EXCALIBUR 114 - maggio 2020
in questo numero
La "festa" della discordia
Un rito ripetitivo in nome di una storia manipolata che ormai non ha più sapore
di Alessio Dettori
Festa del 25 aprile 2020: 25 mila morti per coronavirus
Le feste, soprattutto quando sono nazionali, dovrebbero unire un popolo intero, questo almeno in teoria.
L'Italia è quel posto meraviglioso dove si è riusciti nell'impresa di creare una festa che invece spacca in due, ancora oggi, la popolazione e pretende di far passare per festa, un avvenimento che di festoso non ha proprio nulla, in quanto il 25 aprile si celebra la fine della Seconda Guerra Mondiale, dalla quale l'Italia uscì pesantemente sconfitta, non solo sul piano bellico, ma soprattutto su quello dell'onore e dell'unità nazionale.
Coloro che la festeggiano la chiamano "liberazione", in quanto (stando alla loro narrazione) l'Italia era occupata dai Tedeschi, ma la resistenza con l'aiuto dei soldati alleati (visti come eroi senza macchia) la liberarono dal male e tutti vissero felici e in armonia per ricostruire l'Italia.
Premesso che il ruolo della resistenza è stato esaltato oltre i propri meriti (in quanto senza le armi degli Alleati avrebbero liberato poco o nulla), viene molto difficile considerare questa ricorrenza come una festa, in quanto una parte della resistenza (soprattutto nella sua componente comunista) si è macchiata, durante e dopo la fine della guerra, di migliaia di delitti efferati, documentati fino alla fine degli anni '40, con la scusa della caccia ai fascisti.
Ma non mi soffermo solo sulla resistenza, che ancora oggi pretende che tutto vada contestualizzato e si giustifica con il classico «i morti erano tutti malvagi fascisti» (anche sacerdoti, donne e bambini?); perché ci sono altri importanti fattori in contrasto con questa visione idilliaca della "liberazione".
Innanzitutto l'Italia, nonostante il grottesco armistizio dell'8 settembre 1943 (che lasciò migliaia di soldati italiani allo sbando) e la successiva alleanza con quelli che fino al giorno prima erano i nemici, la guerra l'ha persa; e come ogni nazione sconfitta ha dovuto pagare un prezzo altissimo (e non parlo solo di denaro), in quanto ciò ha comportato la perdita delle colonie in Africa (Etiopia a parte, tutte conquiste precedenti al fascismo e la Somalia che dal 1950 al 1960 tornerà sotto amministrazione fiduciaria), il Dodecaneso nell'Egeo, alcuni comuni nel confine con la Francia (che mirava a prendere anche Val d'Aosta e parti di Piemonte e Liguria); e infine l'Istria, Fiume e la Dalmazia (con Tito che voleva prendere anche Trieste, che per quasi 10 anni sarà territorio libero), con grande gioia da parte dei comunisti della tanto decantata resistenza, che volevano allo stesso tempo passare dal fascismo a un regime comunista vero e proprio.
In secondo luogo, l'Italia per decenni fu militarizzata dai vincitori, in quanto ci si ritrovò con un impressionante numero di basi militari occupate dai soldati alleati (con conseguente limitazione della sovranità).
E infine gli Alleati, coloro che per anni sono stati considerati degli eroi intoccabili e senza macchia, quegli eroi che non si fecero alcuno scrupolo a bombardare obbiettivi che di militare avevano ben poco (vedesi la strage di Gorla, Gonnosfanadiga e tanti bombardamenti inutili sulle città che potrei citare); e che chiusero un occhio (e l'altro pure) davanti a quell'abominio che furono le "marocchinate" a opera dei goumier, ovvero le truppe coloniali francesi, che torturarono, stuprarono e uccisero migliaia di donne (ma anche uomini e bambini), senza che nessuno potesse alzare un dito su di essi e con il beneplacito dei superiori.
Tutti questi fattori dovrebbero far capire una volta per tutte che trattare il 25 aprile come una ricorrenza festosa sia ormai fuori luogo e divisivo in quanto esalta una parte considerata "vincente", ma allo stesso tempo considera ancora oggi come nemici coloro che si trovarono tra le fila dei vinti, ma che non erano per forza fascisti: mi riferisco agli esuli istriani, fiumani e dalmati, i coloni che stavano in Africa e le vittime delle marocchinate.
Inoltre è lampante come le divisioni stiano anche all'interno delle parti che festeggiano: dai comunisti dei soliti centri sociali che contestano le brigate ebraiche (perché loro gli Ebrei li apprezzano solo il 27 gennaio), alle divisioni tra chi nella resistenza era comunista e chi no.
Mettere alle spalle un divisivo 25 aprile della "liberazione", in cambio di un 25 aprile che commemori tutti i morti italiani della seconda guerra mondiale, che prima di essere fascisti o comunisti erano innanzitutto Italiani, sarebbe davvero un positivo passo avanti nel lungo e difficile processo di pacificazione nazionale.
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