EXCALIBUR 99 - luglio 2017
in questo numero
Elezioni, economia e il potere provvisorio
Il solito governo non eletto obbligato a prendere importanti decisioni
di Angelo Marongiu
Sopra: esito della votazione sull'emendamento galeotto che ha affossato la legge elettorale
Sotto: emergenza senza controllo e governo senza concrete strategie
Altro che incauti giochi elettorali, questi sono incauti patti elettorali.
È crollato l'accordo a quattro tra Pd, M5S, Forza Italia e Lega sulla nuova legge elettorale. Galeotti furono alla Camera, approvati per 14 voti, due emendamenti simili (Fraccaro, M5S e Biancofiore, Forza Italia) relativi alla Circoscrizione Alto Adige/Sudtirol che in Commissione erano stati respinti. I due emendamenti sono stati approvati con il voto favorevole del M5S e di 59 franchi tiratori.
Il voto, che doveva essere segreto - per un errore della Boldrini, che i più maliziosi affermano sia stato voluto - è stato reso esplicito sul grande tabellone di Montecitorio. Ovviamente si è scatenata una bagarre indescrivibile.
Il capogruppo Pd afferma che &@171;il Movimento 5 Stelle ha dimostrato cosa vale la loro parola: non vale niente», mentre quelli del Movimento di Grillo sostengono che è stato votato solo un emendamento e che loro vanno avanti compatti su quanto hanno sostenuto in Commissione.
Ciò che è ridicolo in questa situazione è che ognuna delle parti - Pd e 5 stelle - accusa l'altra parte di ciò che i propri deputati hanno commesso. I grillini infatti sono venuti meno all'accordo a quattro, votando compatti un emendamento che - secondo gli accordi in Commissione - andava respinto. Ma in teoria, escludendo gli 82 del M5S presenti in aula, i voti contrari, secondo l'accordo dei quattro, avrebbero dovuto essere 315 ed invece sono stati 256, cioè 59 in meno. E l'errore della Boldrini ne ha messo in evidenza la provenienza.
Nessuno dei due ha fatto una bella figura e le motivazioni e soprattutto le illazioni si sono sprecate.
Mero calcolo elettorale in vista delle amministrative? Se così fosse hanno sbagliato entrambi, poiché sono usciti sonoramente sconfitti da una tornata elettorale la cui importanza diventa tale solo se si esce vincitori.
Altrimenti si afferma che «le elezioni politiche sono un'altra cosa» (Renzi) o «a cinque anni dal primo sindaco, ora ne abbiamo ben 45» (Fraccaro, M5S). Ciò che sconcerta, in Italia, è questo continuo inseguire una nuova legge elettorale, rincorsa che si rinnova ad ogni maggioranza. Francia, Germania, Gran Bretagna, hanno leggi elettorali immutate da decenni. Marine Le Pen, pur disponendo del 20% dell'elettorato, ha mandato in Assemblea - per i meccanismi elettorali in vigore - solo 8 deputati. Ma non ha gridato al "vulnus" della democrazia.
Noi abbiamo un Alfano che con il 2% dei voti piange con tutti (manca solo il Papa) perché ritiene che una voce così importante della democrazia (la sua!) non debba essere spenta.
"Tedeschellum, Mattarellum, Consultellum, Rosatellum": basta ormai un "um" finale e la nuova legge è servita.
Non siamo una nazione seria.
E così le elezioni politiche che sembravano ormai fissate per il 24 settembre, stante anche il rinvio a settembre delle nuove discussioni in Commissione, si allontanano. Ed ora comincerà una lunghissima, estenuante campagna elettorale.
Non so se tutto ciò sia positivo.
Lo scenario economico non è certo chiaro, le incertezze sono tante ed una maggioranza traballante che ha bisogno del continuo appoggio verbale di Renzi, non può far altro che rinviare la soluzione dei problemi o affrontarli - quando non può farne a meno - alla meno peggio. Si passa inoltre da euforie esagerate per le notizie positive a solenne indifferenza per quelle che non lo sono.
L'Istat aveva affermato - nelle sue stime mensili - che la ripresa, anche se modesta, era migliore del previsto e che si stava consolidando. L'Ocse, nel suo rapporto trimestrale, dà invece una brusca frenata: il Pil italiano del 2017 crescerà al massimo dell'1% (non dell'1,2%) e nel 2018 potrà essere dello 0,8% (quindi niente consolidamento). La Confindustria invece tira al rialzo: 1,3% nel 2017 e 1% nel 2018.
La conseguenza è che la manovra economica per il 2018 si complica e che il presunto maggior Pil avrebbe potuto portare ad un surplus di 9 miliardi (cioè 9 miliardi di euro in meno da trovare da qualche parte) che forse non ci sono. Staremo a vedere chi avrà ragione.
Vediamo il caso delle Banche venete (con la Carige all'orizzonte). Ricordate la frase roboante di Renzi - petto in fuori - nel giugno 2016, quando era ancora convinto di avere il mondo in tasca? «Abbiamo messo il sistema bancario in sicurezza e fatto pulizia. Un'operazione che serve ad evitare scandali».
Un anno dopo il governo deve correre ai ripari, cedere a Banca Intesa la parte positiva degli assets (per evitare la chiusura degli sportelli e licenziamenti vari) e scaricare sul groppone dei contribuenti qualche miliardo di perdite.
Colpevoli di questa situazione? Nessuno.
Non so se i vertici della Banche saranno perseguiti o meno, ma un leader politico che dopo un anno viene così categoricamente smentito o è un bugiardo o un incompetente. In un altro paese sarebbe sparito dalla scena, invece qui continua a pontificare come se niente fosse successo. E poi gli altri nodi, apparentemente risolti o ancora in discussione.
Dalla vendita dell'Ilva ad Arcelor Mittal, che non si sa quando sarà operativa finché l'Autorità europea antitrust non avrà deciso se questa operazione genera o meno una posizione dominante di monopolio nel mercato siderurgico europeo, incompatibile quindi con le leggi comunitarie. Ci vorrà almeno un anno.
Ma il piano industriale sotteso alla vendita è materia oscura. Quanti posti di lavoro dovranno essere tagliati, di quanto si ridurrà la produzione e dove si dovrà tagliare è un mistero. Nel frattempo negli stabilimenti di Taranto, in quelli liguri, piemontesi e a Porto Marghera si va avanti tra scioperi ed incertezze.
Questo della siderurgia è uno dei tanti nodi economici che il governo Gentiloni ha dovuto affrontare con una legittimazione incerta ed una maggioranza in cerca di continue conferme.
Tra un po' arriverà alla conclusione il nodo Alitalia, ma avendo nominato ben tre Commissari - alla faccia della spending review - siamo tranquilli. Una situazione penosa che si trascina da anni ma che ora sembra destinata, finalmente, ad una mesta conclusione. Ma attenzione: anche qui occorrerà che la Commissione europea dia chiarimenti sul tetto del 49% del capitale azionario che scatterebbe nel caso di offerte di società americane, britanniche o asiatiche.
Nel frattempo, in attesa appunto della legge di bilancio 2018, continuiamo a vivere nella nostra "anormalità", tra terremotati senza casa e senza aiuti (ma con tasse di successione e imposte sullo sgombero macerie che qualcuno si è dimenticato di cancellare) e con un costante e continuo flusso di immigrati illegittimi che non viene mai meno. I 4 miliardi messi da parte per questi disperati in arrivo basteranno? Anche questi sulle spalle di noi contribuenti, soldi preziosi sottratti a qualunque altra iniziativa volta a favorire la ripresa.
Saremo certo più poveri, ma tanto, tanto buoni.
Un lontano filosofo sosteneva che lo Stato non deve essere buono (è una categoria morale che non deve appartenergli), ma deve essere giusto.
Ma quelli erano altri tempi.
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