EXCALIBUR 113 - aprile 2020
in questo numero
La tragedia del coronavirus a Bergamo
Diario di un Sardo della Bergamasca
di Fausto Sardu
Quadro stilizzato di Fausto Sardu, aprrezzato artista sardo-bergamasco
Rare, rarissime persone nelle vie di Bergamo nei giorni del coronavirus.
Passano silenziosamente, da sole; si guardano intorno quasi di sfuggita, sembrano quasi chiedere scusa della loro presenza, anche se forzata, fuori dalle loro case; quasi volessero far passare il più inosservato possibile il loro pur coatto sottrarsi alla parola d'ordine "io resto a casa", alle regole del coprifuoco del COVID-19.
I Bergamaschi non hanno mai amato i riflettori puntati su di loro. Sono andati silenziosi per secoli dove li portava la loro missione, il senso quasi di un dovere di quel loro lavorare quotidiano, di quel loro silenzioso provvedere ai bisogni delle loro famiglie prima che dei loro propri, di onorare il proprio lavoro o la propria azienda.
Quasi volessero acquisire certezza anche loro, come i cugini luterani o calvinisti d'oltralpe, che se il loro lavoro gli consentiva di campare dignitosamente, loro e le loro famiglie, e magari se gli permetteva di mettere insieme un seppur minimo patrimonio di famiglia, era segno che il loro dio li amava, che loro rispondevano alle sue aspettative.
E nei giorni del coronavirus, invece, i riflettori, loro malgrado, si sono accesi proprio su di loro, sulla maledetta pestilenza che ha mietuto tante vittime nei loro paesi e nelle vallate: più di 8 mila contagiati nel primo mese.
Non si legge nei loro volti e non si sente nelle cose che dicono la minima rabbia per l'epidemia che ha devastato i loro territori e che ha messo in ginocchio le loro famiglie.
Nei necrologi - 12 pagine del quotidiano locale ogni santo giorno - mai compaiono parole che rimandano a rabbia, che esprimono rancore per la violenza di una morte improvvisa, che si accanisce soprattutto sugli anziani, sui più deboli.
Quasi sempre la morte di un loro famigliare è annunciato da frasi d'ordine: «è mancato all'affetto dei suoi cari», «ne danno il triste annuncio», «ci ha lasciato». Rassegnazione, mai rabbia. Quasi si fosse trattato di morti naturali, delle cosiddette morti per vecchiaia.
Negli stessi giorni, a metà marzo, il Presidente di una delle regioni italiane meno colpite dall'epidemia - la Campania - abbaiava in una lettera di fuoco e poi in un'intervista, reclamando dallo Stato l'urgenza della fornitura di mascherine e attrezzature sanitarie. Proprio in quei giorni la gente di Bergamo aveva già contato nei primi 15 giorni di marzo più di 4 mila morti.
E il numero è stimato enormemente per difetto. Il numero reale - ricavato dal raffronto con il totale dei morti degli anni precedenti - è probabilmente più di quattro volte tanto, posto che la stragrande maggioranza dei decessi non è ufficialmente imputato al covid per l'impossibilità di eseguire tamponi sui morti.
E proprio in quei giorni la gente e le istituzioni di Bergamo, pur chiedendo con insistenza un maggior numero di presìdi sanitari, si dà da fare, silenziosamente, a creare nuovi posti letto, a utilizzare spazi pubblici per nuovi reparti di emergenza.
Le istituzioni sono mancate molte volte, in quei giorni, nel compito di arginare il diffondersi dell'epidemia. Nello stesso ritardare inspiegabilmente la chiusura dei paesi in cui maggiormente si stava diffondendo il contagio.
Eppure le polemiche e le lamentele non trovava spazio negli articoli dei giornali locali e nei discorsi della gente. Si sottolinea piuttosto quello che di positivo viene posto in essere dalle istituzioni pubbliche, da quelle private; il sacrificio dei sanitari e dei volontari. Quasi che questo potesse aiutare tutti nel loro compito, più delle polemiche rabbiose.
Un vero e proprio esercito di volontari si affianca in questi giorni ai sanitari e alle istituzioni nelle funzioni di assistenza soprattutto agli anziani, che sono le persone più vulnerabili, nel montaggio di attrezzature sanitarie, tende pre-triage all'esterno degli ospedali: ogni giorno più di 150 volontari si affiancano al personale delle istituzioni.
La provincia di Bergamo, d'altra parte, vanta nel campo del volontariato un'antica tradizione: su una popolazione complessiva di 1 milione e 100 mila abitanti, circa 100 mila volontari; circa 3.500 associazioni di volontariato e poco meno di duecento sigle!
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