EXCALIBUR 80 - luglio 2014
in questo numero
Papa Francesco fra atei devoti e laico-papisti
La discriminante tra credenti e non credenti: il Papa è il vicario di Cristo, lo si ascolta, non lo si giudica
di Angelo Abis
Jorge Mario Bergoglio, diventato Papa Francesco il 13 marzo 2013
Il detto "morto un Papa se ne fa un altro", pur nella sua apparente rozzezza popolare, sta ad indicare una semplice verità di fede: il Papa è il vicario di Cristo, per cui dietro le diverse personalità dei Papi vi è sempre, unica e immutabile, la presenza del Cristo.
Vicario di Cristo non è un titolo onorifico, ma corrisponde alla natura profonda della chiesa cattolica che è prioritariamente una istituzione divina, cioè il prodotto di una volontà ultraterrena.
Per cui è scontato, ovviamente per chi ci crede, che il Papa, qualunque Papa, nel suo magistero è portatore e maestro di un pensiero, la cosiddetta "lieta novella", immutabile e non discutibile proprio perché deriva dal Cristo.
Detto questo, è scontato per tutti i credenti che la morte di un Papa o, come nel caso di Benedetto XVI, le sue dimissioni, non costituiscano un evento traumatico, così come l'elezione di un nuovo Pontefice comporta una manifestazione di gioia che si concretizza con la presenza dei fedeli in piazza San Pietro all'annuncio dell'"Habemus Papam", presenza certo notevole, ma che da sempre, quantitativamente, esprime lo stesso apprezzamento a prescindere dal Papa eletto.
Quanto detto sin qui è cosa pacifica in tutto il mondo, eccetto che in Italia. È bastato infatti che Papa Francesco pronunciasse qualche frase non convenzionale, che avesse dei contatti con personaggi del mondo laico, che adottasse dei comportamenti non usi ai Papa precedenti perché si sollevasse un grande polverone mediatico al grido: «Francesco Papa rivoluzionario! Aperto ai cosiddetti diritti civili! Castigamatti della corrotta e retrograda curia romana!».
Oddio, non è che questo costituisca proprio una novità! Nel 1846 il neo eletto Papa Pio IX concesse l'amnistia per i reati politici. Chiamò al governo dello stato Pontificio alcune personalità laiche e concesse una certa libertà di stampa. Anche allora i nonni o i bisnonni di Scalfari e di "Repubblica" inneggiarono al Papa "liberale", salvo, qualche decennio dopo, prendersi con la violenza lo Stato Pontificio, gabellando l'operazione come opera meritoria che finalmente poneva fine all'obbrobrioso potere temporale dei Papi, ovviamente il parere degli abitanti di quello che fu il più antico degli stati italiani fu assolutamente irrilevante.
E pensare che ancora oggi ci sono tanti che giudicano opera di civiltà la fine del potere temporale (che però nel 1929 è stato ripristinato) del Papa, e magari sono gli stessi che si stracciano le vesti perché il Dalai Lama è stato cacciato via dal Tibet dai comunisti cinesi!
La realtà vera è che avendo l'Italia ridotto il Papa a un signorotto confinato in 44 ettari di ex territorio nazionale, lo ritenga un po' "cosa sua", una specie di vicino di casa un po' anomalo su cui atteggiamento paternalistico, prudenza e diffidenza hanno la meglio su un rispetto per lo più formale. E su cui, come ogni vicino che si rispetti, è quasi un dovere esercitare un diritto di intromissione.
Il nostro amato paese è infatti l'unico dove ci stanno atei che parlano di Dio, agnostici che discettano di dottrina e anticattolici che parlano di chiesa. Quasi sempre sono loro a spiegare come dovrebbe essere la chiesa e come dovrebbe "cambiare", dissolvendola (è questa la sostanza, il non detto) in una religione civile sulla falsariga dei protestanti europei, completamente soggetta al pensiero unico di volta in volta dominante.
Sul versante opposto abbiamo le anime belle, quelle che hanno per sé una concezione edonistica della vita, ma che accusano la chiesa di scarsa umiltà, di ostentare il proprio potere, di essere l'antitesi del poverello d'Assisi. Povero San Francesco! presentato dai vari Dario Fò come uno che con la sua povertà era un pugno nell'occhio per i Papi e la chiesa che malamente l'avrebbe sopportato. Eppure il Santo aveva parlato chiaro, anzi aveva pure messo tutto per iscritto.
Capitolo I della regola dei frati francescani: «La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana»
Capitolo II: «Li ammonisco (i frati, n.d.r.), però, e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi sé stesso»
Detto questo è opportuno fare una qualche osservazione sull'articolo di Angelo Marongiu apparso sul n. 79 di Excalibur dal titolo: "27 aprile 2014: due papi sull'altare, due papi sugli altari - Modeste riflessioni di un osservatore sconcertato e confuso".
Si parte da una analisi sulla beatificazione dei Papi Giovanni XXIII e Paolo II avvenuta in Piazza San Pietro il 27 aprile per imputare alla chiesa cattolica e all'attuale Papa una serie di colpe: mancanza di sobrietà e di umiltà, abbandono della tradizione, relativismo morale e religioso, dialogo col mondo, ecc..
Esattamente l'opposto da quanto detto e praticato, nell'ordine, da Benedetto XVI, da Paolo II, da San Francesco e da Gesù Cristo. Le osservazioni, ancorché discutibili, sarebbero inappuntabili se il problema della chiesa consistesse nella difformità del suo operato rispetto a ciò che si presume sia la dottrina morale e la tradizione, ma così non è. Anche i farisei che, non dimentichiamolo, costituivano l'elite morale e intellettuale dell'ebraismo, non a caso espressero nei confronti del Cristo le stesse critiche che molti oggi rivolgono alla chiesa: abbandono della tradizione, dialogo con i peccatori, volontà di potenza.
Ma qual è allora il vero ed eterno problema della chiesa, ovvero dell'intera comunità dei cattolici? Se si fossero ascoltate le prime parole pronunciate in quell'immenso apparato scenico, si sarebbe compreso anche il nesso con l'arida terra di Galilea attraversata dal Cristo.
Sono le parole che ogni cristiano, Papa in testa, pronuncia all'inizio della Santa Messa: «Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa e supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli di pregare per me il signore Dio nostro. Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna»
È qui tutto il succo del cristianesimo. Ogni cristiano (Papa compreso) non solo è tendenzialmente un malfattore cosciente di esserlo, ma compie il male - udite udite! - persino col pensiero!
E guai a imputare il male agli altri o, peggio, rispondere al male altrui: ama il prossimo tuo, il tuo nemico, quello che ti perseguita! E non se ne esce se non con la fede e la preghiera, le uniche cose che ti permettono di incontrare il Cristo, premessa per poter vivere in santità già su questa terra in attesa di proseguire poi per l'eternità.
Ecco il vero problema della chiesa e del Papa: come portare sulla via dell'incontro con Cristo e quindi alla conversione i peccatori.
Per gli altri, quelli che si ritengono retti nei costumi e nel pensiero, non c'è problema. Lo aveva ben capito, nel secolo scorso il grande Oscar Wilde: «La chiesa cattolica è dei santi e dei peccatori. Per le persone perbene basta la chiesa protestante».
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