EXCALIBUR 85 - febbraio 2015
in questo numero
Cagliari ricorda i martiri delle Foibe
Una cerimonia che ormai si ripete da tanti anni
della Redazione
Momenti della manifestazione di Cagliari
Anche quest'anno, nel Parco delle Rimembranze, abbiamo partecipato alla cerimonia organizzata dal "Comitato 10 Febbraio" guidato dall'amico Fabio Meloni.
Ci piace ricordare che questa giornata, a parte qualche sbavatura, peraltro condannata da tutti, si va configurando sempre più come una condivisione pressoché totale di almeno una pagina della nostra storia recente e di una rimarginazione di una ferita che sembrava non doversi mai chiudere.
Perché, è bene chiarirlo una volta per tutte, non ci ha ferito tanto la mattanza perpetrata dagli Slavi, esecrabile quanto si vuole, ma ascrivibile al modo barbaro, come anche avvenimenti recenti hanno dimostrato, che questi popoli hanno di concepire la guerra, ma perché questa tragedia è stata mistificata, ignorata e confinata nell'oblio per un motivo abbietto: essa era un pugno nell'occhio di quanti (purtroppo molti) pensavano che, in fondo, perdere la guerra fosse stata una mezza vittoria.
Quelle centinaia di migliaia di profughi, gli unici o quasi che non avevano accolto il nemico come "liberatore", erano la cartina di tornasole di come la guerra l'avessimo perduta e perduta male.
Quei profughi preferirono rinunciare alla propria terra e ai propri beni piuttosto che abiurare all'essere Italiani. Per questo motivo furono umiliati, derisi, accolti con sputi e insultati al grido di "fascisti", facendo riemergere un antico vezzo nazionale: quello che ti definisce per la tua appartenenza municipale, ideologica o partitica.
L'essere Italiani lo consideriamo quasi un optional.
Non è nostro costume puntare il dito contro chicchessia, soprattutto in relazione a fatti che ormai fanno parte della storia e che, casomai, andrebbero compresi e spiegati, né, tantomeno riteniamo di avere il monopolio del sentimento nazionale e dell'italianità, ma una riflessione ci sentiamo di volerla proporre, innanzitutto a noi stessi: l'esclusione, l'emarginazione, la criminalizzazione di un qualunque gruppo, a titolo ideologico, politico, religioso o razziale, lungi dal rendere più forte e più "pura" una comunità nazionale, ma è la spia della sua aridità morale e culturale e l'inizio del suo inevitabile declino.
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