EXCALIBUR 80 - luglio 2014
in questo numero
È stata utile per la Sardegna l'autonomia regionale?
Il nuovo libro di Buttafuoco: spunti per un'amara riflessione sulla politica sarda
di Gianfranco Anedda
Il controsenso fra una regione autonoma e l'Unione Europea
L'ultimo libro di Pietrangelo Buttafuoco (Buttanissima Sicilia - ora in uscita - Bompiani) deve essere letto. Deve essere letto con attenzione. Ho scritto "deve" a ragion veduta. Deve perché è necessario conoscere le tesi e il contenuto. Con attenzione perché, da ciò che si legge nei primi commenti, le tesi esposte non sono da condividere acriticamente, ma suscitano curiosità intellettuale e storica, dubbi, riflessioni.
Un libro di un Siciliano doc, che ancora una volta rivela l'intelligenza di un Siciliano che, per coloro che ancora non lo avessero scoperto, non è intelligenza comune. È una intelligenza diversa. Il libro ruota intorno a una domanda in apparenza semplice. Fu utile per la Sicilia l'autonomia? Buttafuoco da par suo ne sintetizza il concepimento, l'esordio, l'esistenza. Conclude in termini negativi. O, se preferite la cautela che non appartiene a Buttafuoco, non positivi.
Ecco un saggio apparso, per gentile concessione, nel giornale "Libero" (2 luglio). «Adesso basta. Qualcuno - Matteo Renzi, Beppe Grillo? - dica basta, perché l'autonomia sarà cosa santa e giusta ovunque ma in Sicilia no, è un flagello che trascina nel baratro l'Italia. Lì, l'autonomia regionale, fonte di sprechi e burocrazia, è l'acqua che nutre l'arretratezza economica e sociale di un pezzo importante del Mediterraneo».
Sarebbe mera esercitazione dialettica discutere le opinioni di Pietrangelo Buttafuoco. Possiamo soltanto riflettere. Poi rispondere alla domanda che è conseguente, forse provocatoria, e non sembri strano, forse un poco romantica.
L'autonomia speciale è stata utile alla Sardegna? Fu figlia del romanticismo sardista di Emilio Lussu e di Camillo Bellieni sponsorizzato dagli eroici e vittoriosi soldati reduci dalla "Grande Guerra". Quasi una bestemmia negarlo, quasi una bestemmia prendere spunto dai princìpi che dettarono lo Statuto Speciale della Sicilia. L'autonomia e lo Statuto della Sardegna dovevano esser sardi e basta. Senza se e senza ma. Non inquinati da "strangius". Un pasticcio. E pasticcio fu. Parlarne e criticarlo un'eresia meritevole del rogo.
Lo Statuto sardo e l'autonomia furono utilizzati per coprire, nascondere, minimizzare le carenze di una classe politica improvvisata, gestita con abile capacità dai democristiani dell'epoca, che appena assestati spartirono potere e poltrone con l'allora partito comunista. Pareva litigassero, ma per anni, come si suole dire per i coniugi in occasione delle "nozze di diamante", vissero felici e contenti, con l'affetto dei figli, nipoti e pronipoti.
Ma torniamo a noi. È stata utile l'autonomia per la Sardegna? O meglio e più esattamente, è stata gestita con vantaggio?
Non mi piace esercitarmi nel "senno del poi"; quando tutti sfoderano i rimedi nascosti del tipo "io l'avevo detto". Aborro ancora e di più l'abitudine alla critica dell'accaduto. Figlia non degenere del male endemico della Sardegna: l'invidia. Eppure proprio dall'invidia è nato e nasce quel malanno descritto nel proverbio (la citazione non piacerebbe al Commissario Montalbano) sul comportamento del cane dell'ortolano che "non mangia e non lascia mangiare".
Ancora una volta, torniamo a noi. È facile divagare e smarrirsi nel filo dei ricordi. Ancora più facile sciabolare giudizi che coinvolgono illustri personaggi senza dar conto delle immense difficoltà nelle quali operarono; forse, lo dico sottovoce, con troppa, improvvida, disinvoltura.
Per non incorrere nei comportamenti che ho criticato non esaminerò nel dettaglio e nel particolare i fatti accaduti. Mi riferirò ai risultati. Cioè alla situazione di oggi dopo sessantasei anni di autonomia.
Nel dopoguerra la sorte della Sardegna ebbe inizio nel 1946 con la costituzione dell'Ente per la lotta contro la malaria. Piaga storica ed endemica della Sardegna. L'Ente agì con fondi dello Stato, della Fondazione Rockefeller, delle Nazioni Unite e con la collaborazione del fondo per la ricostruzione. Agì con personale sardo, con la direzione del Dott. Alberto Missiroli (Istituto Superiore della Sanità) e del Prof. Giuseppe Brotzu, del malariologo Guido Casini, dell'entomologo americano Thomas H.G. Alken. Condusse quattro campagne, operò per quattro anni; istituito il 12 aprile 1946, cessò l'attività il 31 dicembre 1950 con la vittoria definiva sulla malaria.
È necessario precisare questo punto di partenza per ricordare quale Sardegna venne consegnata all'autonomia. Lo Statuto sardo venne infatti pubblicato il 26 febbraio 1948. Quando la malaria stava per essere debellata. Una terra purificata, quasi completamente ripulita e risanata. Quasi un miracolo. Senza questo quasi miracolo la Sardegna non avrebbe avuto né lo sviluppo turistico, né le prospettive industriali che conosciamo.
Eppure, anni dopo l'attuazione dell'autonomia e l'approvazione dello Statuto, Renzo Laconi, all'epoca deputato del Partito Comunista italiano, scrisse (1951):
«Tuttavia ben poco è mutato finora nella vita dell'Isola. La vita locale è ancora stretta nelle maglie della burocrazia che fa capo ai prefetti, al commissario governativo, al Ministero dell'Interno. La "riforma agraria" prevista dalla "legge stralcio", anche col sussidio delle opere pubbliche programmate dalla Cassa del Mezzogiorno non è tale da poter seriamente intaccare le strutture dell'economia agricola isolana, anche perché il congegno che serve ad individuare le proprietà da scorporare lascia praticamente intatta la proprietà assenteistica. La bonifica non può essere attuata su larga scala senza intaccare le concessioni sulle acque oggi detenute dai monopoli elettrici. L'energia, prodotta da costosi impianti idroelettrici, ha un prezzo molto elevato che incide profondamente sui costi di tutta la produzione industriale e particolarmente di quella mineraria. Il carbone del bacino del Sulcis, che potrebbe fornire energia elettrica a costi largamente inferiori, subisce le fluttuazioni della richiesta e per lunghi periodi si accumula invenduto sulle calate del porto di Sant'Antioco. I profitti che le grandi società nazionali ricavano dalle attività industriali e commerciali emigrano sul continente. Nell'Isola difettano i capitali e manca il lavoro e in una terra già tanto spopolata è enorme la percentuale dei disoccupati stabili e stagionali e notevole il flusso emigratorio».
Depurato dagli appunti critici (il Pci si collocava all'opposizione ed erano ancora lontani i tempi dell'accordo di governo) l'articolo rileva la radice di alcune carenze nel governo della Regione e gli argomenti sui quali vennero poi fondati gli accordi di governo regionale. La lotta contro i prefetti, il feticcio della riforma agraria, poi attuata, la guerra per giungere alla pubblicizzazione dell'energia elettrica, il contrasto contro le "grandi società nazionali".
Purtroppo molte osservazioni di allora sono ancora valide, il che potrebbe essere utilizzato per dimostrare l'inutilità o quanto meno il pessimo uso dell'autonomia regionale.
Qui occorre una premessa per non essere fraintesi. Se fossi chiamato a rispondere alla domanda secca "oggi sei autonomista?" risponderei come rispondo: "fermamente e moderatamente autonomista".
La chiave di lettura sono i due avverbi. Fermamente, perché non accetto né desidero uno Stato accentratore che emargini l'autodecisione. Moderatamente, perché respingo ogni rivendicazione indipendentista che reputo antistorica, errata e dannosa.
Gli anni dell'autonomia possono essere divisi in tre periodi. L'esordio, che, con l'apporto determinante della "Cassa per il Mezzogiorno", fu dedicato principalmente alle infrastrutture primarie ed abitative e alla realizzazione della riforma fondiaria per l'eliminazione dei latifondi. In questo periodo l'inizio della creazione della rete di sbarramenti sui fiumi (Flumendosa, Mulargia, Coghinas). All'epoca esisteva soltanto lo sbarramento Santa Chiara sul fiume Tirso che creò il lago Omodeo, all'epoca (anni Venti) il lago artificiale più vasto d'Europa, destinato all'irrigazione dei territori a valle. Lo sbarramento venne rafforzato e l'invaso aumentato molti anni dopo. Consentì l'irrigazione del campidano di Cagliari.
Il periodo successivo ebbe inizio con l'approvazione del Piano di Rinascita (legge 11 giugno 1962, n. 588). Un finanziamento straordinario per la Sardegna, quasi una prosecuzione della famosa "legge del miliardo" di mussoliniana memoria. Creò e sostenne in Sardegna le strutture di base. Il Piano venne rifinanziato con la legge n. 588 del 1974 e segnò l'inizio del sogno industriale per la provincia di Nuoro (Ottana) e l'epoca della petrolchimica. Iniziò in quegli anni con progetto indipendente la nascita e lo sviluppo dall'insediamento turistico in Gallura, la "Costa Smeralda", progetto perseguito e voluto dal Principe Karim - Aga Kan degli Ismaeliti.
Fu questo il periodo dei grandi errori. Il sogno industriale, la scelta del modello petrolchimico, l'errato modello per la pastorizia e per l'agricoltura, la creazione degli enti comprensoriali (poi anni dopo soppressi).
Non si tratta di una critica di oggi (del primo decennio del terzo millennio). Il Msi presentò al Senato nel 1974 - disegno di legge 1388 - il Piano straordinario di sviluppo economico sociale della Sardegna (l'elaborazione fu del gruppo consiliare regionale). Negli anni 0ttanta la destra nel Consiglio Regionale della Sardegna, all'epoca piccola ed emarginata forza politica, in un opuscolo (forse oggi introvabile) scrisse:
«Gli anelli più deboli della catena cedono, uno per volta, alla tensione della crisi economica. L'apparato pubblico e il sistema delle Partecipazioni Statali non reggono più l'improduttività di un sistema sommerso dalle passività.
Crolla il mito dell'industrializzazione forzata, esplode in Sardegna la crisi delle imprese di Ottana e delle industrie di Villacidro, mentre l'intero comparto minerario del Sulcis è travolto nel gorgo dell'Egam.
Le leggi economiche prendono il sopravvento sulla demagogia delle promesse [...] tutta la politica della falsa industrializzazione del Mezzogiorno è posta in discussione. [...] Non si tratta di ripercorrere la strada del senno di poi, né di rifare la cronaca degli errori per individuare i responsabili, quanto di trovare nella storia degli anni recenti la strada per uscire da un vicolo che appare cieco. I responsabili li conosciamo tutti, ne conosciamo i nomi le matrici politiche, gli argomenti. [...] La storia di Ottana e dell'industrializzazione forzata della media valle del Tirso è un fatto sardo [...] rappresenta(no) la sintesi, quasi il simbolo degli errori che ci hanno condotto nel baratro economico, politico e sociale che oggi ci avvilisce
».
La strada per uscire dalla crisi non venne e non è stata trovata. Questo è il fallimento dell'autonomia. La crisi di oggi ha origini lontane. Così come la gravissima crisi occupazionale ha cause non prossime. La disoccupazione, giovanile e no, è la causa principale di tanti (starei per scrivere "di tutti i") malanni della società di oggi. La causa principale dei tormenti dei giovani. La causa principale della depressione e della malinconia che ci avvilisce.
L'autonomia, se fosse riuscita a rappresentare, interpretare, attuare il desiderio di partecipazione, di coinvolgimento, se avesse creato occasioni di lavoro, avrebbe certamente alleviato se non impedito la crisi. L'avrebbe risolta se avesse interpretato e attuato la vocazione della Sardegna: la tutela ragionata del territorio, il turismo, l'agricoltura (vino, latte, ortofrutta) al servizio dell'industria turistica.
Continueremo a parlarne. Qui per concludere interessa osservare che quasi tutti i giovani sardi, magari oggi non più giovanissimi, i quali hanno trovato lavoro e attività all'estero, si sono sempre fatti notare e si fanno notare per intelligenza, preparazione, attivismo.
Anziché attardarsi a rivendicare poteri e competenze, i responsabili della politica in Sardegna si chiedano perché ciò non è accaduto e non accade ai giovani rimasti in Sardegna.
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