Excalibur blu
Quella sostenibile leggerezza del conflitto italo-afghano
Avvolta nel mistero la ventennale - ormai conclusa - esperienza italiana in Aghanistan
di Angelo Abis
Il carro corazzato "Lince"
Ormai della precipitosa e rovinosa fuga degli Americani dall'Afghanistan sappiamo tutto e di più.
Unanime il coro della stampa italiana: «La democrazia non si esporta con le armi!», confondendo così quella che è la propaganda di guerra con le motivazioni reali del conflitto.
In realtà qualunque idea rivoluzionaria - democrazia, liberalismo, comunismo, fascismo, e anche l'islam e persino il cristianesimo, seppure in misura minore - si sono espanse ricorrendo alle armi.
Quello che invece stupisce è che l'Italia guarda al conflitto afghano come qualcosa che le è completamente estraneo e considera la sconfitta americana deleteria unicamente perché ci costringe a farci carico dell'accoglienza di un certo numero di profughi. Eppure anche noi nel lontano 2001, con l'unanimità di tutte le forze politiche, abbiamo invaso l'Afghanistan, in barba all'art. 11 della Costituzione che recita: «L'Italia ripudia la guerra come strumento...».
Si dirà: atto dovuto in base all'art. 5 del patto Atlantico sull'obbligo dell'aiuto armato a un alleato aggredito nel suo territorio.
Fatto sta che per 20 anni abbiamo partecipato a un vero conflitto armato.
Conflitto che, per la sua durata, ha un solo precedente: la guerra per la conquista della Libia che durò dal 1911 al 1931.
Come ci siamo comportati nel conflitto afghano? Mistero! Sappiamo molto vagamente che vi abbiamo impegnato il meglio delle nostre forze armate, con risultati sul piano operativo, sul controllo del territorio e sull'intesa con la popolazione locale superiori persino a quello americano. Fummo all'avanguardia persino sul piano tattico.
Chi non ricorda la funzione decisiva per il controllo del territorio del carro corazzato "Lince", arma assolutamente d'avanguardia, tant'è che i Russi ce ne acquistarono subito 500? Mai guerra italiana fu tanto top secret. Completamente assente la propaganda di guerra: solo notizie sulla nostra filantropia nei confronti della popolazione.
In genere in qualunque paese in guerra si gonfiano le perdite del nemico e si sminuiscono le proprie.
L'Italia ha fatto il contrario: abbiamo esaltato le nostre perdite, 53 morti e circa 700 feriti. Ma quanti nemici abbiamo ucciso o ferito o quanti ne abbiamo fatto prigionieri è segretissimo, come è segreto quanti scontri armati abbiamo avuto e su quanti siamo usciti vittoriosi.
Morale della favola: abbiamo paura di far sapere più che al mondo, a noi stessi, che siamo una potenza militare di tutto rispetto, con tutto quello che ne può conseguire soprattutto nei termini della nostra politica estera.