EXCALIBUR 19 - maggio/giugno 2000
in questo numero

Biografie: Francesco Maria Barracu

Sardi a Salò: Francesco Maria Barracu, il Sardo a Piazzale Loreto

di Angelo Abis
Sopra: Francesco Maria Barracu
Sotto: Francesco Maria Barracu con Benito Mussolini
Barracu non godeva di buona fama nelle "alte sfere" della Repubblica di Salò: Farinacci lo definiva «un sergente maggiore senza sale in zucca»; il diplomatico Bolla «una bestia energica e coraggiosa, un appuntato di scuderia». Per Attilio Tamaro, lo storico più accreditato di parte fascista, Barracu è «Valoroso, appassionato, fazioso, non adeguato per intelligenza al ruolo che avrebbe assunto». Infine Felice Belloti, nel suo volume "La Repubblica di Mussolini", racconta che Preziosi, qualche giorno prima del definitivo crollo della Repubblica non trovò di meglio che recarsi da Mussolini per accusare Barracu di essere massone.
La replica di Mussolini (se vera) fu sconcertante: «Lasciate stare Barracu, è un vecchio imbecille che non ha mai capito nulla. Il suo cervello è sempre stato quello di Buffarini Guidi (l'ex ministro degli interni del suo governo, n.d.a.). Ma è un bravo soldato e questo è tutto». Neppure i Tedeschi lo stimavano: il colonnello delle S.S. Eugenio Dolmann, nel volume "Roma fascista", parla degli «assassini della banda sarda di Barracu».
Barracu nacque a Santulussurgiu nel 1885. Combattente nella Prima Guerra Mondiale, squadrista, compì la sua grigia carriera di travet dello stato, prima nell'esercito, poi nel Partito Nazionale Fascista, dove di volta in volta fu nominato federale di piccole federazioni: Cosenza, Corfù, e infine Bengasi. Durante la guerra d'Etiopia comandò un battaglione arabo-somalo. Durante un combattimento rimase gravemente ferito e ci rimise un occhio.
Per questo fu decorato di medaglia d'oro al valore. Barracu era tra il ristretto numero di personalità fasciste che dopo il 25 luglio si erano recate in Germania per continuare la lotta con o senza Mussolini. A metà settembre era di nuovo a Roma. Per la sua intransigenza godeva della fiducia di Pavolini, spedito nella capitale dal duce per tirare su una lista di personaggi da cui trarre il futuro governo di Salò, di cui lo stesso Barracu sarà il sottosegretario alla presidenza del consiglio.
In questo contesto, dopo che Pavolini e Buffarini Guidi avevano fallito tutti i tentativi di trovare un'alta personalità militare atta a ricoprire l'incarico di ministro della difesa e comandante delle forze armate, toccò a Barracu l'ingrato compito, esattamente il 22 settembre del 1943 (con appena ventiquattr'ore di tempo, perché il 23 l'ambasciatore tedesco Rahn doveva rendere pubblica la composizione del governo fascista), di convincere il maresciallo Graziani ad accettare l'incarico, cosa che gli riuscì anche se con l'aiuto di altri, qualche minuto prima che venisse diramato alla radio il comunicato ufficiale sulla composizione del governo.
Trasferitosi poi tutto il governo a Nord, Barracu, per tutto il breve e travagliato periodo di vita della R.S.I., non si risparmiò. Fu attivissimo nei campi più disparati: parla in continuazione alla radio, predispose persino dei volantini. Nel dicembre del 1943 l'ispettorato generale alla pubblica sicurezza del Regno del Sud comunicò a Badoglio che «proprio in questi giorni la divisione "Nembo" ha dato chiari segni di agitazione e si temeva una sua presa di posizione contro l'autorità locale, anzi questa minaccia non è ancora completamente scomparsa. Questo movimento è indubbiamente in relazione con il lancio avvenuto in questi giorni a mezzo di velivoli germanici di manifestini, a firma della nota medaglia d'oro maggiore Barracu, incitanti i Sardi alla rivolta».
Era presente a tutti gli incontri di Mussolini, anche con emissari Inglesi e Americani.
Contrariamente alle apparenze, Barracu non era un fascista intransigente e oltranzista. Anzi militò nell'ampio schieramento di coloro che si battevano contro il settarismo, per la libertà di stampa e per il pluralismo politico. Renzo De Felice, nel volume "Mussolini l'alleato", riporta il giudizio che di Barracu "politico" dà O. Dinale, ex socialista, amicissimo di Mussolini e sodale a Salò con un altro Sardo: Edgardo Sulis: «Barracu era per un verso convinto della necessità di un rimpasto di governo e di una apertura a tutti del Partito Fascista Repubblicano, che, per parte sua, avrebbe dovuto essere profondamente rinnovato attraverso una radicale revisione dei suoi quadri, e in particolare dei capi delle province [...]; la concessione di una completa libertà di stampa e la convocazione in tempi brevissimi di una costituente; per un altro verso, pur caldeggiando in teoria una politica di avvicinamento e di intesa con i partigiani, in pratica concepiva però questa politica in una logica solo strumentalmente militare».
A questo proposito è opportuno ricordare come Barracu, conducendo nel gennaio del 1944 una trattativa col generale Operti, cui facevano capo numerose bande partigiane per lo più composte da militari sbandati della ex 4ª Armata di stanza in Piemonte, riuscì a far costituire numerosi elementi di queste bande, soprattutto ex ufficiali, e a far ritirare dalla lotta lo stesso generale Operti.
Proprio questo suo atteggiamento "liberale" gli valse (a torto secondo De Felice) la taccia di congiurato insieme a Borsani (cieco di guerra e presidente nazionale dei mutilati) e a Balisti (ex comandante del battaglione "Giovani Fascisti" in Africa), contro l'ala intransigente e settaria del governo rappresentata da Pavolini e Buffarini Guidi.
La cosiddetta "congiura delle tre B", avrebbe portato Mussolini a sostituire, nella carica di segretario del P.F.R., Pavolini con Balisti. La cosa non andò in porto pare per l'opposizione dei Tedeschi. Nei giorni successivi al 25 aprile, quando tutto era ormai crollato, Barracu stette alle costole di Mussolini: era presente nel famoso incontro all'arcivescovado, era con lui nella colonna diretta in Valtellina. Erano insieme nell'autoblindo bloccato dai partigiani a Dongo. Era tra quelli che inutilmente sconsigliarono il duce a salire sul camion tedesco. Nel libro "Dongo ultima azione", il comandante della 52º Brigata Garibaldi, conte Pierluigi Bellini, nome di battaglia "Pedro", così descrive le ultime ore di Barracu: «Con Pietro e Bill mi diressi verso un gruppetto di persone... "Chi è il comandante qui?", chiedo. Si fa avanti un uomo in borghese piuttosto anziano, mutilato di guerra, che aveva all'occhiello la medaglia d'oro al valor militare. Mi fa subito buona impressione mentre si presenta...».
Poco dopo i partigiani autorizzarono la colonna tedesca ad allontanarsi e ancora Pedro racconta: «Mi misi sul lato della strada dalla parte del lago insieme a Barracu, a Casalinuovo e a Utimperghe. I tre che avevo accanto si mostravano indignati nei confronti dei Tedeschi; io invece li capivo benissimo e cercai di scusarli dicendo: "Che volete, hanno capito che resistere sarebbe inutile, ora che la guerra è ormai finita". "È vero, forse", risponde Barracu, "ma è triste vedere che ci abbandonano sempre nel momento del bisogno, quando siamo stati trascinati in guerra per colpa loro, e per colpa loro l'Italia è ridotta in queste condizioni"».
Dopo animate discussioni Barracu chiese a Pedro di farlo ritornare indietro da Graziani per spiegargli che «se non ho potuto proseguire, non è stato per vigliaccheria ma perché mi è stato impossibile». Pedro ancora racconta: «Sono disposto abbastanza favorevolmente verso Barracu. La sua figura mi ispira rispetto sia per l'età, sia per la medaglia d'oro, sia per il modo con cui si è comportato. Mi dispiace mostrarmi intransigente con quel vecchio soldato mutilato di guerra, che, anche se ha abbracciato una causa che io credo fermamente ingiusta, pure ha combattuto pagando di persona. Ero quindi propenso, per questo motivo, diciamo così, sentimentale, a compiacerlo in quello che poteva essere il suo ultimo desiderio. Ero convinto che non cercasse di tornare indietro solo per salvarsi la vita con la fuga e per sottrarsi alle sue eventuali responsabilità. Decisi così, d'accordo con Pietro, che avremo consentito all'autoblindo di fare marcia indietro». Pedro se ne andò verso Dongo. Ma come l'autoblindo si mise in movimento venne fatto oggetto di un fitto fuoco di sbarramento dal costone della montagna. Il mezzo rimase bloccato e i due occupanti rimasero uccisi; gli altri risposero al fuoco e si buttarono fuori, ma furono circondati. Pavolini venne ferito a un occhio, Barracu a un braccio: dovettero arrendersi. Vennero condotti nel palazzo del municipio di Dongo. Pedro, subito avvisato di quanto era avvenuto, si recò dai prigionieri: «Mi dirigo verso Barracu che è seduto un po' in là e al quale stanno medicando una ferita al braccio destro. Gli chiedo: "Ma che cosa ha combinato? Perché è voluto andare avanti, perché avete incominciato a sparare?". "Sono stati i vostri a cominciare?"; risponde, "Ci siamo messi in moto per girare l'autoblindo e i vostri hanno cominciato a sparare. Noi, naturalmente, abbiamo risposto al fuoco". "I nostri ragazzi mi hanno detto che vi siete mossi in avanti sparando". "Non è vero! Non voglio che crediate che ho mancato di parola. Ci siamo mossi solo per girare la macchina. Del resto, ormai, quel che è stato è stato, si vede che doveva andare così". "Vedo che è ferito. Niente di grave spero". "Niente, niente, è solo una graffiatura"».
L'indomani il cosiddetto colonnello "Valerio", dopo aver ucciso Mussolini e la Petacci a Giuliano di Mezzagra, piombò a Dongo e si fece consegnare tutti i gerarchi prigionieri. Li fece allineare lungo un parapetto. Erano tutti tranquilli, solo Barracu protestò: «Sono una medaglia d'oro, ho il diritto di essere fucilato al petto». Non lo accontentarono. Morirono tutti gridando chi «Viva l'Italia», chi «Viva il Duce». Solo Bombacci urlò «Viva il socialismo».
Barracu ritroverà Mussolini al Piazzale Loreto.
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