EXCALIBUR 114 - maggio 2020
in questo numero
Contro-storia di Monaldo Leopardi
Il padre del più famoso Giacomo sotto una luce particolare
di Franco Di Giovanni
Monaldo Leopardi, filosofo, politico e letterato
Nella storia umana capita spesso, purtroppo, che in presenza di grandi personaggi portati alla ribalta dalle loro opere, ci si dimentichi di altri per nulla disprezzabili, perché apparentemente sconfitti, almeno per quanto riguarda la storia delle idee e la politica: da parecchio tempo volevo scrivere di Monaldo Leopardi, padre di quel Giacomo Leopardi che ci fanno studiare nelle scuole; questo perché Monaldo fu un uomo che diede il suo importante contributo al pensiero cattolico, cercando di opporsi agli eccessi del nuovo pensiero trionfante degli illuministi che hanno portato alle riforme e alle rivoluzioni che ne sono derivate (i grandi ideali, se cercati di realizzare con troppo zelo, portano anche fanatismo).
Monaldo nacque il 16 agosto 1776 da Giacomo e Virginia dei marchesi Mosca (il padre era un conte) in una delle famiglie più in vista di Recanati. Ricevette la propria educazione da un padre Gesuita, Giuseppe Torres, esule dalla Spagna, dove il suo ordine era stato soppresso dal governo laicista di allora. Per tutta la vita, Monaldo sarà un convinto cattolico praticante di tipo tradizionale, egli riconobbe sempre nel Sommo Pontefice la massima autorità spirituale e politica.
Nel 1797 sposò Adelaide Antici. Ella salvò, con una sorta di piano di austerità familiare, le finanze che Monaldo aveva ereditato dal padre rischiando la bancarotta, a causa di investimenti sbagliati del suo ex tutore.
Contrariamente a certa storiografia, il rapporto col figlio Giacomo fu sempre buono, come si evince dalla loro corrispondenza (a prescindere dalle idee diversissime e dai caratteri).
Per dare una idea dello stile creativo di Monaldo, basti pensare che egli rispose al crudo materialismo e realismo delle "Operette Morali" del figlio contrapponendo i suoi "Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831", nel quale lui metteva in discussione quasi tutta la filosofia del geniale figlio, alla luce della dottrina cattolica.
Questi dialoghi sono il capolavoro del Conte, ammirati apertamente dal figlio.
Come reazionario e controrivoluzionario, si oppose ai moti giacobini patrocinati dall'occupazione francese nello Stato Pontificio, ma tentò sempre di salvaguardare la popolazione, facendo sì che non rispondesse alle provocazioni degli occupanti e dei giacobini antipapali del luogo, grazie anche alla sua abilità oratoria.
Raggiunse nella sua carriera politica la massima carica di Gonfaloniere, sempre in ossequio alla sua fedeltà papalina; si occuperà sempre, nelle sue cariche pubbliche, dei bisognosi e della cultura cattolica, che voleva fosse il più possibile resa fruibile anche ai ceti popolari, ma anche di innovazioni tecnologiche, messe a servizio dell'economia del suo paese.
Fu esperto agronomo, per pura passione. Ognuno dei suoi figli fu letterato di valore o cultore di belle arti. La sua eredità, oltre che ai figli, andò in parte anche a tutta Recanati e alla chiesa cattolica. Morì il 30 aprile 1847.
Di lui un allora progressista come Alberto Moravia, che ne amava la figura storica, scrisse che era veramente un peccato che fosse stato un reazionario.
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