Excalibur blu
Soldi alla Patria dopo il coronavirus
Dopo la crisi sanitaria, la crisi economica: che fare?
di Angelo Abis
Il risultato della sottocrizione del 1947
Il coronavirus ha buttato a gambe all'aria la già fragile economia nostrana. A essere ottimisti avremmo per il corrente anno un crollo della produzione industriale nell'ordine del 30/40%, una diminuzione del Pil, nella migliore delle ipotesi, intorno al 10%.
Un quadro catastrofico ma non irrimediabile, perché, tutto sommato, il nostro apparato produttivo è intatto e pronto a inondare il mercato con i propri prodotti.
Il punto nevralgico è la domanda: mancano all'appello milioni di buste paga e chi pure potrebbe spendere è frenato dalla paura per il futuro e dalla scarsa fiducia nella classe politica.
La soluzione è una sola: immettere forti quantitativi di moneta nelle tasche dei cittadini e nel circuito economico. E praticamente tutti i paesi colpiti dal coronavirus stanno adottando questa soluzione.
Da noi invece si ciancia e per giunta in Inglese: new deal, piano Marshall, eurobond, recovery fund, Mes, ecc..
Tutto per evitare di dire che i soldi li deve tirare fuori lo stato.
Si dirà: e se lo stato non li ha? Se li procura. E come? Come ha sempre fatto, chiedendoli in prestito ai propri cittadini. Certo deve godere di uno straccio di sovranità e di un minimo di prestigio.
Nel 1947 l'Italia era un paese distrutto, con le finanze dissestate. Tra l'altro dovevamo dare miliardi agli Alleati, alla faccia del 25 aprile, in quanto paese ancora occupato.
Il governo dell'epoca lanciò il cosiddetto "Prestito della Ricostruzione". Vennero raccolti 231 miliardi dell'epoca. Una cifra enorme, data la povertà degli Italiani.
Quanto si potrebbe raccogliere oggi, visto che la ricchezza privata nazionale ammonta a circa 10 mila miliardi di euro?