dei partiti hanno svolto un ruolo decisivo nella rinascita di partiti populisti, i quali godono di una posizione particolare a causa delle 'funzioni' che si ritiene soddisfino.
Andando indietro nel tempo è interessante notare, alla fine del 1944, una grande reazione di ostilità verso la politica, con un interprete degli umori diffusi all'epoca: lo scrittore di commedie Guglielmo Giannini con il giornale "L'Uomo qualunque". Interessante anche il suo simbolo, "l'uomo torchiato", che rappresenta la vittima dell'avidità di chi sta sopra di lui. Infatti gli strali di Giannini sono indirizzati a tutti coloro che hanno fatto della politica una professione, un mezzo per assicurarsi stipendi, appalti, forniture, ecc.. La grande scia di consensi che guadagna col tempo il giornale fa sì che nell'agosto del 1945 venga alla luce il Fronte dell'Uomo Qualunque, quale voce della gente comune, quella "moltitudine di sconosciuti" che devono sopportare l'arroganza dei 'mestieranti' della politica. Nel movimento ci sono tutte le componenti del populismo, dai temi al linguaggio (immediato e scorrevole).
Dagli anni settanta si assiste poi ad un cambiamento significativo negli orientamenti dominanti, fenomeno strettamente legato ad importanti trasformazioni delle strutture sociali e ai modi di mobilitazione e di partecipazione politici. Spesso si tratta di movimenti monotematici che portano avanti temi che, per diverse ragioni, i concorrenti non sono in grado di approfittare (lotta contro l'immigrazione, ecologia, individualismo, rispetto delle minoranze culturali, sociali, sessuali, ecc).
In un certo modo i partiti populisti si caratterizzano per una duplice ibridazione: sono nel sistema denunciandone le derive e ricordano il primato del popolo rispetto alle èlite al potere, mostrandosi come le uniche organizzazioni 'autenticamente' rappresentative. Si assiste sempre più ad un allentamento del rapporto tra i partiti e la loro base sociale, con una riduzione della capacità dei partiti di organizzare la società civile. Questa situazione rischia comunque di minare la legittimità dei partiti stessi, spesso percepiti come apparati parassitari, lontani dalla società.
Ed è in questo spazio che appaiono nuove mobilitazioni e strutture di aggregazione, il cui obiettivo è convincere o costringere i politici a tener conto delle loro rivendicazioni. A volte questi nuovi partiti, la cui parentela con i movimenti sociali è molto forte, non sono altro che il trasferimento di questi ultimi sulla scena elettorale.
Se poi si guarda con più attenzione alle dinamiche apparse all'inizio degli anni ottanta, si vede una crescente disaffezione alla partecipazione elettorale, oltre all'affermazione di valori nuovi che sfuggono alla struttura delle divisioni tradizionali.
Gli anni novanta hanno visto poi il moltiplicarsi di molte formazioni politiche, superando distinzioni di classe e di gruppi sociali, create sulla base di movimenti di protesta spesso molto specifici (per esempio, ostilità al sistema fiscale e alle politiche redistributive).
I movimenti populisti si prestano bene a una situazione di ambiguità: non sono più semplici movimenti sociali e non sono ancora dei partiti nel senso classico della parola. I partiti populisti comunque beneficiano di una congiuntura favorevole in quanto sono sempre stati lontani o ai margini del potere; da questo punto di vista l'entrata al governo rappresenta un test molto importante.
Appare dunque chiaro che l'insoddisfazione serpeggia in settori consistenti della società italiana, quale espressione di protesta contro il funzionamento della politica. Finché arriviamo al ciclone giudiziario che si scatena nel febbraio 1992, la cosiddetta "operazione Mani Pulite", che dimostra come la corruzione attraversi la classe politica nella sua interezza, non limitandosi ai partiti di governo, ma anche coinvolgendo settori dell'opposizione.
La percezione che una crisi di gravi proporzioni si stia abbattendo sul Paese provoca una reazione dell'opinione pubblica, ora pronta a dar credito ai profeti del populismo.
I sentimenti di sfiducia e di distacco dalla politica, che covavano da decenni sotto la cenere della rassegnazione o venivano compensati dai benefici del clientelismo, salgono in superficie e si trasformano in esplicite manifestazioni di risentimento producendo leader carismatici perfettamente a proprio agio nei salotti dei talk show televisivi.
Questi 'capi' promettono di dar voce alla gente comune; da ciò discendono la celebrazione delle virtù del popolo laborioso, oppresso dal fisco e sfruttato da un'oligarchia di burocrati. La paura della disoccupazione, il pessimismo sul futuro, il giudizio negativo sul funzionamento della democrazia, il timore degli immigrati come concorrenti agguerriti nella ricerca del lavoro e il peso dell'isolamento sociale che deriva da questa condizione psicologica complessiva sembrano essere i fattori più determinanti nella spinta al voto populista.
A fare da collante di tutte queste inquietudini è anche lo stile populista, fra cui l'uso di un linguaggio popolare, diretto, aggressivo. È anche essenziale la capacità dialettica dei loro esponenti di primo piano e ancora di più la loro abilità nel controllare la macchina organizzativa del partito. Per attirare sia i "colletti blu", che non si sentono più protetti dai sindacati e partiti di sinistra, sia i piccoli e medi imprenditori, i neopopulisti devono promettere nel contempo ordine sociale, autorità, stabilità e omogeneità culturale della società, cara ai primi, ed economia libera dai vincoli dello statalismo, come pretendono i secondi.
Tutte le grandi trasformazioni sociali di questi ultimi tempi hanno creato un solco tra vincenti e perdenti della società globalizzata e seminato tra questi ultimi una condizione psicologica complessiva impregnata di risentimento, delusione e disincanto sulla quale i partiti populisti fomentano la protesta.
In generale, la componente populista è vista da sociologi e politologi come facente parte della nostra concezione della democrazia e delle nostre istituzioni; la democrazia non può fare a meno del popolo e solo nel populismo riescono a convivere così tanti elementi mescolati, deformati, riadattati di ideologie di destra e di sinistra. Il populismo, proprio perché mette il popolo al centro del suo discorso, è e sarà una componente costante dei sistemi democratici. Il populismo come forza latente è, quindi, più suscettibile di apparire nei momenti di tensione, di crisi, come indicatore di disagio del corpo sociale e politico; può essere salutare non tanto per le soluzioni che propone, quanto per i problemi sui quali attira l'attenzione.
In futuro i partiti "del sistema" e le istituzioni dell'establishment dovranno attrezzarsi a capire meglio e a valutare le caratteristiche e i comportamenti di questo ospite scomodo della democrazia, attraverso i più asettici strumenti della ricerca scientifica.
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