EXCALIBUR 62 - dicembre 2010
in questo numero
Gente di Sardegna
Una specificità costruita col sangue nel conflitto 1915-18
di Angelo Abis
Sopra: il mitico stemma della "rigata Sassari
Sotto: Brigata Sassari, ora come allora sempre in prima linea
Nei due centri vennero costituiti il 151º e il 152º Reggimento della "Brigata Sassari". Unico reparto di tutto l'esercito italiano costituito su base etnica.
Schierati sul fronte a partire dal 25 luglio del 1915, già nel mese di novembre, a seguito della conquista da parte dei "sassarini" delle trincee delle Frasche e dei Razzi, un bollettino del comando supremo citava «gli intrepidi Sardi della brigata "Sassari"». Due settimane dopo, il 3 dicembre,il comando della III Armata impose che tutti i militari di "stirpe sarda" fossero trasferiti nella brigata.
Il risultato di quattro anni di guerra furono 13.000 morti, molti elogi, molte medaglie e molte promesse verso quella terra dimenticata che era la Sardegna.
Eppure quella carneficina trasformò profondamente l'anima del Sardo. Lo stare fianco a fianco di tanti suoi simili, di cui in patria avrebbe naturalmente diffidato, gli fece scoprire un nuovo senso di solidarietà e di fratellanza verso chi parlava la stessa lingua, cantava e ballava nello stesso modo, aveva gli stessi parametri etici.
Pian piano il vecchio orizzonte familiare e paesano si aprì con orgoglio a una dimensione più ampia che era quella regionale. Ancora più profondo fu il cambiamento che la guerra produsse negli ufficiali.
Ce ne dà un saggio Puggioni, ex ufficiale valoroso e pluridecorato: «Passando dalla casa alla caserma o direttamente alla trincea conoscemmo un valore a noi ignoto: il senso di responsabilità. Lo studente, il professionista, l'uomo colto conobbe nel contadino e nel pastore la sua stessa anima. Parlavano e pensavano tutti nella stessa lingua, nella mente lo stesso triste villaggio, negli occhi le stesse miserie. [...] Le sofferenze comuni fecero comprendere tutto il valore dell'unità di razza; le azioni compiute insieme dimostrarono la forza e la capacità della Sardegna alle azioni collettive, persuasero della loro utile necessità».
La vera originalità e forza del combattentismo sardo e la sua capacità di trasformarsi poi in forza politica, consisteva nella grande fiducia che i soldati riponevano nei propri ufficiali, non certo per i gradi ricoperti, ma perché riconoscevano la naturale superiorità di chi aveva studiato, di chi sapeva dare il buon esempio, di chi sapeva rischiare quanto e più di loro, di chi con una frase accattivante in "limba" sapeva suscitare l'orgoglio dell'appartenenza allo stesso popolo, molto al di là del fossato sociale, che invece, in tante regioni d'Italia, divideva la borghesia dalle classi umili.
E da questa semplice constatazione deriva poi il fatto che la Sardegna ebbe un "suo" particolare combattentismo, un "suo" regionalismo, un "suo" fascismo, che non a caso prese il nome di "sardo-fascismo".
Quelle poche centinaia di ufficiali, ritornati nell'Isola, chiamarono a raccolta i loro fanti non più come clientela, ma come protagonisti di un ambizioso progetto politico: «Lo scopo primo del Partito Sardo d'Azione è la formazione salda e compatta di una coscienza isolana illuminata e consapevole che sola ci permetterà di partecipare con frutto alla grande vita nazionale e a quella più grande europea. [...] Per arrivare a tutto questo è necessario spogliarsi di tutte le vuote ideologie d'oltre mare [...] come le democrazie stracciate e camorristiche [...] o come i ladreschi sistemi dei socialisti organizzati».
Per creare "quella coscienza isolana illuminata" c'erano voluti 13 mila morti. Se vi sembrano pochi, pensate che tutte le guerre del risorgimento fatte per creare una coscienza nazionale, costarono in tutto 6.000 morti.
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