EXCALIBUR 65 - luglio 2011
in questo numero
Il fenomeno del mobbing
Da non sottovalutare le ripercussioni psico-fisiche
di Donatella D'Addante
Il mobbing colpisce in particolare Gran Bretagna, Svezia e Francia, l'Italia è sotto la media europea
Il mobbing nell'accezione più comune può essere definito come un insieme di comportamenti violenti (abusi psicologici, angherie, vessazioni, demansionamento, emarginazione, umiliazioni, maldicenze, ostracizzazione, ecc.) perpetrati da parte di uno o più individui nei confronti di un altro individuo, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale, nonché della salute psicofisica dello stesso.
I singoli atteggiamenti molesti (o emulativi) non raggiungono necessariamente la soglia del reato, né debbono essere di per sé illegittimi, ma nell'insieme producono danneggiamenti plurioffensivi anche gravi, con conseguenze sul patrimonio della vittima, la sua salute, la sua esistenza.
Parlando di etimologia, possiamo vedere come il termine "mobbing" sia stato coniato agli inizi degli anni settanta dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento aggressivo tra individui della stessa specie con l'obiettivo di escludere un membro dello stesso gruppo.
Uno dei campi in cui maggiormente si può osservare il fenomeno è quello lavorativo. Qui infatti il mobbing è una pratica spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all'azienda), o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all'esterno di irregolarità sul posto di lavoro) o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.
Perché si possa parlare di mobbing, l'attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale all'espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.
Nello specifico, sul posto di lavoro la pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Come, per esempio, la sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali, così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro, rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità, dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati, interrompere il flusso di informazioni necessario per l'attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull'accesso a Internet), continue visite fiscali in caso di malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra). Insomma, un sistematico processo di "cancellazione" del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa.
Da un'indagine della "European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions", a fronte di un dato europeo che pone l'Italia agli ultimi posti rispetto alla diffusione del fenomeno (ci viene attribuito solo un 4,2% che è ben poca cosa nei confronti, per esempio, del 16,3% della Gran Bretagna o del 10,2% della Svezia), possiamo solo contrapporre, stando alle stime fornite dai maggiori esperti nazionali, percentuali oscillanti tra il 4 ed il 6 per cento della forza lavoro (indicazioni rispettivamente di Renato Giglioli ed Harald Ege), cioè tra un milione ed un milione e mezzo di persone mobbizzate, anche se tale numero andrebbe verosimilmente arrotondato a tre milioni considerando tutta l'area del lavoro sommerso o precario.
Per quanto riguarda l'età: la distribuzione del mobbing è piuttosto omogenea, con la sola significativa eccezione dei giovani tra i 21 e i 30 anni, che costituiscono il 5,9% dei mobbizzati.
Inoltre i lavoratori con titoli di studio più bassi sono meno colpiti dal mobbing: solo l'1% delle vittime possiede la licenza elementare e i titoli di studio superiori sono sovrarappresentati rispetto alla composizione del mercato del lavoro italiano.
Nel nostro Paese, secondo il monitoraggio effettuato dall'Ispesl (l'Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro), su 21 milioni di lavoratori, le vittime del mobbing ammontano a circa un milione e mezzo; il fenomeno è più presente al Nord (65%) e colpisce maggiormente le donne (52%). Le categorie più esposte risultano gli impiegati (79%) e i diplomati (52%). Per quanto riguarda la durata delle azioni mobbizzanti, il 40% dei casi ha durata da un anno a due anni, il 30% dei casi oltre due anni, il 27% dei casi da sei mesi a un anno.
Da recenti studi sullo sviluppo del fenomeno, emerge con sorpresa che il mobbing colpisce non solo quadri e dirigenti, bensì anche addetti alle mansioni più semplici. Sarebbero loro le vittime preferite degli abusi psicologici in azienda.
Nell'Unione europea, le persone vittime di vessazioni sul posto di lavoro sono circa 12 milioni, pari all'8% degli occupati. In testa alla classifica dei Paesi dove più numerosi sono i casi di mobbing si pone l'Inghilterra (16,3%), segue poi la Svezia (10,2%), la Francia (9,9%), Irlanda (9,4%), la Germania (7,3%). L'Italia, con il suo 4%, si pone al di sotto della media europea.
Comunque col tempo un po' dappertutto stanno nascendo gli sportelli di ascolto per il mobbing presso ospedali, sindacati, associazioni. Centri ai quali si possono rivolgere le vittime per avere consigli e pareri in merito.
Oramai siamo di fronte ad un fenomeno sociale di una certa portata, non più trascurabile. Perciò occorre monitorare il fenomeno, studiarlo, controllare la sua evoluzione nel tempo. Fenomeno col quale si convive, quale ospite scomodo delle nostre società, ben radicato nel tessuto sociale.
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