EXCALIBUR 110 - novembre 2019
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L'appoggio di Gramsci ai dissidenti

Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 - Roma, 27 aprile 1937)
Gramsci fu vittima di Stalin. Dal '24, di certo, aveva visto che il regime sovietico si avviava verso la tirannia. Nel '24, alla vigilia della grande ribellione e dei processi, inviò una lettera al Politburo, a Mosca, invitando le parti alla conciliazione e avvertendo che Stalin stava distruggendo il gruppo dirigente "rivoluzionario". Era una critica radicale del sistema staliniano e un appello ai diritti umani. Fu, in effetti, una contestazione della legittimità del regime. È la formula politica del colpo di stato che prevede l'eliminazione degli avversari. Ma Togliatti distrusse parte della lettera affinché il senso non fosse comprensibile, neanche agli storici del futuro.
Il termine conciliazione non ha altro significato se non l'invito a frenare la persecuzione dei riformatori, lo spargimento di sangue, le condanne a morte, il colpo di stato. Gramsci spedì, per cautela e correttezza, la lettera a Togliatti. Costui rifiutò di inoltrarla al Komintern e al Politburo. Aveva rapporti diretti, personali con Stalin e, di certo, deve averne fatto cenno al capo.
In Spagna, nel corso della guerra civile, la Nkdv condusse una sua operazione, separata dalle operazioni di guerra, per snidare e assassinare i nemici di Stalin. Togliatti era in Spagna e riferiva direttamente a Stalin, in primo luogo sugli Italiani. In questo senso, cooperava con la Nkdv senza, ovviamente, esserne formalmente un agente. Stalin temeva che il "cosmopolitismo" delle sinistre europee si volgesse contro il suo regime. Come Ivan il Terribile, il versamento del sangue era la sua formula politica migliore.
La lettera di Gramsci, pubblicata solo in parte da Angelo Tasca, ricalca, quasi parola per parola, il messaggio di Gorkij ad Anatole France, per sollevare la questione della Russia.
La lettera aperta a France è del 31 marzo 1921. Denunciava i processi contro i socialisti rivoluzionari che avevano assunto «l'aspetto di una preparazione pubblica all'omicidio», chiedendo che si intervenisse sul governo sovietico per impedire crimini così gravi e fermare la tendenza al sangue come atto pubblico. Già nel '19, Gorkij aveva scritto a Lenin che «i rossi erano nemici del popolo quanto i bianchi», riferendosi alla guerra civile. Nel '24, in una lettera a Rolland, criticò aspramente la conquista del potere assoluto effettuata da Stalin, cioè il suo colpo di stato.
Gramsci era un letterato e certamente egli incontò lo scrittore russo in Italia. E, nell'"Ordine nuovo", scrisse un articolo lamentando i maltrattamenti che Gorkij aveva subito. L'interesse per lo scrittore russo in pubblico, espose Gramsci all'odio di Stalin.
Fin dal 1905, Gorkij proponeva un piano di riforme costituzionali, del tutto estranee al mondo di Stalin. L'articolo su Gorkij rivelò il vero atteggiamento etico-politico e storico di Gramsci. Egli aveva avuto in famiglia il filosofo G.B. Tuveri, da parte della madre. Il Marxismo non fu l'unico fattore che ne dominò la formazione morale e intellettuale.
Per Togliatti e i suoi seguaci, Gramsci era passato sul fronte avversario, contro-rivoluzionario, e la sua posizione fu considerata "fascista", nemica del popolo e dello stato e quindi la sua sorte fu affidata alla Nkdv.
Anche Gramsci doveva essere eliminato, anche se non si trovava in Russia forse perché temeva di scomparire. Bastava mettere la polizia italiana sulle sue tracce e l'Ovra lo avrebbe catturato, mandato al tribunale speciale per la difesa dello stato, condannato e incarcerato. Fu arrestato l'8 novembre del 1926. Con la celebre lettera del compagno Grieco, resa pubblica, di certo d'accordo con Togliatti, che prendeva ordini da Stalin ed era a Mosca, si fece apparire Gramsci capo di una organizzazione sovversiva.
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