EXCALIBUR 142 - luglio 2022
in questo numero
Dossier America (II parte)
Prosegue il viaggio fra le ambiguità e le contraddizioni made in Usa
di Ernesto Curreli
Il presidente Usa Joe Biden: preoccupante
Gli Usa esitano sulla guerra in Ucraina.
Sappiamo da sempre che agli Americani piace la guerra. È un popolo di gente dura cresciuta in un ambiente ostile e sconosciuto, dove hanno dovuto sudare per dissodare terre incolte, aprire varchi nelle foreste, combattere contro i nativi che resistevano alla loro invasione, liberarsi dagli Inglesi con la Guerra di Indipendenza. Buona parte della popolazione, agli esordi della nazione, viveva di agricoltura, allevamento e caccia, erano ottimi tiratori abituati da ragazzini a procurare cibo per casa. Tutti portavano le armi e tuttora le portano. E guai a toccargliele, perché la loro costituzione lo prevede espressamente. Così ogni mese assistiamo alle scene orribili di giovinastri che imbracciano armi da guerra e sfogano le loro frustrazioni sparando su scolaretti, donne, bambini. Non c'è modo di introdurre una legge che imponga un qualsiasi tipo di divieto o di controllo psichiatrico sul porto delle armi. Così sarà ancora per decenni.
Perciò non dobbiamo stupirci se nei loro film la violenza impazza: sparatorie, stragi, scontri fisici da urlo, macchine che si sfasciano con fughe paurose, esplosioni e bombe a ripetizione, guerre stellari in anticipo. Anche quando le buscano, come nel caso del Vietnam, sono capaci con i loro film di trasformare la sconfitta in un fatto epico, tanto che molti Americani stentano a credere che quella guerra l'abbiano persa davvero.
Però il desiderio di menare le mani è sempre presente nella loro società, tanto che non si astengono dallo spargere guerre in tutto il mondo, sempre e solo fuori casa. Inutile ripetere l'elenco delle loro guerre dal 1945 a oggi, lo conoscono tutti. Anche se spesso ce lo fanno dimenticare, perché alla narrazione mischiano sempre i valori della democrazia e della libertà. Ci incantano con questi princìpi che del resto non esistono effettivamente nemmeno in casa loro.
Per la guerra in Ucraina c'è una parte del loro Stato Profondo che vorrebbe lanciarsi nella mischia, almeno con l'invio massiccio di armi e di tecnologia che farebbe tanto bene alla loro economia in fase asfittica. Nessuno si azzarda però a suggerire l'invio di truppe per salvare quel paese dall'invasione russa. Il motivo è molto semplice e si appalesa sempre di più in questi mesi.
Il Presidente Biden è in evidente stato confusionale, non si accorge delle pause che gli sono state scritte, dove gli dicono di fermarsi in quella riga e di ripetere la frase precedente. Così il pover'uomo, senza connettersi col cervello, non si è reso conto che stava leggendo al microfono le frasi di arresto. Una figuraccia che ha fatto il giro del mondo. I suoi consiglieri sono ben consapevoli di questo e mostrano preoccupazione, tanto che, a quanto sembra, il Pentagono sta adottando misure per impedire che un ordine esecutivo del Presidente si trasformi in una tragedia mondiale.
Ma non è soltanto il suo entourage che frena le decisioni del Presidente, perché in realtà è cresciuto tra la popolazione un sentimento di ripulsa per quella guerra, legato alla constatazione che il loro paese sta attraversando una profonda crisi sociale ed economica che il governo non riesce ad arrestare.
Fare la guerra sembra per la maggioranza una impresa folle per un paese afflitto da altre gravi preoccupazioni. Un po' come succede anche in Italia, dove sembra che la stragrande maggioranza della gente sia ostile all'invio di aiuti all'Ucraina e, ancor più, all'invio di soldati italiani a combattere in quel fronte indecifrabile.
L'inflazione negli Usa galoppa più che in Europa, il dollaro conosce un'altalena di alti e bassi rispetto all'euro, la disoccupazione ha raggiunto livelli impressionanti e la popolazione caduta in povertà conta oramai decine di milioni di persone.
In pratica, moltissimi Americani si imbattono in mille difficoltà quotidiane e di guerra non ne vogliono sapere. I giornali e le tv americane raccontano apertamente questo cambiamento dell'umore che si è sviluppato soprattutto negli Stati del Sud, in piena recessione da diversi anni. Da lì salgono le critiche più feroci contro il governo e contro l'industria delle armi, la quale vorrebbe cogliere l'occasione per lanciare un grande business.
Ma l'ostilità contro Biden e il suo governo sta crescendo ovunque, tanto che i sondaggi sul gradimento lo danno al 30%, l'indice più basso registrato da un Presidente dal secondo dopoguerra a oggi.
Ecco perché gli Usa frenano ed esitano a fornire massicciamente armi e sistemi di difesa ad alta tecnologia, cosa che farebbe reagire pericolosamente la Federazione Russa.
La memoria dei popoli non scompare con la dipartita degli uomini che vissero quelle esperienze
La nostalgia degli Stati del Sud e il malessere della metà della popolazione americana.
Nell'era di Facebook si rintracciano spesso argomenti che sembravano dimenticati e sepolti nella notte dei tempi. Io non immaginavo di trovarvi le rivendicazioni degli abitanti degli Stati del Sud che ancora oggi tengono alta la bandiera della loro Guerra di Secessione su una infinità di pagine dedicate alla Virginia, alla Carolina del Nord, al Texas, al Mississippi e a tanti altri ancora. Eppure è così da alcuni anni e i post sono ispirati dal disappunto per l'abbattimento dei monumenti dedicati ai soldati sudisti, ai loro famosi generali, alle battaglie dove la Confederazione sudista raccolse successi inaspettati. Sull'argomento pubblicano di tutto, dai ricordi delle loro gesta alla esaltazione dei loro soldati, al ricordo di incredibili vittorie fino alla denigrazione feroce dei generali unionisti, spesso definiti "criminali di guerra". E un po' di ragione ce l'anno, soprattutto se si pensa alle azioni di alcuni generali del Nord.
Frugano persino nelle memorie raccontate da personaggi del Nord, per farne oggetto di vanto e di orgoglio sudista. Eccone una. Si tratta del diario di un ufficiale medico dell'Unione, che aveva incontrato un gruppo di prigionieri sudisti.
Il 17 giugno 2022 su Facebook i discendenti dei veterani sudisti riportano alcuni passaggi del diario di E.J. Moore, uno «yankee di Harrisburg, Pennsylvania», il quale scrive di aver visto prigionieri confederati nel giugno 1863: «Oggi ho visto una squadra di secessionisti dal vivo a Camp Curtin. Come cosa generale sono sani, forti, dall'aspetto duro. Il loro aspetto fisico è eccellente. Hanno uno sguardo tormentato e imbronciato e per di più sono uomini determinati. I loro indumenti strappati non sono disonore per loro. Mentre li guardavo, notavo i loro occhi accigliati e la loro totale indifferenza verso gli insulti che, mi dispiace dirlo, erano stati loro lanciati. Avrei voluto che i nostri soldati dell'Unione fossero eroici come loro».
Onestamente è un bel complimento e ai "revisionisti" del Sud non è parso vero diffondere quel racconto. Ma la cosa non è finita così, perché subito si è aperta una discussione appassionata sul sito. Ne riporto alcuni brani.
Phelps Jesse An Jennifer dice: «Devo dire che i soldati confederati erano uomini coraggiosi e determinati. Guardando questi tre uomini, ho la sensazione che ne abbiano passate tante e abbiano visto una tragedia orribile, ma sono ancora determinati».
Dan Schimidikofer aggiunge: «Non ho dubbi che il Sud avrebbe vinto se le probabilità e le risorse fossero state più uguali [...]. Nessun esercito avrebbe potuto batterli».
A sua volta Connie Chastain aggiunge: «Ci sono molte cose che si possono dire sui soldati confederati, ma una delle mie preferite è: non hanno strisciato».
Steve Trainum dice: «Da un racconto dell'epoca: "la mia ragazza è stata catturata e imprigionata dopo essere stata ferita nella Valle della Virginia. Ho trascorso l'ultimo anno e mezzo nelle carceri del nord. Ho prestato giuramento nel giugno del 1865 (qui si riferisce al giuramento che gli Unionisti chiedevano ai prigionieri confederati perché fossero rilasciati, un po' come fecero gli Americani con i prigionieri italiani nel 1943/'45 ai quali chiedevano di "promettere" – I promise – di non riprendere le armi e di "collaborare" nella produzione economica non bellica degli Usa, n.d.s.), ho messo su famiglia". Orgoglioso di lui, dei suoi fratelli e di tutti i soldati del sud».
Jeff Plummer addirittura dichiara: «Le migliori legioni mai scese in campo».
Darryl Windham non nasconde nulla: «Il mio bisnonno era di estrema destra. Finì a Point Lookout, Md, tornò a casa a giugno o luglio 1865. Io ho vissuto a Rockbridge Co, Virginia».
Paul Clark deve essere sicuramente un topo di biblioteca, molto attento ai particolari: «La mia famiglia dice che il soldato a sinistra è Ephraim Blevins (età 21 anni) Co K, 37 Nc Inf. (si riferisce, qui e in seguito, ai reggimenti cui appartenevano i soldati, n.d.s.). In mezzo è John Baldwin, 50º Va Inf. (età 26 anni). Soldato a destra ancora sconosciuto».
William B. Gilberto è molto asciutto: «Sono orgoglioso di essere nato e cresciuto al Sud. Dio benedica Dixie» (la loro bandiera o anche la loro terra).
La fotografia, si capisce bene, è stata colorata in tempi recenti ed è la prima volta che compare su Facebook, per quanto io ne possa sapere. Ma è chiaro, dai commenti, che era abbastanza conosciuta tra i "revisionisti" del Sud americano. Perché costoro si battono ancora per una causa persa oltre centocinquanta anni fa? La risposta è abbastanza semplice. La memoria dei popoli non scompare con la dipartita degli uomini che vissero quelle esperienze e oggi, rispetto al passato, è più facile tramandare storie e miti di epoche passate, quasi fossero ancora vive tra noi. È il caso dei rivendicazionisti del Regno delle Due Sicilie, i quali hanno creato da qualche tempo una robusta comunità di appassionati che rivendicano la loro storia, odiano Garibaldi e i Piemontesi, così come odiano i comandanti borbonici traditori, che nelle battaglie della Sicilia e del Napoletano ordinarono la resa alle truppe. Ricordano con orgoglio, solo per fare un esempio, che il primo treno della storia italiana entrò in esercizio in Campania con la linea Vesuviana.
Un fenomeno simile si sviluppò in Italia a partire dal 1946, quando i reduci cominciarono a raccontare le storie di tradimento e gli ordini ingiustificati di resa. Così fecero anche i marinai della Regia Marina quando raccontavano le perdite sospette di uomini e navi nella guerra sul mare.
Ci furono anche dichiarazioni di ufficiali di Marina che raccontavano come i loro comandanti evitassero gli agguati della Royal Navy semplicemente ordinando al timoniere di cambiare la rotta assegnata dal Comando Marina di Roma. Poi si giustificavano affermando che il cambio di rotta era dovuto a un semplice scarroccio del moto marino. Così salvavano la vita dei loro marinai. Io personalmente ho conosciuto a Cagliari un alto ufficiale del Genio Marittimo che mi raccontò la medesima tecnica utilizzata dal suo comandante, che non subì mai alcun agguato e non perse un solo uomo. Era il padre di un conosciuto notaio di Cagliari. Mi raccontò anche quali furono i veri motivi della guerra contro la Grecia. Una volta occupato quel Paese, l'ufficiale fu posto a capo del Servizio Meteorologico e delle Trasmissioni a servizio dell'Aeronautica e della Marina italiane, servizi che i Greci non avevano mai posseduto e che erano stati iniziati, senza successo, dai loro alleati britannici, che di fatto dalla Grecia miravano a distruggere i vicini pozzi petroliferi della Romania, alleata dell'Asse.
Non bisogna pensare che queste tracce di memoria revisionista siano semplici elementi di nostalgia. Hanno invece, in un modo che a noi non sfugge, un effetto di carattere sociale e politico.
Se ci fate caso, quando si parla di sondaggi o di risultati elettorali negli Usa, l'attenzione della stampa, curiosamente, si concentra sempre verso gli exit pool degli Stati del Sud, come se in quelle terre si decidessero le sorti dell'America. Cosa che del resto si verifica molto spesso.
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