EXCALIBUR 107 - marzo 2019
in questo numero
La Brexit verso il fallimento
L'incapacità della Gran Bretagna di darsi una linea politica verso l'Ue
di Davide Olla
Una storia dall'esito ancora indefinito
La Signora non può più tergiversare. Il Primo Ministro Inglese Theresa May il 12 marzo sottoporrà il suo piano Brexit al voto del Parlamento e le cose non sembra si mettano bene.
Il primo accordo che la May aveva negoziato con l'Ue era già stato sonoramente bocciato alcune settimane orsono, stabilendo addirittura un record secolare per i voti contro che aveva ottenuto, in buona parte "fuoco amico" degli stessi Conservatori al governo. E visto che la Commissione Europea non ha concesso praticamente niente di nuovo rispetto alla prima bozza, si prevede un'altra batosta.
La strategia del Capo del Governo sembra sia stata quella di tirarla sino all'ultimo giorno (la data per la Brexit è stabilita al 29 marzo), giocando sul fatto che non approvando il suo piano la Brexit potrebbe non avvenire più secondo questi 3 scenari:
1) Brexit senza accordo ("no deal") quindi caos totale, enormi danni economici e problemi logistici che colpirebbero non solo la Gran Bretagna ma anche la stessa Unione Europea;
2) rinvio della data (l'articolo 50 invocato proprio dagli Inglesi per uscire dall'Ue consentirebbe una retromarcia) con una perdita di credibilità dell'esecutivo (che non è che sia al massimo della popolarità già adesso) e potrebbe anche mettere in forse l'intero processo, spaccando il fronte dei brexiters moderati e paventando la possibilità di un secondo referendum (che comunque già in molti, compresi ora anche i Laburisti al completo o quasi, vorrebbero indire una volta che il piano di uscita sia approntato ed approvato per sancire il supporto popolare alle condizioni negoziate). E questo, vista la risicata maggioranza del 2% che aveva consentito di vincere il primo referendum e il profondo mutamento dell'opinione pubblica che, di fronte alle prime fabbriche che iniziano a chiudere e delocalizzare proprio a causa dell'imminente Brexit e agli scenari tutti negativi che vengono presentati dai media, non penso proprio che lo farebbe passare così facilmente;
3) questa è l'ultimissima: visto che la May è quasi sicura di essere battuta di nuovo, in una mossa disperata sta offrendo le sue dimissioni agli oppositori interni ed esterni se il suo accordo verrà approvato. E ancora tra i conservatori "ribelli" c'è chi sarebbe d'accordo e chi no. Insomma, uno scenario tutt'altro che chiaro.
La non approvazione del piano May ruota quasi tutta attorno ad un singolo tema: il cosiddetto "Backstop", ovvero la possibilità che per un tempo indefinito il confine tra le contee inglesi dell'Irlanda del Nord e Repubblica Irlandese rimanga aperto in attesa di trovare il modo migliore per costituire una barriera doganale senza spaccare di nuovo l'Irlanda. E questo, dopo gli accordi di pace e la tregua faticosamente raggiunta con gli indipendentisti dell'Ira e i Lealisti, è chiaramente un tema molto delicato. Mettiamoci pure che la risicata maggioranza attuale, che permette alla Nostra di governare, si basa su un pugno di voti del Dup (Democratic Unionist Party, il partito che rappresenta appunto i Lealisti Irlandesi)...
Alcuni conservatori aprono uno spiraglio e accetterebbero le dimissioni di May (e la sua sostituzione con un brexiter più duro, tipo l'ex ministro Boris Johnson) se nell'accordo fosse specificata almeno una data che sancirà la fine del "confine aperto" in Irlanda.
Nel frattempo, si sta consolidando una maggioranza trasversale che è pronta a votare un provvedimento che sospenda l'uscita (invocando di nuovo l'articolo 50 come accennato) per evitare il temuto disastro "no deal", con una semi-paralisi dell'economia, dei trasporti degli scambi commerciali e con danni enormi su un periodo relativamente esteso.
Cosa succederà? Partiamo da un dato di fatto: era accettabile e anche condivisibile che, di fronte a inettitudine, scarsa visuale, regolamenti e direttive spesso assurde e contraddittorie di un carrozzone di burocrati non eletti che si chiama Unione Europea, una Nazione si voglia riprendere la propria indipendenza e sovranità. E questo era l'opinione della risicata maggioranza dei sudditi britannici che aveva votato per l'abbandono.
Il problema si è cominciato a presentare (e da allora si è solo fatto più consistente) quando la classe politica del Regno Unito (questi eletti, niente scuse...) ha cominciato a rivelarsi per esser non molto meglio degli odiati burocrati continentali... Interessi di bottega, giochi politici per uno scranno in più, ricatti e veti posti non a beneficio del Popolo e della Nazione ma per calcoli politici astrusi.
Lo spettacolo è desolante e più si va avanti più ne nuoce l'economia e la stabilità politica del Regno. E più i cittadini si stanno rendendo conto che forse... si stava meglio quando si stava peggio, tanto per cambiare. I sondaggi di questi giorni danno un 76% di elettori che pensano che il governo stia gestendo male la cosa. La settimana scorsa circa il 50% degli Inglesi era per restare, il 35% per andare ed il 15% incerto.
Comunque se il piano May verrà bocciato ancora, subito dopo ci sarà la votazione sull'approvazione di una Brexit senza accordo e, se questa non otterrà la maggioranza, si voterà come già accennato sull'estensione dell'articolo 50. E l'uscita della fiera Albione non sarebbe più così certa. Tra le sommesse risate dei continentali e un misto di delusione e sollievo tra i Britannici.
E a nostro modesto parere è proprio ciò che succederà. Con la probabile opzione di un nuovo referendum all'orizzonte. A meno che i parlamentari non vogliano esporre il Paese a grossi danni. E non converrebbe a nessuno, manco a loro.
In questo caso Brexit diventerebbe sinonimo di Banzai! Ma senza una morte eroica.
Solo stupido, infantile autolesionismo democratico.
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