EXCALIBUR 145 - ottobre 2022
in questo numero
Elezioni e sistemi di partito
Alcune cose che in Italia non cambieranno mai
di Angelo Marongiu
Sopra: alla faccia della semplicità... dal 1948 a oggi ben 380 simboli elettorali e alcuni degli attuali capi di partito (o leader?)
Sotto: un futuro oscuro che incombe sui processi democratici
Finalmente possiamo mettere in archivio anche queste elezioni e la sgangherata campagna elettorale che le ha accompagnate.
Ora, come è costume italiano, è già cominciata la campagna elettorale post-elezioni, ma questa è un'altra storia.
Queste elezioni, a differenza di tante altre, hanno visto un risultato che non presenta alcun margine di incertezza: c'è una coalizione che ha vinto e una che ha perso, più altre formazioni dall'esito imprevisto.
Le curiosità sono tante.
Al Senato sono stati eletti onorevoli di ben undici partiti diversi, raccolti o meno in coalizioni, alcuni con un solo rappresentante: Alleanza-Verdi Sinistra, Azione-Italia Viva, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega, Estero, Movimento 5 stelle, Noi Moderati, Partito Democratico, Sud chiama Nord, Svp. Alla Camera a questi undici si aggiungono anche Impegno Civico, Più Europa e così arriviamo a tredici partiti o movimenti.
Analizziamo il tutto sotto l'ottica della scienza politica e approfondiamo il significato dei risultati elettorali dal punto di vista dei "sistemi di partito".
In questo ambito la prima distinzione è quella del 1951 teorizzata da Maurice Duverger, un politologo francese: egli divide classicamente i sistemi in monopartitici, bipartitici e multipartitici. La definizione di Duverger è importante, poiché tale differenza discende dalle caratteristiche di alcune istituzioni e in particolare dal sistema elettorale.
Il sistema monopartitico è caratteristico dei regimi autoritari, il "partito unico", del quale per fortuna non siamo interessati.
I sistemi bipartitici vedono l'alternanza tra due partiti: ne sono classico esempio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Sono presenti a volte anche altri partiti, ma essi sono di scarsa importanza e raramente partecipano a eventuali coalizioni e in genere non sono determinanti per costituire una maggioranza.
L'effetto di questo sistema è l'efficienza: gli elettori scelgono direttamente chi li governa, non vi sono negoziati e il governo è generalmente stabile, le responsabilità sono ben definite; l'alternanza favorisce una moderazione sia da parte di chi governa che dell'opposizione.
La maggior parte delle democrazie comunque vede sistemi multipartitici che in genere traggono origine dal succedersi e congelarsi di conflitti sociali più o meno profondi.
Il numero di partiti varia nelle diverse nazioni: ve ne sono alcuni (Francia, Germania, Olanda, Austria) nei quali il numero è compreso tra tre e cinque; altri (Belgio, Italia, Israele) nei quali il numero è superiore a cinque.
Un sistema multipartitico vede generalmente coalizioni più o meno eterogenee (dichiarate o meno prima del voto) e di fragile stabilità. Ma soprattutto si è in presenza di un accentuato radicalismo ideologico e permane la difficoltà – per l'elettore – di attribuire meriti e responsabilità.
Il nostro Giovanni Sartori si è divertito a "correggere" la teoria di Duverger, poiché secondo lui occorre "contare intelligentemente" i partiti.
Non è importante la dimensione di un partito ma il suo peso strategico. Un partito "conta" solo se esso ha almeno una delle seguenti caratteristiche:
- potenziale di coalizione, cioè se è necessario,anche se piccolo, per formare la maggioranza di governo (nel nostro caso il partito di Lupi, Noi Moderati, non ha detto potenziale);
- potenziale di ricatto, che indica che l'esistenza del partito ha effetto sulle tattiche adottate dagli altri. È un discorso un po' sfuggente, ma nel nostro caso possiamo pensare che la presenza del Movimento 5 Stelle e del suo programma abbia condizionato la tattica del Partito Democratico spingendolo anche a un'intesa con Alleanza Verdi-Sinistra per coprirsi il fianco sinistro.
Nei Sistemi di partito un altro elemento di variabilità che influenza l'interazione con gli stessi è dato dall'ideologia dei partiti.
In particolare il livello di polarizzazione ideologica – cioè la sua collocazione lungo l'asse destra-sinistra – definisce con più precisione il sistema di partito.
Tralasciando il regime monopartitico, il sistema con due partiti significativi vede un'accentuata moderazione ideologica, poiché la competizione si sposta verso il centro dove si presume che vi siano gli elettori fluttuanti, cioè quelli disponibili a cambiare partito.
Le complicazioni nascono nei sistemi multipartitici, nei quali è necessario operare un'ulteriore distinzione.
Si ha un "multipartitismo (o pluralismo) moderato" quando i partiti che "contano" (Sartori) non superano i cinque e si hanno governi di coalizione. La struttura è comunque bipolare con le due coalizioni che competono l'una con l'altra e anche in questo caso ci si sposta al centro per catturare l'elettorato fluttuante.
Il secondo tipo vede un "multipartitismo polarizzato" con un numero di partiti superiore a cinque. È un sistema che presenta le seguenti caratteristiche:
a) presenza di partiti antisistema;
b) presenza di due opposizioni bilaterali, che quindi si escludono a vicenda e non potrebbero allearsi tra loro;
c) il centro è affollato, cioè tutti i partiti in qualche modo tendono a definirsi "centrali" nel sistema;
d) il sistema è ideologicamente polarizzato, i due poli destra e sinistra sono caratterizzati da posizioni estreme inconciliabili;
e) esiste una tendenza centrifuga: poiché il centro è affollato, almeno per definizione, vi è la tendenza a spostarsi verso le ali estreme per caratterizzarsi e per non perdere quel tipo di elettori;
f) la distanza ideologica determina fortemente la mentalità dei cittadini, portandoli a vedere la politica in modo dogmatico;
g) emergono in questo quadro (sconsolante) opposizioni dogmatiche. Quando non c'è la speranza di andare al governo c'è la tendenza a fare promesse che non si potranno mantenere. La politica diventa estremista.
C'è ancora un altro punto piuttosto sottile: un partito "costretto" a restare al governo e che quindi sa di non poter essere escluso dallo stesso pena la sua caduta, può avere scarsa responsabilità democratica non dovendosi preoccupare del parere degli elettori sulla sua capacità governativa.
Questo complesso sistema dei partiti delineato da Sartori ha avuto diverse critiche.
Quando Sartori lo teorizzò egli vedeva ad esempio il Partito Comunista Italiano e il Movimento Sociale Italiano come "partiti antisistema" e la Democrazia Cristiana saldamente al centro con alleanze diverse con i vari partiti minori (liberali, repubblicani, socialdemocratici e socialisti.
La successiva erosione dei voti della Dc avrebbe confermato poi l'ipotesi di una competizione centrifuga (fino all'arrivo in campo di Berlusconi).
Una critica successiva ha poi posto in evidenza come la nascita del Partito Democratico e di Alleanza Nazionale siano stati i segnali del compimento di un processo di moderazione delle ali estreme e di un avvicinamento al centro.
Sarebbe interessante riportare nello schema di Sartori aggiornato alla nostra realtà i diversi partiti e coalizioni che si sono presentati alla competizione elettorale.
Ma al di là di queste esercitazioni di scienza politica più o meno produttive, ciò che emerge prepotentemente in Italia è che i mutamenti sociali e le trasformazioni partitiche hanno portato l'elettorato a non identificarsi più con un partito politico.
Nasce da qui una accentuata volatilità elettorale che comporta l'adesione a partiti o movimenti che in quel determinato momento sembrano rispondere alle esigenze degli elettori, salvo spostarsi di nuovo verso altri partiti. Si spiega così il successo elettorale del Movimento 5 Stelle o della stessa Lega, poi ridimensionato nelle successive tornate elettorali.
Secondo alcuni studiosi è la palese dimostrazione della crescente perdita di fiducia nei partiti: in essi non ci si identifica più anche per la mancanza di una ideologia caratterizzante e si segue quindi l'eventuale fascino del loro leader.
Il maggior pericolo è che le fasce meno mature dell'elettorato (vorrei dire l'ignoranza) vengano attirate da partiti populisti.
Da sempre, la tendenza a un voto personalistico è vista come possibile fonte di manipolazione.
Gli ottimisti vedono invece in questo distacco dai partiti e nella crescita delle astensioni un forte segnale della crescente maturità dell'elettorato.
Vedremo cosa succederà alle prossime elezioni.
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