EXCALIBUR 120 - ottobre 2020
in questo numero
Elezioni: vincitori e vinti
Lettura dei risultati delle Regionali e del Referendum
di Angelo Marongiu
Sopra: una tornata elettorale che lascia tutto immutato
Sotto: alcuni governatori delle regioni che hanno avuto una conferma
E così anche queste elezioni sono andate: Regionali e Referendum costituzionale possono essere archiviate, mentre sui giornali e in tv si alzano le voci dei vincitori.
Chi ha vinto? Naturalmente hanno vinto tutti.
Zingaretti ha mantenuto tre Regioni che alla vigilia - chissà in base a quali calcoli - sembravano in pericolo. Ha conservato saldamente la Toscana (e qui Renzi è felice perché Giani era un suo candidato) e ha vinto in Puglia e in Campania, anche se Emiliano e De Luca sono tutto tranne che personaggi del Pd.
I 5 Stelle ovviamente guardano solo al risultato del Referendum e - senza affacciarsi ad alcun balcone - parlano di vittoria epocale, inseguita da oltre trent'anni da altri personaggi e ora condotta al traguardo dal loro movimento.
Il centrodestra gongola - più o meno - poiché in fin dei conti, al di là di onorevoli sconfitte, ha conquistato le Marche, regione rossa da 25 anni e l'ha aggiunta alle tante altre colorate di azzurro. Ma sul Referendum hanno preferito stendere un velo pietoso.
Le elezioni - di qualunque tipo - dovrebbero essere fatte più spesso: non per democrazia ma perché alla fine rendono tutti più felici; perché ogni schieramento festeggia un aumento di consensi o una diminuzione inferiore alle previsioni.
Al di là di ogni altra considerazione, la realtà può essere letta in modo differente.
Il centrodestra non è riuscito a dare l'ennesima spallata ai giallo-rossi: dopo l'Emilia Romagna niente Toscana e sul Referendum l'ordine sparso con il quale si sono presentati (un "sì" demagogico per partito preso non convincente e un "no" pensato ma mai detto) può far dire ai leader ciò che vogliono e infatti nessuno di loro lo ha commentato.
Il Pd può tranquillamente contare come propri i voti dei raggruppamenti intestati personalmente a Emiliano e De Luca e gonfiare il petto: in realtà molti di quei voti sono di elettori del centrodestra alla ricerca di un "sovranismo" casareccio che i due capibastone sembravano offrire loro. Laddove il Pd si è presentato con i 5 Stelle ha rimediato una micidiale figuraccia.
Stendiamo un velo pietoso sui 5 Stelle, poiché pur intestandosi la vittoria del Referendum, che, non dimentichiamo, in Parlamento aveva avuto una maggioranza ben più ampia, nelle Regionali sono miseramente scomparsi.
Ma sono comunque tutti felici.
In realtà hanno e abbiamo perso tutti.
Coloro che hanno votato "no" perché questa scelta non è risultata vincente.
Hanno perso coloro che si sono astenuti: una scelta non comprensibile: ignoranza, indifferenza? Non lo so. Ma ormai il disertare le urne sembra diventato un distintivo da sfoggiare e al di là di tutte le sottili argomentazioni che possono essere addotte a giustificare questa "non scelta" resta il fatto che essa è l'espressione di una "non volontà", non la volontà di una "non espressione". Amleto sapeva fare di meglio.
Hanno perso anche coloro che hanno votato "sì". Hanno consegnato all'Italia un Parlamento che già aveva difficoltà di funzionamento prima del 20-21 settembre e che dalla prossima legislatura ne avrà ancora di più.
L'edificio costituzionale eretto a garanzia della volontà popolare che si basa su legge elettorale e regolamenti parlamentari è stato modificato nella sovrastruttura, nella parte meno importante dal punto di vista funzionale: il numero dei parlamentari.
La modifica del principio del bicameralismo perfetto - che in ogni caso le bocciate riforme costituzionali di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016 avevano previsto - non è stata affrontata: ci vuole intelligenza nell'esaminarla e non si può dire che i promotori di questa riforma di intelligenza ne abbiamo in abbondanza.
Risparmio dei costi? Circa 64 milioni l'anno: 37 milioni alla Camera e 27 al Senato, ai quali si possono aggiungere altri minori costi logistici e amministrativi.
I riflessi sulla rappresentanza territoriale sono invece considerevoli. Se per la Camera essi sono abbastanza omogenei (la Sardegna passerebbe dagli attuali 25 rappresentanti a 16 dopo la riforma), sul Senato - eletto su base strettamente regionale - sono invece molto evidenti (la Sardegna avrebbe 5 senatori in luogo degli attuali 8).
Ma è un taglio percentuale non uniforme: si va dal -33,3% del Veneto (da 24 senatori a 16), al -40% della Calabria (da 10 senatori a 6), al -57,1% della Basilicata e dell'Umbria (da 7 seggi a 3). Attualmente si ha un senatore ogni 188 mila abitanti e in futuro avremo un senatore ogni 302 mila abitanti. Ma è la media del pollo di Trilussa: in Trentino ed in Basilicata ci sarà un senatore ogni 180 mila abitanti circa, in Sardegna e in Abruzzo ci vorranno 327 mila abitanti per eleggere un senatore.
Si porrà rimedio a tutto ciò? Io ne dubito, anche perché è difficile modificare ora questi numeri.
E infine c'è la grande incognita del funzionamento del Parlamento.
Occorrerà por mano - in maniera drastica ed equilibrata - ai regolamenti parlamentari, materia alquanto scivolosa e da sempre oggetto di dispute sulla loro interpretazione e applicazione.
Attualmente ogni ramo del Parlamento ha 14 commissioni permanenti, vero cuore del processo legislativo (senza dimenticare che la composizione di ogni commissione - deliberante o referente, consultiva o redigente - deve rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari), e poi ci sono le giunte, le presidenze e vicepresidenze, le segreterie, i comitati e gli incarichi vari per i parlamentari. E non parliamo delle commissioni speciali invocate a ogni piè sospinto.
Allo stato attuale sono oltre 700 incarichi da ricoprire, con qualche parlamentare che ne ha da espletare più di uno.
Questa era la riforma da affrontare per prima: più difficile del demagogico taglio delle poltrone. Ma non avrebbe certo incantato la massa.
Si voleva risparmiare sui costi? Sarebbe stato sufficiente ridimensionare la marea di esperti, collaboratori, assistenti, segretari particolari, addetti alle pubbliche relazioni, addetti stampa che ogni ministro porta con sé: qualche centinaio di persone sulla cui utilità - al di là della sistemazione degli amici - ci sarebbe da discutere a lungo.
Ma così non è stato.
E allora rassegniamoci ad andare avanti con un Parlamento delegittimato due volte.
La prima volta dal risultato del Referendum, che in effetti conclama - con ridicola enfasi - che ci sono 340 parlamentari del tutto inutili.
La seconda volta dal fatto che osservando l'attuale composizione e i rapporti di forza al suo interno, esso non rispecchia più - dopo solo 2 anni e mezzo - quella che è la realtà del paese; Parlamento nel quale alcuni partiti, in particolare i 5 Stelle, trionfanti nel 2016, sono ora diventati quasi marginali.
Ma andremo avanti con questa maggioranza e con questo governo: sfide epocali ci aspettano.
E volete che chi comanda in questo carrozzone rinunci ad affrontarle? Il Recovery fund e il prossimo Presidente della Repubblica sono bocconi troppo appetitosi da lasciare in pasto agli altri.
Del resto avete visto i primi candidati che si stanno affacciando alla ribalta per il Quirinale? Conte, Franceschini, Prodi, Veltroni.
È il futuro che avanza.
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