EXCALIBUR 151 - marzo 2023
in questo numero

Cagliari ricorda le vittime dei bombardamenti del 1943

La più grande tragedia che ha colpito il capoluogo della Sardegna

di Antonello Angioni
macerie e disperazione
Sopra: macerie e disperazione
Sotto: Cagliaritani in fuga
Cagliaritani in fuga
Quest'anno ricorrono gli ottant'anni dai terrificanti bombardamenti che, tra il febbraio e il maggio del 1943, si abbatterono sulla città di Cagliari, seminando lutti e devastazioni. In quei terribili giorni, che turbarono gli animi e scossero le coscienze dei Cagliaritani, fu come se un sisma di immense proporzioni avesse squassato la città stessa, alla quale nel maggio 1950 - in virtù del coraggio e della forza d'animo con cui aveva saputo affrontare quei drammatici momenti - sarebbe stata conferita la Medaglia d'Oro al valor militare con la seguente motivazione che, scolpita sul marmo, può leggersi nella lapide sistemata nel 1993 nell'Aula consiliare del Palazzo Civico di Via Roma:

«Capoluogo dell'Isola nobile e generosa, scolta invitta d'Italia al centro del Mediterraneo, sopportò per anni, con l'indomita fierezza della sua gente, lunghe, terrificanti e assillanti distruzioni di guerra recate dalla intensa offesa aerea.
Fiera del suo destino, accolse con fierezza ogni prova dolorosa.
Dilaniata, stroncata e ferita a morte, non sment&√¨grave; mai le sue alte civiche virtù e la fama gloriosa acquisita nei secoli dal suo popolo eroico, sublime in ogni sacrificio per l'onore della patria.
Sardegna - Guerra 1940/43
».

Riesce difficile per chi oggi è parte integrante di una città palpitante di vita e sfavillante di luci, riandare, anche solo con l'immaginazione, a una Cagliari ridotta a un cumulo di macerie, col 75% dei suoi edifici (pubblici e privati) rasi al suolo e con circa duemila vittime innocenti per le strade, di molte delle quali non sarebbe mai stato possibile recuperare le salme cui dare una degna sepoltura.
A distanza di tanto tempo, c'è il rischio di cadere nella retorica vuota delle parole che non sono in grado di spiegare quei tragici avvenimenti e di cui neppure le foto riescono a dare un'idea esatta: tramandano l'immagine di una città terremotata e mostrano rovine senza andare oltre il fotogramma freddo impresso nel bianco e nero. Ma c'era ben altro di agghiacciante in quei giorni dell'ira: le grida disperate dei feriti, l'odore acre dei corpi bruciati negli incendi, il sangue sparso dappertutto e l'urlo assillante delle sirene. Una città che si era trasformata in un enorme cimitero ricoperto da un'impalpabile polvere.
Per potersi calare nel clima dell'immane tragedia, varrà la pena ricordare come i corpi straziati di tanti cittadini, raccolti quotidianamente nei vari quartieri, venissero ammassati su dei camion per essere trasferiti in quel Cimitero di San Michele, che - ironia della sorte - era stato inaugurato proprio in quei giorni. Nella maggior parte dei casi neppure era possibile procedere alla identificazione dei cadaveri, tant'è che - per dare sepoltura ai miseri resti - ci si trovò costretti a scavare una grande fossa comune.
Si tratta della fossa alla cui altezza dopo diversi anni sarebbe stato sistemato - a opera dei club di servizio cittadini dei Lions e dei Rotary - L'"Albero della Vita", una gigantesca scultura formata dall'assemblaggio di circa 300 croci in ferro (le vittime) e 30 foglie argentate (la vita), opera dell'artista Tore Pintus, realizzata proprio per ricordare e onorare le vittime civili dei bombardamenti aerei. Ogni anno, il 1 novembre, a iniziativa dei citati club, davanti al monumento si tiene una cerimonia religiosa che ricorda le vittime dei bombardamenti aerei sulla città di Cagliari e vede la presenza delle massime autorità civili, militari e religiose nonché di numerosi enti e associazioni.
Alla base del monumento, inaugurato nel 1985, si trova una lapide, che reca inciso un brano del racconto effettuato nel dopoguerra da uno dei becchini che avevano scavato l'anonima tomba. Queste le esatte parole: «Quando venne il momento di calarli nella fossa cercammo almeno lenzuola per avvolgere quei corpi straziati. Non ne trovammo abbastanza. Allora le strappammo e facemmo riquadri come fazzoletti: li mettemmo sulle facce dei morti prima che calce e terra li ricoprissero per sempre».
Questa era la Cagliari del 1943! Una Cagliari colpita a morte, ma che peraltro, "non volle morire", cos&√¨grave; come - con espressione quanto mai significativa - un giorno dirà uno dei suoi figli più illustri, l'indimenticabile Francesco Cocco Ortu. Quel che è certo è che si è trattato del maggior disastro subito dalla città nel corso della sua storia plurimillenaria.
Chi non l'ha vista, difficilmente potrà capire la Cagliari bombardata del 1943. La città era morta. Marcello Serra, in una poesia intitolata "28 febbraio", scriveva: «Frana la terra a spasimo di schianti / ogni luce s'abbuia». Le tempeste di ferro e fuoco si abbatterono sulla città - in particolare il 17, il 26 e il 28 febbraio e poi il 31 marzo del 1943 - provocando angoscia e dolore nella popolazione e trasformando il contesto urbano in un ammasso di rovine, case sventrate, pietre divelte, mattoni sbrecciati, ferri rattorti, tavole frantumate e tubi spezzati.
Il 17 febbraio, tra le vittime, vi fu il pittore Tarquinio Sini, residente a Stampace. Ma il giorno più tragico, avuto riguardo alla perdita di vite umane, fu il 28 febbraio: secondo un calcolo approssimativo, le vittime furono oltre 500. Quarantanove B17 (le "fortezze volanti") della flotta aerea anglo-americana si affacciarono sulla città oscurando il cielo e sganciando il loro carico di bombe: una pagina terribile della nostra storia. Furono distrutti il porto, il palazzo della Dogana e la stazione delle Ferrovie dello Stato, quasi tutta la Via Roma andò in rovina. In precedenza, tra il 17 e il 26 febbraio, le bombe avevano distrutto il Teatro Lirico, il Municipio, il bastione di Saint Remy e numerose chiese e palazzi e i morti erano stati, rispettivamente, 102 e 123.
Nonostante tutto, anche quell'anno, la città sciolse il voto a Sant'Efisio, grazie all'iniziativa di Marino Cao e alla forza di un gruppo di fedeli che sistemò il simulacro del santo sul camioncino che la ditta Gorini utilizzava per il trasporto del latte. Ma gli aerei ritornarono il 13 maggio, quando 197 bombardieri e 186 caccia sganciarono 893 bombe e spezzoni incendiari. Ci furono meno vittime perché la stragrande maggioranza dei Cagliaritani ormai era "sfollata" nei centri dell'interno dell'Isola, trovando ospitalità e amore.
Quello dei bombardamenti aerei del 1943 resta un evento tristissimo e doloroso che provocò la morte di oltre duemila persone e la devastazione della città capoluogo. Un evento che merita di essere solennemente ricordato, non foss'altro perché i giovani di oggi, che fortunatamente non dovettero subirla, siano ben consapevoli delle brutture e del dramma profondo che sempre accompagnano la guerra.
Un evento e una ricorrenza che non possono essere ignorati dalla Città di Cagliari, messaggera di pace e di concordia fra i popoli e che si caratterizza fondamentalmente per la promozione dell'amicizia, della cooperazione e della solidarietà fra i popoli dei vari Paesi. L'amministrazione comunale guidata dal Sindaco Truzzu ha dato degna commemorazione di quei dolorosi avvenimenti con la Santa Messa che, secondo tradizione, è stata celebrata il 28 febbraio nella Chiesa di San Francesco di Paola in Via Roma. Ma quest'anno il Comune ha ritenuto di dover ricordare tali eventi anche coinvolgendo una scolaresca cittadina, per rendere omaggio non solo alla Città che tutti amiamo, ma anche e precipuamente ai tanti concittadini, illustri e il più delle volte sconosciuti, tragicamente e ingiustamente scomparsi sotto le bombe.
Infine, riteniamo che non sia possibile capire la Cagliari di oggi se, insieme all'immane tragedia della guerra, non si ricorda il grande amore dei Cagliaritani che generò quel vero e proprio miracolo che fu la "ricostruzione". La città rinacque non meno bella di prima e, presto, anche più grande, perché - essendo "fortitudo totius insulae" - doveva diventare, a pieno titolo, la guida politica e morale dell'intera Sardegna. E forse fu proprio il suo terribile martirio a spegnere ogni residuo di assurdo campanilismo e a imporre nella coscienza di tutti il problema della ricostruzione di Cagliari come una delle grandi questioni del dopoguerra in grado di unire tutto il popolo sardo.
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