EXCALIBUR 61 - settembre 2010
in questo numero
Un uomo, un bambino e l'Apocalisse
Quando angoscia, fantasia e realtà possono coincidere
di Angelo Marongiu
"La strada" di Cormac McCarthy
Tre milioni di litri di petrolio, ogni giorno - a partire dallo scorso 20 aprile - si sono riversati nel Golfo del Messico, e la tecnologia dell'uomo, capace di trivellare a 1.500 metri di profondità, non è stata in grado di bloccare la fuoriuscita di quel liquido nero che stava uccidendo il mare, fino al mese di agosto.
«È la peggior catastrofe di tutti i tempi», ha sussurrato disperato Barak Obama.
Il pensiero di quella marea puzzolente e nera che stava invadendo le coste meridionali degli Stati Uniti, uccidendo economia e natura, inquinando e spargendo morte tra gli animali e le cose, mi ha fatto pensare alla coltre nera che oggi ricopre quelle coste e forse, un giorno, con la nostra superbia, tutto il mondo.
Mi sono ricordato di un'altra notizia, insignificante per chi non ama il cinema: un distributore ha avuto il coraggio di mettere in circolazione un film, "The Road", tratto dall'omonimo romanzo di Cormac McCarthy.
Il motivo della sua mancata distribuzione - il film, premiato a Venezia, ha ormai qualche anno - è che esso è "troppo deprimente" per incontrare i gusti degli Italiani, avvezzi ormai solo a vicende a lieto fine.
La storia è di quelle in bianco e nero, anzi grigio, come buona parte del film e del libro, dove il colore, anche se esiste, non si vede.
Un uomo ed un bambino, un padre ed un figlio, spingono un carrello da supermercato, pieno di cianfrusaglie: residui di scatole di cibo, un telo impermeabile ed altre cose. Tutto è grigio. Un padre e un figlio, una pistola due proiettili. Una strada i cui bordi sono pieni di erba ammuffita, quasi pietrificata.
Durante il giorno il cielo è grigio piombo, durante la notte è nero, senza stelle, ormai scomparse.
Il mondo, quello che resta, è abitato da bande di disperati e da predoni, e non si riesce a distinguere gli uni dagli altri.
Non c'è storia, se non questo camminare lungo una strada, cercando di sopravvivere, e non c'è futuro.
I due viaggiano verso sud (o verso ovest) cercando un po' di calore.
Nei dialoghi, ridotti all'essenziale - è lo stile della scrittura di McCarthy - il padre racconta al figlio la propria vita: in rapidi flash-back appare la moglie, suicida per non affrontare gli orrori del mondo dopo l'Apocalisse, e quel giorno, in cui mancò la luce e niente fu più come prima.
Questa solo intuita apocalisse dalle cause non definite - forse solo l'Apocalisse della coscienza - ha raso tutto al suolo ed ha ridotto il paesaggio e l'umanità ad una uniforme ed indistinta distesa di cenere.
Questi due naufraghi attraversano un mondo distrutto, che non ha più luce né colori, lungo una strada asfaltata che attraversa un paesaggio brullo e spoglio, montagne coperte da una neve sporca, sotto una pioggia gelida, con il vento che solleva una infinita cenere che poi ricade su tutto, eterna Auschwitz.
Qui vagano i sopravvissuti dell'Apocalisse, spettri ricoperti di stracci, con i "buoni" che non si distinguono dai "cattivi", che hanno il solo scopo di trovare del cibo, qualunque cosa si possa mangiare, anche altri uomini.
L'uomo ed il bambino camminano lungo la strada: la loro meta è l'oceano, verso un sud (oppure ovest) improbabile, per sfuggire all'inverno ed al freddo, per vedere il mare che il bambino non conosce e per scoprire se esiste ancora un colore.
Un uomo con troppi ricordi e pochi sogni ed un bambino che non ha ricordi e ancora tanta speranza.
Il bambino è indifeso e debole, ha fame, freddo, paura. Ma è l'unico che porta "la luce", perché riesce ancora ad avere pietà per i disperati che incontra, che offre aiuto.
Da quanto camminano padre e figlio? Forse da sempre, almeno il bambino.
Attraverso una natura senza colori, bianca e nera, nera come le tracce degli incendi, bianca come la neve che raggela le ossa e poi grigia come la pioggia; grigia, infine, come il mare che il bambino sperava fosse azzurro, quando finalmente lo raggiungono. Perché il mare è grigio e freddo e non odora più di salmastro. Anch'esso si è perduto nel buio dell'umanità.
Un libro bellissimo ed angosciante nel quale resta un piccolo barlume di luce in quel bambino che, novello Prometeo che porta in dono "il fuoco", ha ancora un residuo di umanità e di speranza, ultima luce di vita in un mondo morto.
Quello che è successo nel Golfo del Messico, la petroliera cinese incastrata nella barriera corallina dell'Australia, sono la coltre viscida e nera della nostra avidità che continua a ricoprire tutto: sono emblemi della nostra presunzione, novelli Faust che adorano la scienza e la antepongono a tutto, che non vogliono avere alcun limite alla loto bramosia di "avere".
Quel liquido nero, indifferente ai nostri sforzi, ci ammonisce che siamo piccoli, avidi e presuntuosi.
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