EXCALIBUR 110 - novembre 2019
in questo numero
La democrazia parlamentare
Una lezione di diritto pubblico che è utile ricordare
di Sauro
Marco Tullio Cicerone
(Arpino 106 - Formia 43 a.C.)
Dal 1946 la forma di governo dello Stato italiano è la democrazia parlamentare, entrata in vigore con la forma di stato repubblicana: presidente della Repubblica, governo e parlamento mantengono un rapporto reciproco, fiduciario e di controllo.
È importante ripercorrere in breve la storia del sistema parlamentare nato fra i cruciali secoli XVI e XVIII, per poi comprendere l'attuale situazione paradossale, successiva all'instaurazione del secondo governo Conte nel nostro paese.
Dopo il Medioevo la realizzazione di nuovi istituti democratici, derivati dalla riscoperta dell'antichità, aprì a nuove forme e concezioni politiche. Riprendendo la concezione aristotelica, Marsilio da Padova approfondì i concetti di sovranità popolare e di rappresentanza applicati alla nuova concezione dello stato: un insieme organico auto-sufficiente, con caratteri morali, fisici, legislativi, appartenenti ad una determinata corporazione.
Niccolò Cusano parlò di armonia e di consenso dell'autorità fra «uomini egualmente forti e egualmente liberi». Ma fu tra '600 e '700 che l'affermazione delle grandi monarchie nazionali eliminò le resistenze provinciali a favore della centralità dello stato. Nacquero due tipi di democrazia parlamentare: quella inglese e quella francese.
Le rivoluzioni inglesi del XVII secolo si scontrarono con i tentativi assolutistici dei re e in difesa del sistema di "privilegi" delle città, feudi, ceti e gruppi sociali. La vittoria portò all'elaborazione di un nuovo concetto di libertà individuale basato sull'equilibrio. Al contrario, la Rivoluzione francese del 1789 avvenne in una situazione diversa e con dei fini opposti: in un paese rigidamente accentrato l'assolutismo tese a coinvolgere tutta la società nell'organizzazione statale. Per questo motivo la rivoluzione si attuò non in nome ma contro i residui privilegi feudali. Le classi medie e borghesi ambivano ormai alla conquista del potere per farne il loro punto di forza, di difesa e di crescita.
Se in Inghilterra Locke affermò che la libertà dei cittadini si fondava su equilibri raggiunti da diversi compromessi con l'autorità costituita, al contrario, in Francia, Rousseau, nel Contratto Sociale, espresse una visione della realtà politica che avrebbe portato alla rinuncia in toto delle libertà per sottomettersi al volere del principe o ai nuovi istituti di democrazia diretta, contro il principio di rappresentanza. Si ebbe quindi una netta contrapposizione fra le due teorie democratiche, inglese e francese.
Nella prima, una maggioranza al parlamento detiene il potere, ma si ha la coscienza di unità profonda fra maggioranza e minoranza entro la comunità, organizzata come un tutto. In Inghilterra la democrazia crebbe all'interno del liberalismo, che prima del potere del popolo sul governo, come in Francia, è libertà del popolo dal governo. Nei due secoli successivi nacque la necessità di un ampliamento dell'elettorato con l'approvazione del suffragio universale in quasi tutti i paesi.
La nostra democrazia, nata dalla fine della guerra, è per l'appunto una liberal-democrazia, ispirata al modello inglese trionfante. Dopo questa breve riflessione storica sul concetto di democrazia parlamentare, giungiamo alla situazione politica attuale. Sebbene la Costituzione italiana stabilisca che il governo per esercitare il proprio potere debba avere la fiducia delle due camere del Parlamento, l'art. 1 della Carta Suprema afferma che "la sovranità appartiene al popolo" e che lo stesso esprime la volontà attraverso libere elezioni. Condivido pienamente infatti l'affermazione della leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: «Il garante dell'unità della Nazione è Mattarella; egli deve ascoltare l'opinione della maggioranza degli Italiani che in più occasioni elettorali hanno espresso una maggioranza di centrodestra; dovrebbe sciogliere il parlamento e dare voce a questa richiesta». Ma ormai le elezioni in Italia sono ridotte alla stregua di una "concessione regale". Un vezzo che la destra invoca per conquistare il potere, così afferma la sinistra che vede con sospetto "l'estrema arma populistica".
La democrazia rappresentativa nel nostro paese non gode di buona salute e ha contribuito al trionfo di un movimento anti-casta che contraddicendo le proprie idee, si è adeguato poi alle élites che intendeva abbattere. Come nella Rivolta dei Ciompi del 1378 nella Firenze medievale, quando i capi dei tumulti, una volta conquistato il potere "fecero carne" dei poveri sottoproletari insorti, per difendere i privilegi personali conquistati, così i parlamentari Cinque Stelle tradiscono il proprio popolo, per difendere le "regalie" parlamentari.
Che Mattarella debba verificare l'esistenza di reali maggioranze prima di indire nuove elezioni è vero; ma non è falso che la fiducia debba riflettere la volontà popolare, non accordi di palazzo frutto di agglomerati numerici e di congiure contro il probabile vincitore.
Le maggioranze politiche dovrebbero avere almeno in parte una relazione ideologica, legata ad un sentimento, non da disegni di potere, non progetti di conservazione e rinascita di maggioranze garantite dalle élites eurocratiche. Dovrebbero essere "credibili" a livello popolare e democratico. Più di un anno fa gli Italiani hanno votato il centrodestra, risultato vincitore senza numeri.
Per tale ragione Lega e Cinque Stelle hanno formato il primo governo innaturale, con l'unica ragione di capitalizzare la decennale battaglia populista. La luna di miele è finita con Conte che in "linguaggio azzeccagarbugli" ha accusato Salvini di tradimento, come quelle fidanzate che dopo aver tradito mille volte e mille volte perdonate, al primo flirt dell'amante lo lasciano con grande sdegno.
In questo anno, per di più, il volere popolare ha stabilito la vittoria del centrodestra in tutte le regionali e nelle europee, vinte dalla Lega e da Fratelli d'Italia.
In conclusione, rifacendomi alla saggezza politica romana di Marco Tullio Cicerone: «Il buon cittadino è colui che non può tollerare nella sua patria un potere che pretende d'essere superiore alle leggi».
Se un cittadino che vota ha la sensazione che il potere appartenga sempre agli stessi, la democrazia si autodistrugge. Il cittadino non esiste, se non può nemmeno votare.
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