EXCALIBUR 65 - luglio 2011
in questo numero
La macchina fantasma
Sogni e ricordi, ricordi e sogni
di Luigi Muscas
Apparve ad un ragazzino la prima volta nel cortile di una casa colonica. Agricoltori e contadini la guardavano sbalorditi: «Questa macchina è mossa dal demonio», dicevano. Era concepita per attingere l'acqua in zone desertiche. Poi sparì, ma di tanto in tanto riappariva alla memoria di quel fanciullo.
Non concedeva molto all'estetica, con la sua ruota enorme che girava alla velocità delle lancette d'un orologio che però trasmetteva quantità di moto incalcolabili. Con opportuni rapporti azionava delle turbine e avrebbe potuto fornire notevole energia.
Quel ragazzino pensava fosse frutto della sua fantasia. Divenuto un funzionario tecnico dell'Università, un bel giorno una collega mostrò il bando di un concorso di una società svizzera. Si poteva partecipare col progetto di una macchina e la società avrebbe premiato in denaro quella ritenuta più utile all'umanità. La collega chiese aiuto all'ex ragazzino e questo, evocato il fantasma della macchina della sua infanzia, lo presentò alla collega. Si era messo al lavoro e alla fine era venuto fuori un progetto che, attraverso un sistema di dilatazione e di contrazione di metalli esposti alternativamente al sole e all'ombra, dava vita a una macchina ormai considerata frutto di pura fantasia. «Grazie!», esclamò la collega entusiasta, «Hai inventato qualcosa di eccezionale! Diventeremo ricchi!».
«Aspetta!», disse il ragazzo, «Non facciamoci troppe illusioni. Teoricamente dovrebbe funzionare, ma c'è la parte sperimentale, la più rognosa. Intanto dovremmo costruire un prototipo e collaudarlo, poi bisogna verificarne l'originalità. Per fortuna ho qualche amico in Facoltà d'Ingegneria...».
Le ricerche tra le scartoffie dimostrarono che il ragazzo aveva inventato qualcosa di già inventato: «Eccolo qua! Questo è il disegno della tua macchina; guarda, identico a quello che hai portato tu. Si direbbe lo stesso: stesso disegno, stesso principio... ma come hai fatto a copiarlo?». «Io non ho copiato nulla!», protestò il ragazzo indignato. «Ti credo!», rispose il collega di Ingegneria chinando il capo, «Neppure io ne conoscevo l'esistenza!».
Siamo in tanti a chiederci come mai quel vecchio progetto, sicuramente più accurato e perfetto di quello realizzato dall'ex ragazzino, sia stato lasciato in pasto alle tarme. Una ragione c'è sicuramente, malgrado la necessità d'energia e i drammatici problemi planetari di natura ecologica. Vorremmo solo essere illuminati in proposito, ammesso che detta ragione sia confessabile.
Tutti i discorsi altisonanti fatti sui media circa l'avvelenamento del pianeta e la pretesa mobilitazione delle persone oneste per la sua salvezza, sono paroloni vuoti di significato, pronunciati dagli affaristi più disonesti che la Terra, per sua sfortuna, alleva e nutre.
Questa macchina, o almeno il suo progetto, esiste veramente. È esistita anche la macchina, e chi scrive, ai tempi della sua beata fanciullezza, l'ha vista in funzione. Ora esiste solo un vago ricordo nella mente e il progetto giace negli archivi della Facoltà di Ingegneria di Cagliari. Lo ha ritrovato e mostrato al sottoscritto Giuseppe Meloni, di Elmas.
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