EXCALIBUR 115 - giugno 2020
in questo numero
Antonio Segni, primo presidente sardo della Repubblica Italiana
Il ruolo fondamentale dell'esponente politico sardo nel primo ventennio della politica Dc
di Giuseppe Serra
Sopra: Antonio Segni (Sassari 1891 - Roma 1972)
Sotto: Segni e donna Laura nei giardini del Quirinale
La figura di Antonio Segni, a più di quarant'anni dalla morte, non ha attirato su di sé le attenzioni della storiografia che se ne è occupata in maniera sporadica, soffermandosi in particolare (si veda ad esempio Mimmo Franzinelli, "Il piano solo") sulle presunte tentazioni golpiste del politico sardo. Ha, nel 2017, colmato questa lacuna Salvatore Mura, giovane studioso di Storia delle istituzioni politiche dell'Università di Sassari che, per i tipi de Il Mulino, ha dato alle stampe un denso saggio di quasi cinquecento pagine dedicato, appunto, al quarto presidente della Repubblica italiana.
Segni nacque a Sassari nel 1891. Dopo la maturità classica conseguita presso il liceo Azuni di Sassari, proprio negli anni in cui in quello stesso liceo studiava Palmiro Togliatti, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza della città, dove si laureò, a 22 anni, nel 1913. Intraprese, insieme alla carriera forense, anche quella accademica, che lo avrebbe portato a insegnare Procedura civile a Perugia, Cagliari, Pavia e Roma.
Dal 1919, però, si avvicinò alla politica, aderì infatti al Partito Popolare, prendendo parte, come delegato provinciale, al congresso che si tenne a Napoli dall'8 all'11 aprile 1920 e al congresso nazionale di Torino (12-14 aprile 1923). Il suo ultimo atto politico fu quello di partecipare in rappresentanza del Ppi e con tutti i leader sassaresi dell'opposizione al fascismo al comitato di Sassari per le onoranze a Giacomo Matteotti. Il definitivo consolidamento del regime, comunque, non vide Segni tra i suoi oppositori. Nel 1925 giurò fedeltà al fascismo, mentre nel '32, in occasione del decennale della marcia su Roma, maturò la decisione di iscriversi al Pnf, spinto anche dal rettore dell'università turritana Carlo Vercesi, allora segretario federale e suo cognato. Ricoprì anche qualche incarico nel partito, ma dovette dimettersi quando il federale di Sassari Atzara gli rinfacciò l'omaggio reso alla figura di Matteotti nel 1925.
Segni non serbò rancore, tanto da presentarsi come testimone a favore nel processo intentato nell'agosto del 1944 contro il gruppo fascista sassarese per attività cospirativa e, nel 1945, intervenne a più riprese per salvare dalle grinfie delle commissioni per l'epurazione numerosi esponenti del passato regime, fra cui il rettore dell'università di Cagliari Giuseppe Brotzu, accusato di «aver collaborato col regime fascista anche dopo l'8 settembre del '43». E infine, una volta creata la Regione Autonoma della Sardegna, vi sistemò numerosi ex reduci di Salò. Tra l'altro fece nominare capo ufficio stampa della Regione il giornalista Luigi Mazza, che durante la Repubblica Sociale aveva ricoperto l'incarico di vicedirettore del quotidiano di Roma Il Messaggero. Le sinistre protestarono vivacemente e a ragione: infatti Mazza, fascista tutt'altro che pentito, era solito passare notizie "riservate" della Regione al corrispondente di Cagliari del quotidiano missino Il Secolo d'Italia. Occorre aggiungere che questi "aiutini" agli ex fascisti non avevano nessuna valenza politica, ma rientravano nel suo Dna di Sardo, per cui amicizia, stima, rispetto dell'avversario fanno premio sulle differenze ideologiche o politiche.
Già prima che cessasse la seconda guerra mondiale la personalità di Segni si impose come la più autorevole del nuovo partito della Dc, tanto che Bonomi in occasione del varo del suo secondo governo, il 12 dicembre 1944, gli affidò l'incarico di sottosegretario all'Agricoltura. Nelle elezioni del 2 giugno 1946, con 40.394 voti di preferenza, Segni risultò il più votato della lista della Democrazia Cristiana in Sardegna. Alcide De Gasperi nel suo secondo governo (13 luglio 1946 - 2 febbraio 1947) gli affidò il ministero dell'Agricoltura. Segni lavorò con grande passione al progetto di riforma agraria che prevedeva la lotta al latifondo assenteista, ma il disegno incontrò la resistenza di De Gasperi, preoccupato per le reazioni della destra democristiana che difendeva gli interessi della grande proprietà. Ci fu solo un provvedimento legislativo parziale che affossò definitivamente il progetto riformatore di Segni. Nel luglio del 1951 cadde il sesto governo De Gasperi. Nel successivo gabinetto, sempre guidato da De Gasperi, gli venne affidato il ministero della Pubblica istruzione. Dal 1951 al 1955, si susseguirono ben sei governi (tre di De Gasperi, Pella, Fanfani, Scelba). Il primo governo Segni, che durò dal 6 luglio 1955 al 18 maggio 1957, presentava un programma con alcuni elementi di novità: una nuova riforma della legge elettorale per la Camera dei Deputati; l'istituzione della Corte Costituzionale, del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro e del Consiglio Superiore della Magistratura; il sostegno al piano Vanoni e l'adesione al Mercato Comune Europeo.
Segni, in questa fase, si fece sostenitore dell'importanza della programmazione economica, soprattutto nel Meridione, promuovendo la nascita della Cassa per il Mezzogiorno. Il suo governo, però, incappò in un gravissimo problema legato alla crisi di Suez. In quel frangente, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi scrisse al presidente Eisenhower. La cosa non piacque né a Segni, né al ministro degli esteri Martino, dal momento che una tale iniziativa avrebbe compromesso i rapporti con la Francia e con l'Inghilterra e avrebbe costituito un problema politico: l'avvio di un dialogo tra Gronchi e Eisenhower avrebbe sancito il diritto per il presidente italiano di fare politica estera.
Il 28 febbraio, in sede di verifica della fiducia sul progetto di legge per i patti agrari, i repubblicani abbandonavano la maggioranza, votando contro il governo che si salvava grazie ai voti dei missini e dei monarchici, ma la sorte dell'esecutivo era ormai segnata. Il 5 maggio 1957 Saragat decise di uscire dal governo e Segni rassegnò le dimissioni. Gli succedeva Adone Zoli che sarebbe rimasto in carica poco più di un anno, fino alle elezioni politiche del 25 e 26 maggio 1958. Segni, candidato alla Camera dei Deputati, fu nuovamente eletto ma la vittoria della Dc decretò il rafforzamento delle correnti di sinistra e il consolidamento del potere di Fanfani. Fu proprio Fanfani a ricevere da Gronchi l'incarico per formare un nuovo governo, un governo orientato a sinistra con l'esclusione dei liberali.
Anche Fanfani, però, attaccato dalle correnti moderate della Dc per la sua azione tesa ad aprire a sinistra e per la sua politica estera filoaraba e antioccidentale, fu costretto alle dimissioni il 31 gennaio 1959. Dopo un primo tentativo di affidare l'incarico governativo a Fernando Tambroni, la scelta di Gronchi cadde su Antonio Segni, ormai riconosciuto come l'uomo dei momenti difficili. Il 6 febbraio 1959 il presidente della Repubblica gli conferì l'incarico. Nel discorso programmatico, pronunciato alla Camera il 24 febbraio 1959, Segni dimostrò che aveva ormai maturato la svolta a destra: ribadì la fedeltà dell'Italia all'Alleanza Atlantica e chiuse al Partito Socialista. I liberali, vista la chiusura a sinistra, dichiararono di essere disposti a votare un governo monocolore, ma Segni ottenne, senza chiederlo ufficialmente, anche il sostegno dei monarchici e dei missini. Quest'ultima fu una novità significativa, perché, per la prima volta, la Democrazia Cristiana costituiva un suo governo monocolore con i voti delle destre. In quel frangente divenne segretario della Dc Aldo Moro, uno dei principali fautori della svolta a sinistra.
Tale nomina non piacque al partito liberale che il 20 febbraio 1960 ritirò l'appoggio esterno. Segni, di fronte all'impossibilità di dover continuare con il solo sostegno della destra, il 24 febbraio rassegnò le dimissioni. I tentativi di formare il terzo governo Segni furono vani, Gronchi decise allora di assegnare l'incarico a Fernando Tambroni che ottenne la fiducia grazie ai voti determinanti del Movimento Sociale. Ma ancora una volta Tambroni si trovò sfiduciato e diede le dimissioni. Ma Gronchi inviò Tambroni al Senato per ricevere la fiducia. Nel frattempo a Genova, dal 2 al 4 luglio, si sarebbe dovuto tenere il sesto congresso del Movimento Sociale Italiano. In quell'occasione il Msi avrebbe dovuto accettare fino in fondo il metodo democratico e la Costituzione. La scelta di Genova diede adito a violente manifestazioni comuniste che iniziarono il 30 giugno e si estesero ad altre città con morti e feriti. I fatti di Genova risvegliarono un forte sentimento antifascista e accelerarono la caduta del governo Tambroni. Anche all'interno della Dc Moro fece di tutto per amplificare il sentimento antifascista dei democristiani, perché esso avrebbe spinto a sinistra la Dc. Sconfessato dal suo stesso partito, il 19 luglio Tambroni rassegnò le dimissioni. Gronchi affidò l'incarico a Fanfani che il 26 luglio formò suo terzo governo. Il mandato di Fanfani cadde proprio nell'anno in cui Gronchi terminava la sua esperienza al Quirinale. Le trattative all'interno della Dc portarono Segni a diventare, il 6 maggio 1962, il quarto presidente della Repubblica.
Alle elezioni del 28 aprile 1963 la Dc perse 4 punti percentuali, scendendo per la prima volta sotto la soglia del 40%.
Per Segni era il segnale che la Dc aveva perduto il voto dei moderati. Le conseguenti dimissioni di Fanfani, il 25 maggio 1963, portarono Segni a conferire l'incarico a Moro il quale non accettò non avendo avuto il sostegno dei socialisti.
La scelta cadde allora su Giovanni Leone che formò un governo (a termine) con l'astensione dei socialisti.
Il 5 novembre 1963, rispettando gli impegni assunti, Leone presentò le dimissioni. La Dc convocò subito un consiglio nazionale per il 7 novembre 1963, che dava il via libera alla formazione del primo governo di centrosinistra organico guidato da Aldo Moro. Segni cercò in tutti i modi di ostacolare questa svolta a sinistra, l'unico risultato concreto che ottenne fu quello di far eleggere a segretario della DC Mariano Rumor, un moderato vicino alle sue posizioni.
Nella primavera del 1964 lo scontro all'interno della Dc si fece aspro: si accusava Moro di essere troppo comprensivo con i socialisti, mentre l'economia rischiava il collasso. Ma il governo Moro incappò in un altro ostacolo. Il 10 giugno la proposta del ministro della Pubblica Istruzione Gui di un aumento dei contributi statali a favore della scuola privata accese il dibattito interno, tanto che il 26 giugno 1964 Moro salì al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Il 27 giugno Segni aprì con grande preoccupazione le consultazioni, poiché vedeva, in prospettiva, rischi di una grave destabilizzazione. L'incarico fu nuovamente affidato ad Aldo Moro, che il 6 agosto ottenne la fiducia alla Camera dei deputati. Lo stesso giorno Segni scrisse al presidente del Consiglio chiedendogli un incontro urgente. Con tutta probabilità Segni avrebbe comunicato a Moro, visto il caos della situazione politica, l'intenzione di sciogliere le camere e di indire elezioni politiche anticipate. Disegno, questo, che Segni aveva comunicato nei giorni precedenti a un altissimo esponente del Msi, chiarendo anche che dopo il risultato elettorale avrebbe determinato la nascita di un governo di centrodestra, prendendo tutte le precauzioni del caso onde evitare che i comunisti scatenassero la piazza come avevano fatto nel 1960 contro il governo Tambroni. L'indomani Saragat, ministro degli Esteri, e Moro salirono al Quirinale, ma durante l'incontro, contrassegnato da un fortissimo alterco, Segni fu colpito da una trombosi cerebrale. Non si sarebbe mai più ripreso. Tre anni dopo, l'11 maggio 1967, il settimanale L'Espresso esordì con la notizia "Complotto al Quirinale", «Segni e De Lorenzo preparavano un colpo di Stato». Le accuse erano gravissime. Fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Giuseppe Alessi che operò in un clima fortemente politicizzato. Nonostante questo le due relazioni, quella di Alessi e quella di Terracini, dimostrarono che era mancata la ricostruzione obiettiva ed equilibrata dei fatti.
Al di là di queste ipotesi appare evidente che l'estate del 1964 gettò un'ombra sull'intera vita di Segni e condizionò l'approfondimento dell'opera di un uomo delle istituzioni che aveva lasciato un'impronta profonda del suo passaggio nell'Italia del dopoguerra. Neppure dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 1 dicembre 1972, la polemica si sopì. Di tanto in tanto, come un fiume carsico, compariva e sommergeva di accuse il presidente Segni. Ma a noi poco importa. Il dato essenziale è che Antonio Segni storicamente rientra nel numero dei Sardi che senza mai dimenticare la loro piccola patria sarda hanno contribuito allo sviluppo culturale, politico e sociale dell'Italia.
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