EXCALIBUR 117 - agosto 2020
in questo numero
"L'ultimo Papa d'Occidente?" di Giulio Meotti
Uno sguardo d'amore su un Papa incompreso
di Angelo Marongiu
Sopra: La copertina del volume di Giulio Meotti
Sotto: Joseph Aloisius Ratzinger (Marktl, 16 aprile 1927)
Dopo "La tomba di Dio" (Excalibur n. 108, luglio 2019), Giulio Meotti si avventura nell'analisi della figura di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI.
Non è un caso che dopo aver raccontato il dramma dei cristiani in Medio Oriente, una maggioranza ormai destinata a diventare minoranza, egli volga la sua attenzione su un altro mondo in declino: quello di un'Europa, una volta cristiana, che ormai ha negato le sue radici. E il declino dell'Europa è il declino di tutto l'Occidente.
Il titolo del libro termina con un punto interrogativo, che è forse l'unico segno di speranza in un piccolo volumetto (sono 138 pagine, 82 di testo e ben 285 rimandi bibliografici a testimoniare l'accuratezza della sua ricerca) che ripercorre la storia di Ratzinger sin da quando, ancora giovane teologo, cominciava a sentire il cedimento del tessuto morale che in qualche modo univa ancora l'Occidente.
Dopo la caduta del muro di Berlino, con l'ultimo scossone inferto da Giovanni Paolo II, Ratzinger ammoniva che era sbagliato inneggiare alla "fine della storia" poiché non avevano vinto i valori che in duemila anni di civiltà giudaico-cristiana avevano forgiato la nostra civiltà, ma emergeva il materialismo vuoto di ideali che considerava la massa informe di individui come semplici attori di consumo.
Nell'introduzione al volume di Meotti curata dal saggista irlandese John Waters, Ratzinger viene definito il Solgenicyn del XXI secolo, voce inascoltata nel deserto materialista.
Ratzinger, prima come teologo e filosofo e poi come papa Benedetto XVI, aveva capito tutto. Ma aveva anche previsto tutto: la rottura del Sessantotto, il collasso della Chiesa nella perdita dei valori che attraversava il mondo occidentale, il dominio del relativismo, l'abbandono del cattolicesimo da parte dell'Europa, l'insorgere del fanatismo islamico. Nel suo mezzo secolo di analisi del mondo, ancora più tristemente, aveva previsto il nascere di una sorta di ecologismo apocalittico e l'insorgere di una specie di neomarxismo della Chiesa del popolo.
Ha anche visto come il mondo occidentale, giunto al massimo della sua potenza materiale, si avviava a raggiungere il massimo della sua insicurezza culturale.
Meotti esplora cinquant'anni di saggi, conferenze e interviste: un pellegrinaggio nella modernità dirompente e nel vuoto morale che lentamente prendeva il sopravvento nel nostro mondo.
Uno degli elementi che unisce questo pellegrinaggio negli scritti e nei pensieri di Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi è l'incompatibilità dei suoi moniti con i poteri che reggono il nostro tempo.
Ratzinger nel suo libro "Riflessioni sulla creazione e il peccato" (Lindau, 2006) scriveva: «Si ha l'impressione che negli ultimi quattro secoli la storia del cristianesimo sia stata una continua battaglia di ripiegamento». Contro questo tirarsi indietro Ratzinger non ha mai smesso - a modo suo - di combattere, ma non ha potuto fare a meno di farsi da parte.
Perché? Forse fa parte del suo carattere: vedere le cose, denunciarle ma, sentendosi solo e fragile, fare un passo indietro.
Nel 1969 abbandonò Tubinga, in preda a una dissennata contestazione studentesca. Nel 1974 abbandonò, senza dire una sola parola, il Sinodo di Wurzburg, troppo orientato in senso filo-protestante.
E nel 2013 abbandonò il pontificato.
Scrive Giulio Meotti: «Tutto il pontificato di Ratzinger è stato una difesa della civiltà occidentale o, più semplicemente, dell'Occidente. Ma non c'è una sola sfida da cui Ratzinger sia uscito apparentemente vincente»
E dice anche: «Aveva previsto tutto. Per questo la sua presenza era tanto intollerabile [...]. Ogni sua parola era coerente, irrefutabile [...]. Ha denunciato l'anoressia che sta mettendo a rischio il futuro dell'Occidente, demograficamente, culturalmente e moralmente [...]. Il suo genio era una minaccia per il vasto programma della post-modernità, la barbarie liquida e dolce delle società post-culturali e le sue dimissioni sono state un grande sollievo per tanti, troppi, anche all'interno della Chiesa».
Su tutto il libro, nonostante un sottile filo di speranza, aleggia la convinzione che per poco che si osservi la realtà nella quale viviamo, stiamo scivolando lentamente e purtroppo tranquillamente verso il suicidio della civiltà occidentale.
Se Nietzsche a fine Ottocento affermava che «il deserto avanza» nell'esaurimento nichilista dei nostri valori, Ratzinger affermava che siamo di fronte a una "desertificazione culturale".
Quarant'anni fa Ratzinger scriveva: «è quasi impossibile sottrarsi al timore di essere a poco a poco sospinti nel vuoto e che arriverà il momento in cui non avremo più nulla da difendere e nulla dietro cui trincerarci».
Vedendo la scomparsa della cristianità in atto, con l'imperante dittatura del relativismo e del materialismo, nel deserto spirituale incombente, l'unica speranza è creare piccole comunità di resistenza e quindi provare a tessere i fili di una eventuale rinascita dello spirito.
È quel che fece San Benedetto da Norcia, creando i suoi monasteri sul finire dell'Impero Romano, in declino allora come l'Occidente ora. In quei monasteri, nel periodo delle invasioni barbariche, si conservò l'antica cultura greca e romana e la si preservò per i nuovi tempi.
Mai scelta del nome Benedetto fu così profetica.
Ragione, diritto e fede (Atene, Roma e Gerusalemme) sono i tre pilastri sui quali si è costruita la nostra cultura. E nella sintesi tra ragione e fede vi è l'origine della nostra libertà.
Si è scherzato sul Papa "pastore tedesco", lo si è insolentito con inaudita rozzezza intellettuale, accusato di non saper leggere "i segni dei tempi", insultato per le parole pronunciate a Ratisbona, usate per fomentare il conflitto con l'Islam.
Parole da meditare ancora una volta, così come il discorso che scrisse e non poté mai pronunciare all'Università "La Sapienza" di Roma, dove un manipolo di facinorosi (studenti e docenti!) impedì l'ingresso del Papa in un ateneo fondato da un Pontefice.
Il pontificato di Ratzinger fu un'avventura intellettuale senza uguali, un'immersione nelle pure acque dell'intelligenza umana e cristiana; ma fu anche un periodo di pena profonda perché dietro ogni sua parola e ogni sua iniziativa si levava un coro di stupida contestazione, un pretesto di misere polemiche, dentro e fuori dalla Chiesa.
La parabola di Benedetto XVI diventa così una specie di metafora di un tramonto che non riguarda solo la sua figura, ma rappresenta ciò che siamo stati e che abbiamo rappresentato, in quanto Europei. E se anche i suoi ragionamenti non sono stati ascoltati ma decisamente rifiutati, la sua figura è una delle poche a potersi ergere tra le rovine della nostra civiltà.
Joseph Ratzinger, schivo e appartato, silenzioso e lontano dai riflettori, ormai da sette anni chiuso nel suo rifugio interiore, ha compiuto novantatre anni.
Ma è ancora presente.
Quando il sultano Erdogan ha annunciato che Santa Sofia a Istanbul sarebbe ritornata ad essere una moschea (quella che per mille anni fu la più grande chiesa della cristianità), Papa Francesco, in un inciso all'interno dell'Angelus domenicale, ha detto: «Penso a Santa Sofia e sono molto addolorato».
Addolorato. Giuste parole di un diplomatico, che non deve urtare la sensibilità dei giannizzeri turchi.
Ma il Papa che a Ratisbona, nel solito modo pacato di esporre i suoi ragionamenti, aveva affermato che l'islam aveva fatto proselitismo a colpi di scimitarra, cosa avrebbe detto?
Nel confronto tra sapienza e ignoranza, tra gentilezza e arroganza, ormai si sa chi è vincente. Purtroppo.
Ma c'è - per fortuna - quel piccolo punto interrogativo. Aggrappiamoci a quello.
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