EXCALIBUR 158 - settembre 2023
nello Speciale...

Le forze in campo

Malta, 13 settembre 1943, la Vittorio Veneto alla fonda nella rada di Marsa Scirocco
Sopra: Malta, 13 settembre 1943, la Vittorio Veneto alla
fonda nella rada di Marsa Scirocco; il tricolore sventola
ancora, ma la corazzata si era consegnata agli Inglesi il 10
settembre innalzando sull'albero di maestra un grande
pennello nero in segno di resa
Sotto: Panzer IV mod. G. da 25 tonnellate armato con
cannone da 75 mm; carri di questo tipo erano in dotazione
alla 90ª P.G. Division
Panzer IV mod. G. da 25 tonnellate armato con cannone da 75 mm
Nell'estate del 1943 il territorio sardo era ripartito in due zone operative dalla congiungente Punta Su Coviu-Torre Murtas: quella Nord posta sotto la giurisdizione del XXX C.d'A. con sede di comando a Sassari (Gen. Giacomo Castagna), quella Sud assegnata al XIII C.d'A. con sede di comando a Nuraminis (Gen. Gustavo Reisoli).
Ambedue dipendevano dal Gen. Antonio Basso, che aveva ai suoi ordini un apparato militare la cui entità può essere stimata nell'ordine di 150.000 uomini, compreso il personale della Marina e dell'Aeronautica. Il Regio Esercito ne costituiva la componente principale poiché inquadrava 4 divisioni mobili (Sabauda, Calabria, Bari e Nembo), per complessivi 46.000 uomini; altri 56.000 facevano parte dei reparti costieri (3 divisioni, 2 brigate e 1 reggimento), circa 5.000 del "Raggruppamento Motocorazzato" (2 Btg. di carri M, un Btg. di carri francesi "Somua", un Gruppo di semoventi da 75/18) e non meno di 12.000 erano i militari assegnati ai servizi. L'intera forza ammontava a 5.198 Ufficiali e 126.946 uomini tra Sottufficiali e truppa. Risultava considerevole anche l'artiglieria, che fra il materiale di Corpo d'Armata, Divisionale e da Posizione Costiera contava 114 batterie di vario calibro, per quanto in prevalenza di tipo antiquato. Completavano il quadro una robusta Legione della Dicat (Difesa contraerei territoriale) e 2 Legioni della Milmart (Milizia artiglieria marittima) dotate di un buon numero di cannoni antiaerei e antinave.
Le stime più attendibili permettono di attribuire alle forze tedesche dislocate nell'Isola una consistenza complessiva di appena 30.000 uomini, ma non va trascurato che il nucleo principale era formato dalla 90ª Divisione di granatieri corazzati, poderosa unità motorizzata - erede di un famoso reparto dell'Afrika Korps andato distrutto in Tunisia - che inquadrava anche un centinaio di carri armati e semoventi forniti di cannone lungo da 75 mm. Il Rapporto Jodl, riguardante le truppe, i materiali e le armi trasferiti in Corsica, permette di valutare anche la potenza di fuoco germanica: «25.800 uomini, 3.850 automezzi, 4.765 tonnellate di rifornimenti vari, 1.130 mitragliatrici, 281 fuciloni anticarro, 49 mortai, 6 cannoni controcarro di medio calibro e 78 di grosso calibro, 12 cannoni per fanteria di piccolo calibro e 12 di grosso calibro, 62 carri armati, 37 cannoni semoventi, 23 veicoli trasporto truppe, 2 obici di piccolo calibro e 8 di grosso calibro, 4 cannoni da 100 mm, 119 cannoni da 88 mm, 147 pezzi di artiglieria da 200 mm e 30 cannoni contraerei quadrinati da 20 mm».
Dal raffronto dei dati, la superiorità tedesca è più evidente per le armi, vista l'ampia tipologia di quelle impiegate, ma di certo non era da meno sul piano tattico, essendo ben nota nel campo italiano la limitata mobilità dei reparti antisbarco e la carenza di automezzi delle divisioni di fanteria. I Tedeschi erano invece nettamente inferiori sotto l'aspetto numerico, almeno all'inizio, giacché questa disparità fu compensata dal mancato impiego delle truppe costiere, della Nembo e della Sabauda.
Il ruolo avuto nella vicenda sarda dalle due migliori divisioni a diposizione del Gen. Basso è un fatto poco noto che merita di essere analizzato. Per quel che riguarda la Nembo, l'intenzione di utilizzarla per la sorveglianza dei reparti germanici in ripiegamento prese corpo subito dopo aver concluso l'accordo con Lungershausen, ma a questa soluzione si dovette rinunciare, in quanto la Divisione si rivelò non affidabile per tale compito. La ragione risiede nell'armistizio, che essendo considerato un tradimento, aveva generato nei paracadutisti forte insofferenza, presto sfociata in atti di disobbedienza collettiva e in molteplici casi di sbandamento che fatalmente portarono alla diserzione del Gruppo tattico dislocato a Serramanna (Magg. Rizzatti) e alla morte del Capo di S.M. della Nembo. Nell'ambito divisionale, solamente il XII Battaglione, una Compagnia Mortai da 81 e una Batteria c.c. da 47/32 (in totale circa 700 uomini), fecero la scelta di unirsi ai Tedeschi, nonostante il rifiuto della resa fosse ampiamente condiviso. Temendone le ripercussioni, il Comando del XIII C.d.A. reagì in modo energico: per complicità vennero arrestati il vice comandante della Divisione, Ten. Col. Pietro Tantillo, e il Ten. Col. Ademaro Invrea, dal quale dipendeva il Raggruppamento mobile di Marrubiu; inoltre, più di 600 paracadutisti, inclusi numerosi ufficiali e sottufficiali, furono internati nel Campo di punizione di Uras, e alcune migliaia di militari finirono dispersi in altri reparti. Per le defezioni e dopo questo radicale repulisti, l'organico originario si ridusse a quattro battaglioni. Successivamente, il Gen. Ercole Ronco ne cedette il comando al parigrado Giorgio Morigi (proveniente dalla costituenda Divisione Ciclone), assumendo sul finire di ottobre quello della Sabauda, quando per esigenze di ordine pubblico venne trasferita in Sicilia.
Posta fuori causa la Nembo, per controllare i Tedeschi si fece ricorso alla Calabria e alla Bari, in quanto la Sabauda era impegnata a presidiare il Medio Campidano e la Bassa Trexenta, nella difesa degli aeroporti di Decimo e Villacidro, e in operazioni di rastrellamento, tanto dei paracadutisti sbandati come dei nuclei tedeschi rimasti isolati dopo la partenza per la Gallura del grosso delle truppe. Come si dirà più avanti, per la G.U. si prospettò anche un impiego bellico rimasto senza seguito.
L'insieme di tutti questi fattori giustifica ampiamente che la strategia italiana fosse improntata alla prudenza, onde evitare, nei limiti del possibile, il confronto diretto con la 90ª, che per armamento e capacità combattiva era ben conosciuta, avendo fatto parte della "Massa di manovra" e pertanto da temere. Va poi aggiunto che Basso, in qualità di "Commissario civile della Sardegna", conosceva a fondo la precaria situazione sociale e materiale di una popolazione già duramente provata dalla guerra, per cui le sue decisioni erano dettate anche dalla necessità di risparmiare all'Isola ulteriori sacrifici.
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