EXCALIBUR 75 - gennaio 2014
in questo numero
Ma il Caimano è proprio finito?
Vale sempre l'adagio "non dire gatto se non l'hai nel sacco"
di Angelo Abis
Sopra: Silvio Berlusconi, troppe volte dato per sconfitto e ogni volta in grado di riprendere il cammino
Sotto: da Magistratura Democratica non un attacco al partito di Berlusconi, ma alla persona pubblica e privata del leader
Berlusconi è stato cacciato dal senato a larghissima maggioranza.
Finalmente l'ambita preda, senza più immunità parlamentare, è in balia di quei magistrati che da un ventennio tentano invano di fargli fare la fine di Craxi.
Gode la sinistra che pensa così di aver eliminato chi troppe volte, in barba a tutti i pronostici, gli aveva sbarrato la strada del potere. Tira un sospiro di sollievo la destra di Alfano pensando di aver evitato per un pelo di imbarcarsi nell'ultima disperata battaglia del cavaliere, battaglia considerata persa in partenza e foriera di ben maggiori disastri per chi si era insediato nelle comode poltrone ministeriali.
Gioisce Enrico Letta che pensa così di poter guidare al meglio un governo non più pesantemente condizionato dalle pretese del cavaliere.
Possiamo dunque tutti celebrare il de profundis e scrivere la parola fine del cosiddetto ventennio berlusconiano?
A noi pare proprio di no e ne spieghiamo il perché. Partiamo da lontano: la lotta politica in Italia, in quest'ultimo ventennio, ha avuto due soli soggetti protagonisti.
Uno, Silvio, che non è solo una personaggio eccezionale, ma è soprattutto il fondatore di una nuova corrente politica che ha preso il nome di "Berlusconismo", movimento, questo, ormai ampiamente studiato dalla scienza politica e da detta scienza collocato nella categoria dei "populismi" del XXI secolo.
In soldoni abbiamo un leader che si appella al popolo per fare una "rivoluzione" che lo liberi da lacci, laccioli, incrostazioni e passatismi che impediscono alla comunità di esprimere al meglio le proprie potenzialità in qualche modo frenate da uno stato e da una classe politica ormai vecchia, logora, e sostanzialmente autoritaria e conservatrice.
Proprio partendo da questa premessa diciamo così "dottrinaria", Berlusconi indirizzò la sua azione di governo alla realizzazione di 3 progetti di fondo:

1) trasformare la partitocrazia della prima repubblica in un sistema bipolare che desse stabilità al sistema politico e la designazione popolare del presidente del consiglio, svincolandolo così dai condizionamenti dei partiti;
2) dotare il paese di quelle infrastrutture che ci portassero allo stesso livello di Francia, Inghilterra e Germania (centrali nucleari, gassificatori, ponte sullo stretto, Tav, etc.);
3) impostare una politica estera dinamica che facesse contare di più l'Italia nel contesto internazionale. Da notare come quest'ultimo aspetto della politica berlusconiana, foriero sia del suo massimo successo (il trattato di amicizia con la Libia), sia dell'inizio del suo declino (guerra anglo-franco-americana tesa alla eliminazione di Gheddafi), è stato costantemente sottovalutato e scarsamente considerato da tutte forze politiche nazionali, ma non dalle potenze che detta politica non hanno gradito (gli Stati Uniti di Obama, la Francia, l'Inghilterra).

Ma veniamo adesso a parlare dell'unico vero nemico del cavaliere: la corrente dei giudici, meglio nota come "Magistratura Democratica". Attenzione! M.D. non è la longa manus della sinistra nelle istituzioni!
Al contrario è la sinistra, o le sinistre che sono più o meno consenzienti, al servizio di M.D. che si configura (fanno testo gli atti dei propri convegni, i documenti, le dichiarazioni) come l'unico movimento marxista-leninista sopravissuto al crollo generale di movimenti e partiti fratelli o affini avvenuto a cavallo degli anni novanta del secolo scorso.
Sopravissuto proprio perché, anziché contrapporsi platealmente ai poteri dello stato, ha scelto di impossessarsi in maniera perfettamente legale del potere più forte e cioè della magistratura. Complice una classe politica che si evirò trasferendo il potere di indagine dalle forze di polizia ai pubblici ministeri i quali si sono trovati così nella condizione di disporre a proprio piacimento delle stesse forze dell'ordine.
È avvenuto così che una minoranza ideologicamente e politicamente ben qualificata, organizzata in maniera sapiente in una corrente sindacale, abbia acquisito un potere enorme che solo teoricamente trova un limite negli organi di controllo essi pure formati dai magistrati. Questa minoranza ha usato il proprio potere in maniera "rivoluzionaria", ovvero con metodi non proprio ortodossi, per combattere quello che una volta i marxisti chiamavano «il nemico di classe».
Con questi metodi riuscirono ad eliminare Craxi e tutti i partiti del centro sinistra. Conseguenza di quel fatto doveva essere, testi marxisti alla mano, la vittoria della "gioiosa macchina da guerra progressista".
Così non fu, perché quella simpatica o perfida canaglia (scegliete voi) di Berlusconi, in quel lontano 1994, inventando di tutto e di più - un partito azienda, una impossibile alleanza tra Lega e Msi, un progetto e un programma di immediata comprensione, i comunicati stampa sostituiti dalle videocassette, ecc. - sbaragliò la sinistra, con la beffa che Forza Italia risultò pure il partito più votato dalla classe operaia.
Ad onore di M.D. va detto che il successo del cavaliere non ha minimamente scalfito il progetto "rivoluzionario", per cui quest'ultimo ventennio è stato un continuo e tenace attacco frontale, condotto con grande astuzia e spregiudicatezza, non tanto al partito berlusconiano, quanto alla persona pubblica e privata del leader.
Parlo di astuzia perché ha generato nell'opinione pubblica e nei cosiddetti amici ed alleati l'opinione che la partita si giocasse tutta non tra due poteri politici antagonisti, bensì fra magistrati integerrimi e un cavaliere non proprio in odore di santità che le decine di incriminazioni e processi se li è andati a cercare.
La condanna della Cassazione, la perdita dell'immunità parlamentare e persino la scissione alquanto contorta di Alfano, se pure sono grossissime gatte da pelare per il cavaliere, non ne hanno affatto diminuito il peso politico e la capacità di manovra.
Al contrario, lo ha liberato dalla gabbia delle larghe intese, permettendogli così, sul versante istituzionale, di poter fare una opposizione dura ed efficace contro il governo e sul versante dell'opinione pubblica di presentarsi come leader populista capace ancora di mobilitare la piazza.
Con l'ascesa di Renzi, che di certo non farà mai le barricate contro Berlusconi, con Beppe Grillo che è ormai sulla sua stessa linea, ci avviamo verso le elezioni europee che saranno un referendum tra chi sarà contro i diktat dell'Europa che ci stanno mettendo in ginocchio e chi, invece, come il governo Letta e i suoi estimatori, tenterà una pallida difesa dei patti-capestro europei e tedeschi.
È facile prevedere che tra i vincitori non potrà non esserci e alla grande Silvio! E allora addio alle sentenze e chi se ne frega del Senato.
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