EXCALIBUR 117 - agosto 2020
in questo numero
Le origini del fascismo in Sardegna
Fascismo e autonomia, elementi caratteristici della "questione sarda"
di Claudio Usai
Sopra: il sardo-fascismo nei simboli
Sotto: attività mineraria del Sulcis, cuore del "fascismo sardo"
«Quando dodici mesi or sono appena, giunsero qui i primi disegnatori che dovevano tracciare le linee del nuovo comune, essi trovarono una landa completamente deserta, non un uomo, non una casa, non un sentiero, non una goccia d'acqua, solitudine e malaria [...]»(1): così nel 1938 il Capo del Governo, Benito Mussolini, descriveva il paesaggio sardo prima della nascita della città mineraria di Carbonia.
Il regime alla fine degli anni Trenta aveva raggiunto l'apice del consenso: la realizzazione del complesso estrattivo del Sulcis costituì anche in Sardegna la punta massima di sostegno dei Sardi al fascismo. Ma in principio, tra il 1919 e il 1921, l'affermazione del "movimento" nell'Isola fu molto difficile e la sua azione debole. Mentre nel resto d'Italia il fascismo si era consolidato nelle zone urbane e agricole del Nord-Italia, nell'Isola si manifestò in maniera differente(2).
In Sardegna non c'erano le contraddizioni sociali, né le condizioni per lo sviluppo del fascismo urbano e agrario: non esisteva un sistema di aziende, mancando anche una piccola borghesia urbana capace di sostenerlo; solo alcuni anni più tardi nacquero piccoli gruppi fascisti a Cagliari e Sassari(3). In primis nelle campagne sarde gli avversari non erano i socialisti, quasi inesistenti, ma il movimento degli ex-combattenti, poi sardista, così radicato che Mussolini sarà costretto ad assecondarne alcune istanze. Il fascismo in Sardegna fu quindi condizionato dal vasto consenso "autonomista" sviluppatosi dopo la Grande Guerra, dal quale tra il 1920 e il 1921 nacque il Partito Sardo d'Azione (Psd'az.).
Il motivo fu il grave tributo di sangue versato dalla Sardegna nella Guerra del 15-18: più di 17 mila furono i caduti e i dispersi(4); il conflitto coinvolse i giovani di tutte le regioni dell'Isola inquadrati nella gloriosa "Brigata Sassari"(5). L'impegno fu nazionale e di tutte le classi sociali: contadini e pastori, operai, minatori e artigiani combatterono e morirono al fianco di impiegati, professionisti, giovani laureati e studenti.
L'esperienza in trincea rafforzò il legame tra le classi medie urbane e dei paesi e i lavoratori rurali, portando gli ex-combattenti a formare una propria ideologia autonomistica e ponendo al centro della politica la "questione sarda"(6). Questo spiega perché l'azione dei primi fasci da combattimento tra il 1919 e il 1921 fu molto limitata e riguardò, all'inizio, solo le aree a maggioranza socialista. In particolare, il fascismo ebbe origine nei centri urbani anche in Sardegna: per la minaccia delle violenze operaie le prime organizzazioni sorsero quindi nelle zone estrattive dell'Iglesiente, nelle aree commerciali di Tempio e Calangianus e portuali di Terranova (Olbia) e La Maddalena.
Fu quindi il Sulcis il cuore del fascismo sardo: il fascio di Iglesias fu fondato nel marzo del 1921 a opera di un gruppo di ex ufficiali, tra i quali Ferruccio Sorcinelli, imprenditore e proprietario de "L'Unione Sarda".
Anche a Cagliari e Sassari il fascismo assunse queste caratteristiche, sebbene con una politicizzazione più marcata. A Cagliari l'iniziativa fu presa da dodici ex-ufficiali, come Giovanni Manca di Lissia, a cui si aggiunsero l'associazione mutilati e i legionari fiumani, che si riunirono secondo schemi militari(7). A Sassari nacque in ambienti borghesi da giovani studenti nazionalisti sostenuti anche da combattenti e sardisti(8). Solo nel 1921 il movimento acquistò una certa stabilità, sotto la guida di Luigi Pilo.
A Iglesias il 12 ottobre del 1922 si tenne il primo raduno dei "fasci sardi" (dieci della provincia di Cagliari e tre di quella di Sassari). Solo verso la fine del 1922 nacque il "fascio di Nuoro"(9). Il ritardo organizzativo nel Nuorese si dovette al grande successo del Psd'Az.: nemmeno dopo l'instaurazione della dittatura e la fusione il fascismo riuscì a radicarsi. Dopo la marcia su Roma, viste le difficoltà, Mussolini risolse il problema non con un'azione repressiva, ma attraverso una politica capace di raggiungere il consenso delle masse. In Sardegna, l'evidente debolezza dei fasci sardi e la forza dell'attività del Psd'Az. spinse il Duce ad inviare nell'Isola, alla fine del 1922, il generale Asclepia Gandolfo che, munito di poteri speciali(10), in pochi mesi fece confluire nel Pnf la gran parte degli esponenti sardisti.
Come ha affermato Angelo Abis, Gandolfo era «grande estimatore di Emilio Lussu e considerava Sorcinelli (fascista della prima ora, contrario alla "fusione") poco più che un farabutto»(11). In principio sembrò che Mussolini fosse disposto a fare una serie di concessioni al sardismo: l'autonomia e l'abolizione delle dogane; in seguito si privilegiò una vasta azione statale per sconfiggere l'arretratezza atavica dell'Isola.
Un parte della storiografia contemporanea ha affermato che il fascismo riuscì a "fascistizzare" gran parte del sardismo e della Sardegna in breve tempo(12). Ma secondo Pier Paolo Cotza «la confluenza nel fascismo fu una operazione politica posta in essere da un gruppo dirigente sardista, con Lussu in testa, direttamente con i gerarchi di Roma e con lo stesso Mussolini [...], disposto a pagare un prezzo molto alto pur di portarla a compimento»; e inoltre «la fusione rappresentò una sconfitta irreversibile del fascismo sardo»(13).
Gli anni successivi alla "fusione" vedranno molti sardo-fascisti occupare posizioni di rilievo negli assetti politici, man mano che il nuovo regime si andava consolidando. In particolare a Cagliari e nel sud dell'Isola la componente sardo-fascista formata da A. Putzolu, E. Endrich, V. Tredici e G. Cao di San Marco governerà l'Isola per tutto il ventennio.
Fu quindi introdotto nell'Isola un vasto programma di modernizzazione, soprattutto nelle città dove era più presente quel ceto medio maggior sostenitore del fascismo, ma, con lo sviluppo minerario e agricolo delle città di fondazione, l'appoggio giunse anche da quei ceti lavoratori, contadini e operai che non avevano mai appieno condiviso le idee marxiste. Si può quindi a buon diritto sostenere che non fu il fascismo a fascistizzare la Sardegna, ma furono il combattentismo prima e il sardismo poi a modificare lo stesso fascismo sardo, che senza la fusione non avrebbe ottenuto quel largo e quasi unanime consenso.
(1) "Mussolini arriva in Sardegna per inaugurare la città mineraria di Carbonia", Archivio Storico Luce, Giornale Luce B1431, 12 dicembre 1938 (https://www.youtube.com/watch?v=ijbTEnrwdYk).
(2) Cfr. G. Sotgiu, "Storia della Sardegna dalla grande guerra al fascismo", Roma-Bari, Laterza 1990, e "Storia della Sardegna durante il fascismo", Roma-Bari, Laterza 1995.
(3) Cfr. M. Brigaglia, "La Sardegna nel ventennio fascista" e A. Boscolo, M. Brigaglia, L. Del Piano, "La Sardegna contemporanea", Cagliari, Della Torre 1995 (I ed. 1974), pag. 313.
(4) G. Sotgiu, "Storia della Sardegna dalla grande guerra al fascismo", pag. 10.
(5) G. Fois, "Storia della Brigata Sassari", Sassari, Gallizzi 1981.
(6) Cfr. S. Sechi, "Dopoguerra e fascismo in Sardegna: il movimento autonomistico nella crisi dello Stato liberale (1918-1926)", pag. 271.
(7) G. Sotgiu, "Storia della Sardegna dalla grande guerra al fascismo", pag. 124.
(8) M. Brigaglia, "La classe dirigente a Sassari da Giolitti a Mussolini", Cagliari, Della Torre 1979, pagg. 215-216.
(9) S. Sechi, "Dopoguerra e fascismo in Sardegna: il movimento autonomistico nella crisi dello Stato liberale (1918-1926)", pag. 327.
(10) ivi, pag. 380.
(11) A. Abis, "'La verità sardista - 1919-1924' - Incredibile attualità del libro di storia sarda di Pier Paolo Cotza", Excalibur n. 102, marzo 2018.
(12) Cfr. M. Brigaglia, "La Sardegna nel ventennio fascista", pag. 319.
(13) A. Abis, "'La verità sardista - 1919-1924' - Incredibile attualità del libro di storia sarda di Pier Paolo Cotza", Excalibur n. 102, marzo 2018, cit. P.P. Cotza, "La verità sardista - 1919-1924", Gino De Virgilis Editore.
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