EXCALIBUR 100 - ottobre 2017
in questo numero

Alle origini del terrorismo jihadista

Radici lontane per un fenomeno che condiziona la nostra esistenza

di Pier Luigi Piras
Sopra: Mohammed Daoud Khan (1909 - 1978)
Sotto: frontespizio del volume di Pier Luigi Piras
Giusto appena pochi giorni fa è stata diffusa dalle autorità di polizia della Francia la notizia della chiusura del centro di cultura islamica, con annessa moschea, del villaggio di Sartrouville, situato a nord-ovest di Parigi, a causa dei rischi connessi alla attività di propaganda che vi si svolgeva ormai da parecchi anni.
Un provvedimento legato alle misure di sicurezza che da tempo sono praticamente passate a regime in ragione delle esigenze di ordine pubblico, vista la grave emergenza terroristica. Una propaganda distintamente rivolta alla estremizzazione dei fedeli che frequentavano il centro, un luogo in cui aveva preso piede una corrente di salafismo oltranzista che mirava a inculcare la dottrina più radicale che si può far derivare dal concetto di "jihad" contenuto nel Corano.
Tale provvedimento segue, a distanza di pochi giorni, lo sgozzamento delle due giovani cugine marsigliesi Laure Paumier e Mauranne Harel, un doppio delitto di inaudita atrocità compiuto dal Tunisino Ahmed Hanachi, un islamico jihadista che peraltro dal 2006 al 2014 ha vissuto in Italia, essendoci arrivato su un barcone da clandestino.
I fatti tragici di questi giorni, nel cuore dell'Europa, hanno però radici almeno quarantennali.
Nell'epoca a noi più vicina è l'anno 1978 quello che può venire infatti assunto come indicativo di una importante svolta culturale registratasi in seno al mondo islamico: dal Natale dell'anno successivo, e sino al febbraio 1989, l'esercito dell'Unione Sovietica avrebbe dovuto poi invadere l'Afghanistan.
Ma furono soprattutto i cambiamenti politici interni a quel grande Paese asiatico a creare le condizioni di quella svolta culturale. Nell'aprile '78, infatti, il Pdpa (Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan) mise proditoriamente a segno un colpo di Stato che rovesciò il sistema, fino ad allora molto solido, che faceva capo a Mohammed Daoud Khan, alla guida del Paese da cinque anni, per creare la Repubblica Democratica afghana.
Khan venne assassinato dai sicari istruiti da Mohammed Taraki, l'uomo nuovo del Pdpa destinato ad assumere le redini del potere. Taraki e i suoi uomini erano islamici convinti ma imbevuti di ideologia socialista riletta in una chiave particolare: ne scaturì un sincretismo eccessivamente spinto per quelle che erano le condizioni di vita della gran parte degli Afghani dell'epoca. La sua "rivoluzione Saur" impresse una accelerazione dello stile di vita degli Afghani che alla lunga avrebbe prodotto strappi eccessivi non ricucibili.
Daoud Khan era stato un autentico progressista, dando senso e corpo al titolo che gli venne riconosciuto di primo Presidente dell'Afghanistan. Nel giro di un lustro, il Paese conobbe un sostanziale avanzamento in termini di modernizzazione delle infrastrutture e delle istituzioni: l'economia si risvegliò e l'impiego della forza lavoro attiva conobbe un sensibile aumento. Il suo governo operò anche sul versante dei diritti civili, consentendo soprattutto una significativa partecipazione delle donne alla vita pubblica. Tutta una serie di cambiamenti che, almeno a tutta prima, parvero essere bene assimilati dalla popolazione; nel senso che le tante innovazioni della società civile promosse dal vertice politico dell'epoca risultarono sostanzialmente non in netta contraddizione con il modo tradizionale di intendere la socialità, secondo quella che era la doviziosa precettistica amministrata dai "mullah".
Khan seppe dunque trovare un importante punto di equilibrio fra le esigenze di rinnovamento dei costumi e la preservazione dell'identità etnico-religiosa. Ma seppe soprattutto intendere in maniera autonoma le spinte che il ceto dirigente afghano riceveva dall'ingombrante alleato russo, rifunzionalizzando le esperienze maturate sin dal ricevimento, nel 1953, del mandato a Primo Ministro reale: ciò gli consentì di non subire del tutto passivamente le ingerenze del Pcus. Dal 1961 l'Urss era diventato in pratica il partner commerciale unico dell'Afghanistan, condizionandone lo sviluppo in modo totale. In sintesi, Khan dimostrò di possedere doti da statista, specie riuscendo a evitare provvedimenti che si sarebbero potuti rivelare molto impopolari.
Di tutt'altro spessore la figura del suo successore, Mohammed Taraki. Un politico dal carattere incerto e debole che provocò lo scoppio di una vera guerra civile, a cagione dell'improvvida riforma del territorio nazionale promossa all'inizio del 1979. Del tutto incapace di porre rimedio al danno fatto, egli si dimostrò quindi un inetto nella fase che vide il governo afghano impegnato in una estenuante mediazione con quello sovietico, nel fallito tentativo di far intervenire le forze armate russe per il ristabilimento dell'ordine.
I Russi che invasero l'Afghanistan provocarono il risveglio del sentimento del jihad presso gli strati più popolari e tradizionalisti della società. Tale sentimento innervò la lotta dei mujaheddin afghani contro i soldati sovietici, specie in forza della predicazione del palestinese Abdullah Yusuf Azzam (un allievo di Sayyed Qutb, il grande ideologo della seconda generazione dei Fratelli Musulmani), il quale si era formato teologicamente, alla fine degli anni Sessanta, presso i centri palestinesi dell'islamismo sunnita ricavati nelle enclaves della Giordania: a quel tempo Azzam si fece strada nella organizzazione della Fratellanza Musulmana, già fortemente attiva nelle comunità palestinesi.
Questo elemento storico, che costituisce il retaggio personale di una figura di spicco della dottrina jihaidista, assume una significativa rilevanza in rapporto alla ipotesi della derivazione genetica delle forme più recenti del terrorismo arabo fondamentalista dalle pratiche organizzative delle formazioni di lotta del popolo palestinese, così come da me illustrato nel libro "La sfida si rinnova" (Cavinato editore international, Brescia, 2017). L'interpretazione e il commento coranico di Qubt, rivissuto poi da Azzam, arrivò a esercitare una influenza diffusa e profonda sull'intero arco dei movimenti dell'islam politico contemporaneo.
È una evidenza storica il fatto che, più in generale, tutta la storia dei popoli islamici, nel corso del XX secolo e in questo primo scorcio del XXI, è stata considerevolmente condizionata dalla cosiddetta "questione palestinese", la quale a sua volta rimanda sì alla nascita dello Stato di Israele, ma non solo. Azzam riprese da Qubt alcune idee centrali dell'estremismo islamico: in particolare, quella della inevitabilità di uno scontro di civiltà tra i popoli islamici e tutto il mondo non islamico e, dunque, l'altra secondo cui bisognava muovere la guerra contro tutti gli Stati secolarizzati dell'Occidente per stabilirvi un nuovo grande regime coranico.
Ma anche questi due pilastri ideologici dell'azzamismo qubtista riflettevano intrinsecamente i modelli del pensiero e dell'azione dei capi delle frange estremiste del palestinismo.
Lo jihadismo contemporaneo cominciò ad affermarsi verso la fine del XX secolo per poi estendersi a tutti gli inizi del XXI, a cominciare dal movimento egiziano Takfir wal-hijra per arrivare alla ricca filiera del jihadismo internazionale legata alla iniziativa di al-Qaeda e allo Stato islamico: il cui presupposto teologico rimane l'idea della unicità di Dio e della sua sovranità assoluta, un presupposto che comporta la conseguenza di dover necessariamente agire per il tramite di una rivoluzione.
La fede nel dogma, in questo caso, deve accompagnarsi appunto a una azione necessaria, implicante l'uso della forza. Naturalmente, in quest'ottica, l'unica fonte legislativa valida resta il libro del Corano. Molto istruttivo al riguardo è il lavoro di Jeffrey B. Cozzens, "Al-Takfir wa'l Hijra", in "Studies in Conflict & Terrorism" (XXXII, 2009).
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