EXCALIBUR 116 - luglio 2020
in questo numero
Giustizia, male eterno dell'Italia
Sempre attuale una lezione del nostro Cossiga, datata 2003
di Angelo Marongiu
Sopra: riforma della giustizia, al primo posto nel libro dei sogni
Sotto: copertina del "Discorso sulla giustizia" e il suo autore, Francesco Cossiga

Sono tempi molto bui per la Magistratura: il caso Palamara, con la pubblicazione delle intercettazioni e delle sue chat da parte di diversi giornali, ha fatto ritornare prepotentemente in primo piano il problema dell'indipendenza e della terzietà dell'organo giudiziario.
Luca Palamara, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura (l'organo di autogoverno della Magistratura) ed ex presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati (il principale organo di rappresentanza dei magistrati) rischia di essere processato per corruzione: le relazioni e i contatti extra-giudiziari dell'ex pm spaziano da politici a personaggi famosi, da esponenti di apparati statali a colleghi, mettendo a nudo una serie di manovre volte a una spudorata spartizione di nomine ai vertici degli uffici giudiziari, che va abbondantemente oltre le logiche correntizie.
Palamara si è ormai inabissato nelle sue manovre, vittima del suo delirio di onnipotenza. Dopo il "mercato delle toghe" e la pubblicazione delle sue chat, in una delle quali dichiarava: «Salvini ha ragione, ma dobbiamo attaccarlo lo stesso», se la Magistratura fosse un'istituzione seria di lui non dovrebbe restar traccia.
E allora viene in mente un episodio del gennaio 2008 nel quale il nostro "picconatore" Francesco Cossiga si divertì a prendere in giro proprio Palamara negli studi di Sky Tg24, in cui affermò: «A questo dibattito partecipa un magistrato che o non capisce nulla di diritto o è molto spiritoso, la faccia da intelligente non ce l'ha assolutamente». Richiestogli del perché di questo impietoso giudizio, aggiunse: «Dalla faccia, io ho fatto politica cinquant'anni e vuole che non riconosca uno dalla faccia?».
La palese crisi di credibilità della giustizia ha reso ancora più attuale un piccolo volume dal titolo "Discorso sulla giustizia", nel quale una piccola e coraggiosa casa editrice - Liberilibri - raccolse i più significativi interventi in materia di riforma della giustizia, scritti dall'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
È un volume del 2003, ma a rileggerlo oggi, alla luce della putredine che emana dall'osservazione dell'intrico di interessi e connivenze che il caso Palamara ha portato alla luce, appare di un'attualità sbalorditiva.
Cossiga infatti non si limita a individuare i punti salienti di una necessaria riforma del sistema giudiziario italiano, ma ne sottolinea la necessità politica e culturale, sottolineando che essa in realtà finisca per diventare una questione di "etica pubblica" che quindi tocca da vicino la coscienza e la dignità del cittadino e il suo amore per la libertà.
Prima di indicare delle concrete proposte di riforma della giustizia egli compie una lucida analisi storica delle cause, di natura culturale e politica, che hanno condotto il paese alla situazione attuale. Parla di una "dimensione giustizialista e poliziesca" della sinistra italiana, incapace di fare i conti con il suo passato e con la sua tradizione comunista. Ma accusa anche il carattere ideologico di una cultura politica che si fonda sul "giacobinismo di certa borghesia italiana, ad esempio quella azionista" che ha impedito una legittimazione democratica della sinistra, citando la resistenza dell'America, dell'Alleanza Atlantica, della Chiesa Cattolica, della Comunità Europea, che vedevano nell'esclusione dei comunisti la prima diga contro l'egemonia sovietica. Accusa anche la Democrazia Cristiana che - da partito riformista secondo il progetto di Don Sturzo - era diventato il partito di raccolta anti-comunista e quindi di fatto il partito anche degli afascisti e dei postfascisti e non solo dei democratici antifascisti.
Da queste premesse parte la sua affermazione che la sinistra ha cercato di aprirsi "una strada giudiziaria al socialismo", organizzando in fazione una parte della magistratura.
Ipotizza allora una riforma della giustizia che definisce "utopica", oggettivamente ostacolata anche dalla destra, frutto dell'idealismo totalitario alla Giovanni Gentile: il mito dello Stato quale soggetto etico e della legge dello Stato non quale "convenzione democratica", ma quale "legge morale".
Il primo punto della sua riforma ipotizza la realizzazione di «un vero e proprio processo accusatorio, con una effettiva terzietà del giudice e una effettiva parità tra le parti, sia private che pubbliche». Il suo ineliminabile presupposto è la concezione del pubblico ministero come parte pubblica e cioè come "organo amministrativo dello stato". Da ciò deriva la necessaria inderogabilità della divisione delle carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri e l'organizzazione del pubblico ministero secondo princìpi di unità, impersonalità e indivisibilità. E secondo un principio di gerarchia che non porta necessariamente alla subordinazione di esso al Governo.
Altro presupposto del processo accusatorio è quello «della non obbligatorietà dell'azione penale, non soltanto per motivi ideologici e di principio, ma soprattutto per motivi di realismo giudiziario e di prevalenza degli interessi supremi dello Stato rispetto alla soddisfazione della pretesa punitiva».
Le utopiche riforme sopra delineate sono copiate dagli ordinamenti in vigore negli Stati Uniti, in Canada, in Irlanda, nel Regno Unito, in Spagna, nei paesi del Benelux, in Svizzera, in Germania e così via.
Altro elemento della riforma è la «deburocratizzazione della magistratura, ancora governata da un regime di tipo impiegatizio, alla prussiana, basato sui pubblici concorsi, con forti elementi di cooptazione familiare, di casta e di correnti, proprie dei regimi autoritari».
Afferma inoltre che il metodo di scelta di alcune delicate cariche pubbliche dovrebbe essere «mediante estrazione a sorte, metodo antichissimo e familiare a grandi democrazie come la Repubblica di Venezia [...] e l'unico in grado di scongiurare la piaga della politicizzazione dei magistrati e quindi della parzialità del giudizio».
Cossiga afferma che «tutto questo è al massimo un sogno e neanche un'utopia».
Conclude affermando che sulla base delle sue esperienze maturate nel corso della partecipazione alla vita pubblica italiana, come studioso di diritto, come parlamentare, come Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica e come senatore a vita, ha imparato almeno tre cose:
1) quello della giustizia è il più grave dei problemi del nostro paese;
2) il problema della giustizia, ancor prima che giuridico, tecnico e politico, è un problema di ordine culturale e addirittura di etica pubblica; è un problema che attiene alla coscienza, al senso di dignità del cittadino, al suo amore per la libertà;
3) il principale ostacolo alla soluzione di questo problema è la pervicace ostinazione di una parte dei magistrati nel concepire il proprio ufficio non come servizio, ma come potere.
Il volumetto di Francesco Cossiga è dedicato «a chi crede nel principio della libertà, nella supremazia del Parlamento e nello Stato di diritto».
Concetti questi che oggi non sembrano più appartenere al nostro Stato, che a causa di un sempre maggior squilibrio dei poteri a esclusivo vantaggio del giudiziario, sta perdendo le caratteristiche di una vera democrazia liberale.
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