EXCALIBUR 91 - aprile 2016
in questo numero

Ma quale "liberazione"...

Solito rituale, con le solite facce e i soliti discorsi pieni di retorica

di Paolo Cau
A 71 anni dalla fine della seconda guerra mondiale si continua a parlare di "liberazione"
Mentre scrivo manca ancora un po' di tempo alla ricorrenza del 25 aprile. Possiamo già immaginare quel che succederà, quel giorno e anche alcuni giorni prima e dopo.
Valanghe di stucchevoli documentar├« e film narrativi sulle glorie partigiane, solenni commemorazioni con discorsi triti e ritriti, e magari qua e là feroci contestazioni a gruppetti di giovani che ricordano i Caduti della loro parte salutando, che orrore, colla mano aperta anziché col pugno chiuso, e se le forze dell'ordine cercheranno di limitare i danni, anche fisici, causati dalle suddette contestazioni, riceveranno dai manifestanti democratici qualche sasso, e numerosi insulti del tipo "assassini", "pezzi di..." e altri ancora, con l'appoggio di distinti gentiluomini in giacca e cravatta che si riuniranno sollecitamente in qualche sala pubblica per richiedere la rimozione del Prefetto locale, che non ha cacciato in galera quei pericolosi criminali del saluto col palmo in vista.
Non ho lavorato di fantasia: è già successo, e più di una volta, e beninteso, non pretendendo di essere infallibile, spero che almeno quei fatti cui accenno dopo la parola "magari" non avvengano quest'anno e se Dio vuole non avvengano mai più.
Però quello che non si comprende è perché, a 71 anni di distanza dalla fine della seconda guerra mondiale, ci sia anc├│ra un discreto numero di persone (dall'analfabeta puro e scusabile al docente universitario) che continua a definire "liberazione" tutto quel seguito di eventi che ha visto le stragi senza processo dei vinti (38 mila assassinati, secondo i calcoli più prudenti, dai partigiani italiani e 12 mila dalle belve iugoslave) colpevoli o no di crimini di guerra (come quei "Balilla di Salò" che non avevano fatto altro, nei 600 giorni della Repubblica Sociale, che salvare i loro concittadini rimasti sotto le macerie degli edifici bombardati, e altre delittuose simili attività), l'occupazione di terre italiane dal 1918 da parte delle sanguinarie bande titine, gravi maltrattamenti e omicidi dei prigionieri di guerra italiani sparsi in campi tra l'Australia, l'Asia, l'Unione Sovietica, l'Africa e gli Stati Uniti, da cui non pochi sarebbero tornati solo alle soglie degli anni '50, e parecchi anche molto tempo dopo.
È più che penoso, oggi come oggi, risentire le solite becere vanterie antifasciste, secondo le quali l'Italia, "che aveva perso la propria dignità" nel deprecato ventennio e alleandosi alla Germania, si era "riscattata" dopo l'8 settembre dando una volenterosa mano agli ex nemici che continuavano a fare stragi di civili con gli attacchi aerei terroristici e impiegavano quel che restava delle forze armate rimaste col governo di Brindisi come carne da cannone nei casi più onorevoli o in compiti umilianti di retrovia, o ridicoli come toccò ad alcuni incrociatori della Regia Marina, inviati nell'Atlantico a dar la caccia ai corsari tedeschi, che finita l'epopea di unità come l'Atlantis o il Pinguin, dopo il '43 non si erano più fatti vedere. Ma già nel '45 si leggevano articoli trionfalistici, da parte di scrittori ferventi fascisti sino a due anni prima, come quelli che nel dicembre di quell'anno pubblicarono sulla rivista "Mercurio" un folto numero di lavori sotto il titolo "Anche l'Italia ha vinto".
In quegli stessi mesi, ma anche prima, una simile affermazione avrebbe potuto avere un senso per la Francia, che travolta dall'invasione germanica aveva prima perso sé stessa in un tempo minore di quello occorso agli Angloamericani per toglierci Pantelleria e poi la Sicilia e dopo aveva creato all'estero un movimento che confermava l'antica alleanza e riprendeva la guerra dando un sensibile contributo finale alla sconfitta del Terzo Reich: e tanto peggio per la Repubblica guidata da Pétain che si era comportata come il Regno d'Italia, finendo però coll'essere dalla parte degli sconfitti anche quest'ultima volta. Solo pochi mesi dopo la pubblicazione dell'illustre foglio antifascista, il malaugurato trattato di pace imposto all'Italia avrà forse fatto riflettere l'acuto coniatore di quel titolo consolatorio...
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