EXCALIBUR 114 - maggio 2020
in questo numero
C come "coronavirus", c come "Confucio"
Quale mondo ci sarà alla fine di questa pandemia?
di Angelo Marongiu
Sopra: Confucio (551 a.C. - 489 a.C.)
Sotto: Occidente e Oriente, quale sarà il futuro del mondo?
Ad oggi, 10 maggio, ci sono circa 4,1 milioni di casi accertati ed oltre 270 mila morti: il Coronavirus sembra destinato a cambiare in modo radicale le sorti del mondo.
Lo scenario che abbiamo davanti è impressionante, con bollettini di guerra che enumerano contagi, guariti, morti; mettono in evidenza strategie di contenimento, aperture e chiusure di attività, modalità di comportamento e di socializzazione. La lettura dei giornali ci informa su quanto avviene e come si opera negli stati maggiormente colpiti dalla pandemia.
Ma dietro questi scenari si muovono, in quella che Zbigniew Brzezinski ha chiamato "la grande scacchiera", le strategie delle grandi potenze e le azioni messe in atto con velocità sorprendente per affrontare l'oggi e disegnare il domani.
Giulio Tremonti, in una recente intervista a un quotidiano, ha sostenuto che anche questa pandemia sarà sconfitta dalla scienza, ma ciò che resterà sarà un intero sistema in crisi. Ciò che è tragico non è solo la pandemia e i suoi devastanti effetti sanitari ed economici, ma il fatto che essa ha svelato i limiti della globalizzazione e alla fine osserveremo le macerie di un sistema sul quale si era basata l'economia espansiva di tutto il mondo.
Uno stato o un gruppo di paesi diventa egemone quando - oltre alla sua fondamentale influenza dal punto di vista economico - si afferma come modello di riferimento dal punto di vista del pensiero, della cultura, dello stile di vita. Valori sociali la cui valenza si irradia anche nello sviluppo economico e nel suo modello.
È indubbio che il modello americano si è diffuso nel mondo in termini economici, con l'affermazione di un capitalismo di stampo anglosassone, ma anche come stile di vita complessivo.
La preoccupazione di oggi, osservando desolati lo scenario disastroso del coronavirus e le sue conseguenza sanitarie, è quella di intravvedere un devastante effetto economico (percepito per ora solo in modo superficiale) che avrà pesanti ripercussioni sia dal punto di vista strettamente monetario, ma anche come cambiamento di stile di vita, di lavoro, di relazioni sociali e di valori culturali.
Attualmente la ricchezza mondiale è posseduta dagli Stati Uniti (per il 23% circa), dalla Cina (per il 14%), dal Giappone (per il 7%), dalla Germania (per il 5%) e così via. Ma dietro questi numeri, che misurano solo la ricchezza materiale degli stati, esiste una pressione di modelli culturali che questa pandemia sembra mettere in discussione.
Mentre ci preoccupavamo e ci preoccupiamo di contenere il contagio, l'ordine mondiale ha subito un importante cambiamento. Le strategie politiche e le crisi economiche scaturite dalla pandemia hanno accelerato processi di mutamento già in atto.
Da uno sguardo rapido sulla attuale situazione sembra evidente che la Cina abbia esteso la propria sfera di ingerenza (più che di influenza) sull'Occidente, mentre gli Stati Uniti continuano nel loro isolamento temperato da qualche apertura di solidarietà (verso l'Italia) e l'Unione Europea è crollata su sé stessa.
Secondo alcuni analisti dietro le macerie sanitarie ed economiche il vero vincitore è l'Asia, con in testa la Cina. Si parla infatti del successo - dal punto di vista sanitario - degli "stati asiatici" come Corea del sud, Cina, Hong Kong, Taiwan, Singapore.
Se guardiamo la Cina, dopo un periodo di confusione iniziale nel quale addirittura si ipotizzava di un possibile cambio di regime, una specie di "revoca del mandato celeste", e un crollo della sua reputazione internazionale, si è verificato una sorta di ribaltamento spettacolare.
Certo, le si imputano colpe colossali, come quella di aver acceso la scintilla della pandemia e di aver inizialmente occultato l'epidemia (con l'omertà o la superficialità dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) ma - pur con il beneficio d'inventario sui dati medici ufficiali forniti da Pechino - è indubbio che ciò che appare evidente è che quel paese ha fermato gli effetti devastanti del coronavirus.
Per vincere la sua battaglia la Cina ha messo in campo una massiccia mobilitazione del suo regime autoritario, dal Partito Comunista alla sua intera collettività organizzata (ronde di quartiere, comitati cittadini, vigilantes), con una strategia di contenimento che ha portato a un feroce isolamento di 60 milioni di abitanti.
Ciò che ora ci ricordiamo però - pur dietro una dose di opacità di fondo tipicamente cinese - sono prima le 30 tonnellate di apparecchiature sanitarie inviate all'Italia e poi una intera equipe medica o il miliardario Jack Ma, fondatore di Alibaba, che ha spedito negli Stati Uniti 1 milione di mascherine e 500 mila test diagnostici per il covid-19. Una controffensiva - cinica senza dubbio - ma di certa efficacia.
Di fronte a questo scenario abbiamo la desolante serie di incertezze, ritardi, confusione ed errori con i quali i governi occidentali hanno risposto all'espandersi del contagio.
Dopo un enorme sbandamento iniziale gli Stati Uniti ora attraversano un momento decisamente complesso sia per l'emergenza del coronavirus sia per le imminenti elezioni presidenziali. Dopo le titubanze dei primi giorni Trump ha portato avanti la sua strategia che privilegia l'"America first", mettendo in atto l'elargizione a tappeto di sussidi economici per le famiglie, azzerando le green card, sostenendo in modo massiccio tutta l'economia, dai petrolieri alle piccole industrie, cercando in ogni modo di fronteggiare la drammatica crisi economica che la sta mettendo a dura prova.
Dall'altra parte abbiamo l'Unione Europea che non ha certo risposto in maniera compatta di fronte al sorgere della crisi. All'inizio l'Italia è stata completamente abbandonata e l'unica risposta dei paesi europei è stata la chiusura dei confini. Ancora una volta gli stati che fanno parte dell'Unione europea hanno dimostrato il proprio egoismo e ancora oggi non è stato possibile arrivare a un accordo efficace sulle misure economiche da immettere in un sistema che ha il collasso come orizzonte. E questo dopo quasi 100 giorni dalla proclamazione della pandemia.
Cosa accadrà in futuro e che futuro sarà?
Dopo anni si ritorna a parlare di "statalismo" come forma ottimale di protezione sociale. Saranno spazzate via molte certezze e convinzioni e si pensa che il mondo futuro sarà meno globalizzato. Soprattutto se quello che inizialmente è stato considerato come un evento eccezionale - la pandemia - diventerà una compagna di viaggio delle future generazioni.
Secondo un analista del Financial Times, la penuria di forniture sanitarie che ha ostacolato la lotta all'epidemia nell'Occidente ha fatto emergere tutti i suoi limiti, con un ritorno dell'idea dello "stato-nazione" e un ritorno del nazionalismo.
Il nostro modello culturale, con in primo piano il concetto di individuo e di libertà, è stato messo in ginocchio: per contenere la pandemia milioni di persone in tutto il mondo occidentale hanno accettato inaudite violazioni della propria libertà personale, inimmaginabili in tempi diversi. Immediato il confronto con i paesi asiatici.
E allora ci si chiede se il diverso modo di affrontare questa crisi e contenerla in termini accettabili - con un sofisticato utilizzo di innovativi strumenti informatici di controllo e tracciamento anche individuale - non sia anche frutto di una cultura antica, i cui valori si ispirano ad un confucianesimo sintesi di razionalismo e consapevolezza etica, nella quale una amministrazione paternalistica (autoritaria) e solidale si contrappone a una democrazia pluralista e a un individualismo sfrenato.
L'etica del confucianesimo, che richiama senso di appartenenza soprattutto familiare, lealtà, empatia, affidabilità, valorizzazione della conoscenza, uniti al senso del dovere verso la comunità, la disciplina civica e il controllo sociale, ha sicuramente lasciato - in questo momento - la sua orma su questo mondo sempre più confuso.
Fra accuse reciproche e rimpalli mediatici la lotta tra Usa e Cina continua.
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