EXCALIBUR 107 - marzo 2019
in questo numero
Cinema: "Il primo Re", un film di Matteo Rovere
Alle origini del mito dell'antica Roma
di Federica Poddighe
La locandina del film di Matteo Rovere del 2019
I Gemelli che la leggenda vuole progenie di Marte e figli adottivi di una lupa, nel film "Il primo re" sono invece "umani troppo umani": di una umanità vulnerabile alla natura e alla crudeltà di altri uomini e - come il Dio Giano - due facce di uno stesso fato.
Roma fu la forza caparbia di Remo, che si impone con sacrificio e coraggio nella piccola orda di uomini scampati ad una morte crudele ad Alba. Fu la capacità di imporre quella forza a tanti popoli che rese l'Urbe capace di soggiogare il mondo.
Ma non fu una forza bruta, non fu solo violenza e sopraffazione, come nell'indole del gemello sconfitto del primo re. C'è una scintilla divina che anima questa esperienza nel suo momento embrionale, così come il film la restituisce. È il timore e la consapevolezza di una dimensione ulteriore a quella finita e imperfetta, violenta e sudicia, degli antichi abitatori del Lazio.
Una dimensione che sarà religiosa in maniera molto diversa da quella greca o da altre religioni misteriche, coeve e successive (Cristianesimo compreso).
Perché per i Romani la religione fu in primis un "instrumentum regni", uno strumento di potere. Il primo atto di Romolo, subito dopo aver "rianimato" il fuoco sacro, è seppellire l'innocente ucciso dal fratello, in una cerimonia collettiva che celebra insieme un atto di "pietas" verso il morto, ma soprattutto la creazione, intorno a quell'atto, di una comunità coesa. Romolo ne guida i giovani contro gli uomini di Alba, così come era stato lui a ribellarsi fin dall'inizio contro il tributo di sangue umano preteso dai riti della città, che a suo tempo aveva reso lui e il fratello orfani. La forza è temperata dalla "pietas", ma quest'ultima non è mai misticismo o mera speculazione filosofica, bensì la spinta su cui costruire qualcosa di più grande, che sopravviva alla dimensione di brutalità e violenza in cui gli uomini vivevano quasi mille anni prima di Cristo.
Ed è da quell'idea che nasce la portentosa macchina bellica romana, capace di seminare distruzione e morte, tributi da onorare e un numero spropositato di schiavi... ma anche di portare il diritto, dove erano solo processi ordalici e vendetta; strade e fogne, dove erano solo palafitte e capanne; cultura e bellezza - spesso assimilate da altri popoli sottomessi - dove era solo istinto di conservazione e barbarie.
Qualcosa di così grande e potente da vincere e conquistare secoli dopo quei barbari che si riversarono innumerevoli nell'Impero, invadendolo e travolgendolo, ma conservandone in buona misura leggi, lingua, tradizioni a cui non si poteva che riconoscere una valenza superiore e inestimabile.
Nella celebrazione della scintilla che diede corso alla nascita dell'Urbe, il bellissimo film di Matteo Rovere lancia anche un messaggio attualissimo sui rischi di una umanità che abbia perso il senso del sacro e si creda pronta a sfidare i limiti della propria condizione, peccando di superbia (o hybris) contro i propri simili, il divino o il fato.
Ringraziamo, pertanto, sentitamente Furio Colombo che ha stigmatizzato questa pellicola come "film fascista". Sappiamo bene in quale accezione e ottica si usa l'aggettivo "fascista" in riferimento all'opera di Rovere e non possiamo che convenire.
Al di là degli evidenti meriti artistici, filologici ed evocativi di questo film, giustamente evidenziati e lodati, ce n'è infatti uno che supera tutti, per importanza e coraggio.
Questo racconto, che sembra quasi un documentario per la brutalità delle immagini e l'uso della lingua proto-latina, ha l'immenso merito di aver finalmente celebrato, con una produzione destinata al grande pubblico, la nascita dell'epos romano. Incredibilmente, mancava uno strumento di esaltazione - a metà fra l'intrattenimento e il didascalico - di un'epica romana, pur ai suoi albori.
E mancava proprio perché non poteva che correre il rischio di essere liquidato come "fascista", "violento" e, ovviamente, "machista e patriarcale". Ora l'abbiamo. E non è un caso - a mio avviso - che arrivi oggi. Sicuramente i protagonisti faranno presto o tardi professione di fede progressista e ne sposeranno qualunque causa.
Non importa: il messaggio che è stato veicolato con la loro interpretazione è un messaggio di forza virile e potente che, lungi dal risultare "tossica", porta con sé una promessa di rivalsa contro la sopraffazione; di ribaltamento dello status quo che sembrava irreversibile. Con un giusto equilibrio fra forza, brutalità, senso del sacro e della giustizia.
E i Furio Colombo che si stracciano le vesti evocando "il fantasma del fascismo", sono lì a confermarcelo.
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